Filippo Ceccarelli   Il Teatrone della Politica ,  Longanesi & C., 2003 


IL CANDORE DELL'INDECENZA


E pazienza se Prodi, da presidente del Consiglio, andò dalla “Zingara” di Rai Uno a parlare di economia; o se una volta l'ancor giovane onorevole Pier Ferdinando Casini, a “Parlamento In”, scappò fuori da un uovo di Pasqua: «Che caldo, ragassi!» 

Non cadrà il mondo, dopo tutto, se in un attimo di euforia una persona seria come Gerardo Bianco si mette a ballare la macarena sul palco di una manifestazione, Alfonso Pecoraro Scanio canta Reginella, Bobo Craxi suona la chitarra, l'intramontabile Carlo Vizzini solleva pesi o Gianfranco Fini si presenta a Palazzo Chigi con un'auto d'epoca. Ognuno fa davvero quello che gli pare. Ci mancherebbe.

Ma proprio in nome di questa libertà si vorrebbero indagare le cause profonde, le corde più nascoste, le pulsioni risolutive del crescente e spesso vano esibizionismo politico. Disse giustamente una volta Marco Columbro: «Escludo che Craxi possa essere votato perché sa sbattere assai bene le uova». Era il tempo in cui timidamente, sul piccolo schermo, venivano chiamati i politici a dimostrare le loro abilità in cucina. 

L'allora presidente della Camera Nilde lotti spiegò come si facevano i tortelloni di zucca, Rosetta Jervolino si mise diligentemente a tagliuzzare il pomodorino e dopo un paio di puntate il ministro Pierluigi Romita si affettò un dito. In diretta. Era anche quello, in qualche modo, un monito. Ma venne lasciato cadere.

All'inizio, probabilmente, la necessità fu quella dell'umanizzazione. Concetto impegnativo. In parole povere i politici si sentivano troppo distanti dalla gente. Se magari si mostravano a fare le stesse cose dei telespettatori poteva essere un rimedio. Ed ecco a voi Gianni Prandini che fa shopping in un negozio di articoli per prestigiatori, ecco Andreotti che si fa la barba, ecco la Ombretta Fumagalli Carulli dal parrucchiere. 

  E tuttavia anche questa condizione di umanità intermittente aveva un prezzo. O meglio: dava per scontato che, quando non apparivano sullo schermo magico, i politici continuassero a fare le cose della politica. Nessuno aveva calcolato che di lì a poco la politica, quella stessa politica che bene o male aveva retto mezzo secolo, potesse svuotarsi. 

Questo è più o meno avvenuto. Ed è avvenuto mentre lo specchio incantato delle immagini, affollato di politici, diventava ogni giorno più importante. Così importante da innescare, nel giro di qualche anno, una spietata equazione tra sopravvivenza e visibilità.

Quella stessa visibilità che oggi spinge un ex ministro come Mastella ad accettare qualsiasi invito in qualsiasi trasmissione: «E sa perché? Per non far dire in giro: ma quello è morto, non si vede più, politicamente». Come se invece gli tornasse utile, politicamente, farsi slacciare la cravatta da una ballerina cantando a squarciagola “Sex Bomb” ai “Raccomandati”; o farsi sbertucciare su “Scherzi a parte”, buttato su un divano, mentre tenta di mettersi in contatto con qualcuno nel pieno di un finto golpe. Recitava? Pazienza. Conta piuttosto che l'abbiano visto.

La visibilità, sostiene Marco Follini, è «il pane quotidiano della politica. E noi», aggiunge con una zampata molto democristiana, «non ci metteremo a dieta». Ma la visibilità è anche una droga che consuma l'attenzione del pubblico, crea dipendenza e pretende dosi sempre più massicce di curiosità indecente. 

Così una mattina Mastella ha aperto l'armadio e mostrato i suoi pigiami a “Morning News”. Di questo tipo di visibilità i media sono più che complici. Però intanto Mastella esibiva i suoi panni, in pratica invitava i telespettatori là dove in genere uno è solo.

  
Molti altri politici avevano già spalancato le porte di casa. Al “Foglio” - rubrica gossip - l'onorevole Sandra Fei ha descritto la sua stanza da letto in stile giapponese, con tappetino tatami, fuion e un grosso orso di peluche. L'onorevole Cristina Matranga ha rivelato l'acquisto di cuscini e lampade berbere per la sua camera, «che ora sembra una tana turca». 

L'onorevole Stefania Prestigiacomo ha dato conto con qualche invasiva meticolosità di quel che tiene sul comodino da notte: madonnina fosforescente, pastiglie di Saridon, kleenex, pomata per i dolori muscolari. L'ex sindaco di Milano Marco Formentini fu tra i primi ad aprire al “Venerdì di Repubblica” il frigorifero per mostrarne il contenuto. L'onorevole Annamaria De Luca, dopo aver offerto chiarimenti sul numero dei lavabi, le misure dello specchio, il tappeto orientale, la vasca idromassaggio e i mobili in midollino, si è lasciata fotografare da “Sette” nel suo bagno, seduta e sorridente, fra una tenda grigia e un asciugamano maculato. La carta igienica, si leggeva nelle didascalie, «è vicina al calorifero in un portarotoli di pizzo. Un tocco romantico». E il bidè «l'ho ricoperto e lo uso come tavolino».

Rimanevano i cassetti, ma pure a quelli venne dato fondo. Furono estratti gli album di famiglia. Tra i più gustosi e insieme struggenti - perché non di rado gli album fotografici sono struggenti - si distinse quello dell'allora ministro della Pubblica Istruzione Berlinguer che vi appariva bimbo nudo e capelluto, poi fauno, quindi in costume sardo, fino all'apoteosi del ricordo adolescenziale nel corso «del ballo della mela». 

  Ma anche la signora Rosa Berlusconi volle mostrare in Tv l'istantanea del suo Silvio da giovane, in posa da culturista, immerso nel mare dalla cintola in giù. E poi scappò fuori un Rutelli bambino durante una recita; e poi un D'Alema vestito da «vigilino» e quindi sopra un dromedario, allo zoo. Come se i politici, all'improvviso, non avessero più neanche un lontano privato da tenere da conto, ma lo dovessero mettere in piazza a garanzia della loro visibile legittimità.
Sono i frutti maturi della cultura dei talk show, che tradotto alla lettera vuol dire spettacolo della chiacchiera, della parola. «Tutta l'ultima generazione della classe dirigente italiana è nata nei salotti televisivi», sostiene Carlo Freccero, «e ormai risponde solo alle logiche e alle regole che governano questi luoghi.»

È una classica deriva: si comincia col normalizzare il pubblico dibattito sulle faccende private e si finisce, come ha scritto Massimo Fini, «a rovesciare le proprie budella sul tavolo». I talk show, secondo il sociologo Zygmunt Bauman, «rendono pronunciabile l'impronunciabile, il vergognoso decente e trasformano gli scheletri nell'armadio in motivi di vanto». Un rovesciamento di senso che autorizza la sfera privata a rivendicare il suo nuovo diritto alla pubblicità; mentre la sfera pubblica ormai quasi si esaurisce nel prurito per le vicende personali, anche le più invereconde.

Tra le varie conseguenze di tutto questo c'è che i familiari del politico, vissuti come una sua estensione, non si salvano più. Più che parenti, sono testimonial. Comprese le ex mogli, i fratelli imbarazzanti, i figli segreti. Senza cancellare il vecchio nepotismo, la famiglia rientra a pieno titolo nel merchandising della nuova politica. 

  
Si legge in un manuale elettorale ad uso dei candidati di Forza Italia alle ultime elezioni amministrative (maggio 2002): «Il contesto della famiglia, il coniuge ed i figli vanno, senza velleità monarchiche, resi noti per trasmettere un'idea rassicurante del nucleo familiare coeso e pronto a collaborare e comprendere, senza interferenze, i nuovi impegni del Candidato e le responsabilità del prossimo simbolo». 

Con queste premesse non ci si può stupire se poi, sui giornali, si vengono a conoscere i nomignoli dell'intimità dei De Michelis («Lupetta» e «Lupis»); o il testo del bigliettino, peraltro divertente, scritto dal figliolo di Livia Turco al papà: «Dolcissimo, simpatico, grande amico e buono, perché aiuta la mamma quando torna tardi e ogni tanto la porta un po' in giro».

Dunque, tutto fuori. Dalla gelosia di Oliviero Diliberto al voto di castità alimentare fatto da Filippo Mancuso (non assaggiare mai Coca-Cola e Nutella), passando per l'avversione di Cossiga per certi farmaci che «mi avrebbero fatto andare al gabinetto per tutto il giorno». La privacy come un'entità sempre più retrattile, provvisoria. 


A gruppi, ormai, La Russa, Turco, Mussolini, Sgarbi e Chicco Testa raccontano quando l'hanno fatto la prima volta. Sempre in squadra, La Russa, Casini, Meluzzi e Speroni informano o intrattengono la platea sul loro personale record d'astinenza sessuale. Come se questo avesse una rilevanza nella vita dei cittadini. E forse magari ce l'ha pure, ma per vie molto traverse, al limite secondo i codici misteriosi che regolano le dinamiche tra esibizionisti e guardoni, che si completano e si armonizzano. Però, insomma, è tutto molto complicato.


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Esempio 1
Filippo Ceccarelli, che del mondo politico è un acuto e ironico osservatore, attento soprattutto ai fenomeni di costume, in questo libro irride il malcostume sempre più diffuso. Retroscena ed episodi, alcuni noti, altri meno, vengono illuminati da una penna che mette alla berlina comportamenti comici (e tragicomici) loro malgrado, gesti al limite del grottesco, beffe, papere e gaffe, imitatori, sosia e duplicati del nulla, attori che fanno politica, politici che fanno gli attori, in un caravanserraglio di varia umanità. 

Vedi anche
In questo libro Gian Antonio Stella mette a nudo pregi e difetti, vizi e vanità dell'attuale classe dirigente. Personaggi spesso tirati in politica solo per il loro nome. Vistosi. Invadenti. Inconsapevoli di essere solo figurine di contorno. Comparse che non contano nulla e parlano di cose di cui non sanno nulla. E danno vita a mischie coloratissime dove si confondono le tragedie e le futilità mondane, Pol Pot e Nonna Papera, i gulag e la sciarpina shahtoosh. 

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