Louis-Férdinand  Céline - Bagattelle per un massacro. 

La società è piena di gente che si dice raffinata e che poi non lo è, ve lo
dico io, manco per un soldo
[...]

Potrei, o potrei diventarlo anche io, un vero stilista, un “accademico” pertinente.

[...]

Ma sono ormai troppo vecchio, troppo avanzato, troppo incanaglito nella strada maledetta del raffinamento spontaneo... dopo una dura carriera di “duro tra durissimi” per cambiar rotta e presentarmi poi all’esame di stile ricamato!... impossibile! Il dramma sta appunto qui. Come potrei essere afferrato, strangolato di emozione... dal mio stesso raffinamento?



“Bagattelle per un massacro” di Céline è un libro tremendo, perchè senza speranza, anche triste, se vogliamo, per chi ha amato Céline, perchè il referto psicologico più evidente di quel nichilismo intriso di rabbia che aveva preso il sopravvento, ormai, in una delle menti più lucide, sì più lucide, della letteratura del ‘900. E’ come vedere una persona che si è tanto amata essere divenuta diversa, in qualche modo, più incattivita, più sconfitta, e sentire aumentata la propria amarezza perchè si scorge nelle pieghe del suo viso e delle sue parole anche l’antica bellezza, la qualità umana e poetica che ce l’ ha fatta amare... c’è anche questo, purtroppo forse, in “Bagattelle per un massacro”... sarebbe stato tutto più facile se questa antica bellezza non fosse presente affatto... ci dimentichiamo meglio delle cose e delle persone in questo modo... no? le liquidiamo con più facilità.
Invece no, in “Bagattelle”, in questo libro terribile e senza speranza, denigratorio e incosciente c’è anche Céline, o meglio il Céline che conoscevamo noi, la sua irriverenza, intelligenza, ironia, disarmata tenerezza, umanità.
Mettiamo subito le cose in chiaro, “Bagattelle” parla contro gli Ebrei, con la E maiuscola badate bene, ma per certi versi è come se Céline parlasse contro se stesso, contro noi stessi.
L’inizio del pamphlet scorre con una vena narrativa fluida e accattivante, degna del miglior Céline, comunemente ad altre parti del libro. Lo scrittore si presenta subito sulla scena, insieme ad un altro personaggio, un suo amico, un ebreo, Leo Gutman (“un bravo mediconzolo sul mio stampo, ma migliore, Leo Gutman”).
Segue una disquisizione sulla passione per le ballerine, un autentico poema sull’ineffabilità della bellezza, sulla sua capacità di farci dimenticare noi stessi e le pene della vita... uno slancio di fantasia e passione...  Qui la capacità ironica céliniana, la sua capacità di irretirci nel vortice della narrazione, viva come la vita, è notevole. Perchè in “Bagattelle” ironia e tragedia si mescolano con facilità; linguaggio lirico, icastico e linguaggio denigratorio, polemico.

Una cosa che mi ha colpito è che Céline all’inizio si sdoppia, denunciando, con una irresistibile ironia, attraverso le parole del suo amico ebreo Gutman, il suo antisemitismo: “Ti vanti come un ebreo, Ferdinando!... ma attenzione..  dico!... Niente sozzure! ogni pretesto sarebbe valido per eliminarti!... Si parla di te in modo odioso... Tu sei venale... perfido, falso, fetente, astuto, volgare, sordo, maldicente... Ora, anche antisemita - il conto è completo!”
L’antisemitismo céliniano si presenta inizialmente in modalità ironica, madopo, sciaguratamente e io aggiungerei incoscientemente, si gonfia, si esaspera, diviene ossessionante... inevitabilmente paradossale. Céline tuona
a suo modo contro il razzismo, nella fattispecie, secondo il suo punto di vista, il razzismo ebreo: “Non ho nulla di speciale contro gli Ebrei in quanto ebrei, voglio dire in quanto semplicemente poveri diavoli come noi, tutti, bipedi alla ricerca di un pezzo di pane... Non mi danno alcun fastidio. Un Ebreo vale forse un Bretone, in parità, un Alverniate, un francocanacco, un tipo qualunque... Può darsi... Ma è contro il razzismo ebreo che mi rivolto, che divento cattivo, che ribollisco sino in fondo all’anima” Da notare nel testo l’uso della E maiuscola nella prima citazione e della e minuscola nella seconda. E’ chiaro qui l’uso del vocabolo Ebreo con la e maiuscola in funzione oggettivante una qualità negativa in senso generale, comune a tutto il genere umano. Ebrei con la e minuscola, nel senso “in quanto ebrei”, in quanto esseri umani, come tutti.
Comunque, Céline si fa prendere la mano, e si perde in un odio iroso che dà fastidio e non capisce che scade inevitabilmente anche lui nel razzismo, anche se in nome dell’antirazzismo. Affibbiare a una congrega di esseri umani, senza seri fondamenti, il più alto tasso di razzismo contro i loro simili è pregiudizio, tanto più che questa denuncia si esprime in maniera inadeguata nel tono e in riferimento al periodo, tanto più che noi sappiamo che furono proprio questi pregiudizi, per lo più infondati, a gettare le basi del nazismo, che fu l’ “autentico” razzismo, e delle tragedie che ben conosciamo.
Induce tristezza il fatto che un libro molto interessante per certi versi, per stile, argomenti ecc, sia offuscato da una polemica, come quella ebraica, sterile, reazionaria, ingiusta, pericolosa...
Non sono d’accordo su un’acca con la polemica “ebraica” céliniana, per me i razzisti veri sono coloro che bruciano gli altri nei forni crematori perchè indegni di vivere, perchè biologicamente inferiori e tutto questo mi ripugna... profondamente. Il resto, la lobby ebraica ecc ecc, se pur ci fosse, è questione che ha a che fare con le leggi immutabili del mercato...  metaforicamente parlando... la sempre eterna lotta per la sopravvivenza e per l’arricchimento... l’eterno gioco di dominazione, di potere che da che mondo e mondo gruppi di esseri umani esercitano sui loro simili, si può anche denunciare, ma non è patrimonio comune di un solo consorzio umano.
Tuttavia Céline ci dice, a suo modo, e cioè con rabbia, provocatoriamente, sbagliando tono, modi e tempi che il razzismo esiste anche nella vita di tutti i giorni, proprio nella cosiddetta lotta quotidiana per il pane, e che è qualità comune alla maggior parte degli esseri umani... anche... e soprattutto... tra quelli che più si dichiarano vittime di questa ingiustizia.



Cèline era un artista vero, autentico e disgraziato. La sua disgrazia fu quella di venire dominato completamente dalle tragedie e paure della sua epoca, le visse profondamente e in prima persona a differenza di altri scrittori, ne fu vittima, si fece carico di quelle contraddizioni. Ma la sua intenzione era solo di tuonare contro la falsità, l’inumanità, il razzismo, l’ingiustizia.
Giovanni Raboni afferma che il razzismo céliniano è profondamente metaforico, non letterale e afferma che il paradosso di Céline è che nello stesso tempo “non gli si può credere ma anche non credere”.
Nel libro ci sono anche altre cose, una dichiarazione di poetica, una opposizione alla letteratura fasulla senza emozioni, alla letteratura che non è cosa viva e che non nasce dall’esistenza e sono tra le parti più interessanti oltre alle notazioni psicologiche. Céline afferma che l’esperienza conta più di tutto nel mestiere dello scrittore e giudica con sarcasmo coloro che hanno imparato la vita dai libri, dice che lo stile, più di tutto, nell’arte, è costituito dalla capacità di emozionare:” Non è colpa loro... non ci han colpa, questi grandi scrittori... Sono votati, sin dall’infanzia, sin dalla culla per così dire, all’impostura, alle pretese, agli arzigogoli, alle imitazioni... Sin dai banchi di scuola, hanno cominciato a mentire, a pretendere di aver personalmente vissuto ciò che leggevano... a considerare l’emozione “letta”, emozioni di seconda mano, come emozioni personali! Tutti gli scrittori borghesi sono originariamente degli impostori! ladri di esperienze e di emozioni altrui!... Sono partiti verso la vita sulla carrozza dell’impostura!... Continuano... Hanno cominciato la vita con l’impostura... con gli studi classici... [...] Si sono sentiti superiori, nobili, , “chiamati” speciali, sin dal sesto anno della loro età... Tutto un mondo emotivo, tutta una vita, tutta la vita, separa le scuole comunali dagli studi classici... gli uni andranno sempre di pari passo con l’esperienza, gli altri saranno sempre istrioni [...] Non hanno mai visto nulla... umanamente parlando... hanno imparato l’esperienza sulle traduzioni greche, la vita sulle versioni latine”.
Notevole la denuncia dello sfruttamento e della dittatura sovietica che Céline fu tra i primi a dichiarare: “la miseria russa l’ho ben vista, io; è inimmaginabile, asiatica, dostoeskiana, un inferno putrido: aringhe, cetrioli salati e delazione... Il Russo è un carceriere nato, un Cinese fallito, aguzzino”. La fine del libro è una analisi lucida e spietata della falsità del sogno sovietico.

E poi ecco...
Lentamente, diventeranno tutti fantasmi... tutti... Yubelblat... e la Nonna... e Natalia, come Elisabetta, l’altra imperatrice... come Nicola Nicolaievic che faticava tanto a scegliere... come Borodin... come Jacob Schiff... che era così ricco e potente... come tutto l’ “Intelligence Service”... e l’ “Istituto del Cervello”... come le mie scarpe al Mont-Boron... tutto diventerà fantasma... luuu!... luuu!... lì si vedrà sulle lande... E sarà meglio per loro... saranno più felici, molto più felici, nel vento... nelle pieghe dell’ombra... vluuu!...vluuu!... Non voglio più andare in nessun posto... Le mani sono piene di fantasmi... verso l’Irlanda... o verso la Russia... diffido dei fantasmi... ce ne sono dappertutto... non voglio più viaggiare... è troppo pericoloso... Voglio rimanere qui per vedere... per vedere tutto... farò a tutti: huuu!...  huuu!... Creperanno di paura!... M’hanno scocciato abbastanza quand’ero vivo... sarà il mio turno....
OmegaX

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“Morte a credito”
Garzanti, pagg. 562. Euro 11,50. (Trad. Giorgio Caproni)

Scrittore ancora molto discusso, Céline può o non può piacere, come quasi tutti gli artisti del resto, ma Céline ha una ragione particolare legata ad una specie di rivoluzione che aleggia nei suoi pensieri e nella sua scrittura. Non è facile assuefarvisi. Sono pensieri di un cinico ostinato e scontento, infatti, quelli che nutrono questo romanzo che, pubblicato nel 1936, segue di quattro anni il “Viaggio al termine della notte”, che lo impose all’attenzione di tutto il mondo ed è considerato il suo capolavoro. Autobiografico come il precedente, “Morte a credito” narra alcune esperienze di Céline ragazzo (il cui vero cognome era Destouches), con le quali l’autore ci consegna la sua personalissima e arrabbiata visione del mondo. Spirito irrequieto e anarchico, infatti, non c’era cosa che potesse soddisfarlo. Perfino la sua scrittura risente di questa tormentata, dolorosa inquietudine.

Difficile star dietro al suo stile “a balzelloni”, fatto di periodi brevi, anzi brevissimi, sospesi, che saltellano da una considerazione all’altra, da un’immagine all’altra, e impegnano e sfidano non poco il lettore. Si può parlare anche di prosa visionaria in Céline, tutte le volte che l’aggancio con la realtà si rivela semplice pretesto per dare sfogo ad un delirio. Che cos’è, infatti, quella sua “Leggenda”, o meglio che cosa sono quelle sue leggende, che ogni tanto s’interpongono, se non la fuga nel delirio? Esse si scatenano perfino quando il protagonista cerca di farvi resistenza. Céline mi ricorda, nella prima parte, il Lautréamont de “I canti di Maldoror”, la stessa furia, la stessa visionarietà (anche lui conosciuto con un cognome che non era il suo vero: Ducasse).

Quanto più si scende nella miseria dell’animo umano, tanto più la “Leggenda” e il delirio si fanno controcanto, dunque, come se l’immaginazione sia riconosciuta la sola luce possibile sulle brutture della vita.

Le malattie, forse, e l’adolescenza trascorsa in un ambiente povero e desolato (”Tuo padre, te n’accorgi da te stesso, è ormai al lumicino!… Quanto a me, sono una donna finita anch’io, tutta rattrappita, non dico nulla davanti a lui ma mica mi ci manca molto alla fossa…”) hanno avuto parte in qualche modo nella formazione del carattere di Cèline e nei suoi rapporti con gli altri e con la vita in generale e non è improbabile che ad esse risalga quella rabbia che si rivolge contro tutti, e perfino contro la scrittura, nella quale si manifesta e si esalta la sua prepotente ribellione, il grido, cioè, di una sofferenza che da fisica si è fatta spirituale, e si è trasformata in solitudine.

Tutto l’incendio visionario che caratterizza la prima parte, però, d’un tratto quasi si spegne e dà spazio ad una descrizione più distesa, che tende a mettere in risalto la miseria di una vita non dissimile da tante altre, non più particolare, cioè, ma elevata a simbolo di una decadenza diffusa. Come se Céline, in questo modo, voglia dare tregua al suo impeto distruttivo per lasciarci contemplare e compatire, con una cronaca fin troppo minuziosa, le ragioni della sua rabbia: “L’odio vero, quello vien dal profondo, vien dalla giovinezza persa nello sgobbo senza difesa. Ohei, ma un odio da farti schiattare.”

È il Cèline meno caustico, ed anche, peraltro, stilisticamente più gradevole, quello che ricorda e racconta le giornate della sua vita, disegnando una fantasmagorica e colorita galleria di vicende e personaggi, tra i quali, quasi tutti rapidamente tratteggiati: la nonna Caroline, i genitori Auguste e Clémence, la dispettosa dirimpettaia Méhon, il piccolo vizioso Popaul, l’opportunista signora Divonne, il buontempone zio Arthur, il brillante e comprensivo zio Édouard, André Drin, il giornalista e stravagante inventore Courtial des Pereires, il prete matto, il ladruncolo Dudule. Le sue pagine non si discostano, tuttavia, dalle tante incontrate in narrazioni di questo tipo, se si eccettui, però, quel gusto dell’esagerazione che è una costante in Céline e che trova qualche esempio eclatante nella gita con lo zio Édouard, fratello della madre, dentro quell’auto che perde i pezzi per strada, o nel vaneggiamento che lo affligge dopo i primi giorni di scuola, o, al limite del sogno anche questo, nella traversata della Manica e nella camminata sulla collina di Rochester in mezzo alla nebbia, o nella rivolta degli inventori, o nel gran flagello dei bacherozzi a Blême-le-Petit. Per non parlare dell’inventore per eccellenza, quel Courtial des Pereires con il quale cerca anche di divertirci, disegnando una figura che un po’ ricorda per le sue smargiassate il simpatico Micawber del “David Copperfield” di Charles Dickens, con un esito diverso, tuttavia, che segna la distinzione tra l’ottimismo di Dickens e il pessimismo, in questo caso perfino truculento, di Céline, il quale, a proposito del suo personaggio, fa dire alla sfortunata moglie: “Cocciuto come un mulo nel cercar la rovina!…” Anche la Parigi popolana e disperata che incontriamo in Céline non si allontana da quella descritta, ad esempio, da Balzac e Zola, ma la differenza, qui notevole, sta nel particolare linguaggio popolare usato ed inventato, che riesce a liberare dalla sua magra scrittura scintille e lampi di una città umbratile, schizofrenica, buia, di grande effetto e suggestione: “È nera, è grigia… muta colore… fuma… fa un triste rumorio, un brontolio dolce dolce… sembra un guscio di tartaruga… tacche, buchi, spine che s’impigliano nel cielo…” Da una tale scrittura, soprattutto quando si indugia sulla laidezza dei costumi, affiora quello spirito compresso nella turpitudine e nella rabbia che è la caratteristica più marcata di questo autore: “il Passage des Bérésinas era diventato una specie di chiavica. La piscia crea un viavai. Poteva pisciarci chiunque addosso a noi, anche chi già aveva il dente del giudizio; soprattutto quando in mezzo alla strada pioveva. Ci venivano apposta. Nella cunetta formatasi per caso dall’Allée Primorgueil, farci la cacca era affar corrente.” Oppure: “Avevamo tutti il cacacciolo al culo. Insegnai io, ai compagni, a tenersi l’orina in dei bottiglini.” O anche, a proposito di André Drin, un compagno di lavoro: “A furia d’annusar tanta polvere, le caccole gli eran diventate dure come mastice. Non venivan più via… Era la sua più forte distrazione staccarsele e poi mangiarsele delicatamente.” Bisogna a questo punto ricordare che negli stessi anni in Italia, esempi di una prosa che trae la sua linfa vitale dalla parlata popolare non mancano, e taluni di altrettanta suggestione. Penso ai miei conterranei - purtroppo oggi dimenticati o quasi - Enrico Pea (”Moscardino” è del 1922, “Il Volto Santo”, del 1924, “Il servitore del diavolo”, del 1931) e Lorenzo Viani (”Ubriachi” è del 1923, “I Vageri”, del 1927; “Angiò, uomo d’acqua”, del 1928).

I quadretti che nascono da queste esperienze di vita di Céline si somigliano un po’ tutti nel rappresentare una vita di stenti, nella quale un ragazzo fa presto a lasciar naufragare le sue speranze. Anzi, Céline non si rifugia mai nella speranza; al contrario della tenace e combattiva madre, non dà mai l’illusione che si possa sognare una vita diversa da quella combattuta ed aspra che ha imparato a conoscere in primo luogo dai suoi genitori, sempre alle prese con “l’angoscia della pagnotta”; soltanto la morte a credito, come è scandito nel titolo, può essere la sola conquista possibile: “Ch’io fossi privo di speranza e di magnifico brio, era una cosa che i miei vecchi non avevan mai potuto mandar giù, che non avevan mai potuto soffrire, che non avevan mai potuto capire…” Tragica e cinica sarà la sua esperienza nel “Meanwell College” a Chatham, in Inghilterra. Si fa addirittura fatica, in certi momenti, a credere reali talune situazioni che sono raccontate nel romanzo. La insensibilità del protagonista di fronte ai sacrifici e alle sofferenze dei genitori, ad esempio, appare d’una crudeltà talmente raffinata da rasentare l’inverosimile. Questo che segue è un esempio di quanto la madre, zoppa ahimé, si adoperasse per racimolare qualche soldo per tirare avanti: “La sera, tornata a casa al Passage, era sfinita, da non poterne più, urlava di dolore tant’era irrigidita dai crampi la gamba e tumefatto il ginocchio, la caviglia soprattutto, slogata dalle storte… S’accasciò in camera mia aspettando il ritorno del babbo… S’applicava acqua sedativa… impacchi gelati.” Si può essere così arrabbiati contro la vita al punto da trascinare e riversare nell’odio l’intera gamma dei nostri sentimenti? Anche se: “Dappertutto, mi son visto scacciato…” Ma confesserà: “Ero un bel bighellone e un bel poltronaccio… Non meritavo la loro grande bontà… I tremendi sacrifici… Mi sentivo, eh sì, del tutto indegno, marcio, bacato…”

La sbronza alle Tuileries, dove sperpera i cinque franchi affidatigli dalla madre per la spesa, è l’ennesimo tentativo di fuga da una realtà con la quale non riesce e non vuole entrare in sintonia, e che, anzi, violentemente sfida, allo stesso modo che sfida i genitori, che si sacrificano per lui, fino a percuotere il padre. La sua ribellione ha, infatti, qualcosa di perfido, di contorto e di oscuro come se, alla fine, fosse diretta più contro se stesso che contro gli altri. Un rifiuto della vita, insomma, che rende questo romanzo orridamente spietato e tragico. Nemmeno la miseria e l’aberrazione rappresentate da Zola (mi viene in mente “Thérèse Raquin”) giungono ad un tal livello di ossessiva e glaciale turpitudine. Dirà di lui il padre: “Ma quello lì è canaglia fino al sangue! Non si fermerà più davanti a nulla!…”

Nel momento in cui Céline affronta e imbastisce il gioco e l’ironia con il personaggio Des Pereires (”vecchio coccodrillo” che ci fa gustare il piacere del volo sul pallone aerostatico, lo “‘Zelante’, sempre più sbrindellato, ricucito, rinficosecchito di rammendi… così permeabile e spetezzante da abbiosciarsi fra le sue stesse corde!…”), egli li esalta a tal punto, per il tramite di uno sventurato che fa dell’intrallazzo e della furberia il suo stile di vita, da chiudere ogni spiraglio alla speranza.

Buio nero all’orizzonte del protagonista, dunque, che s’imbatte, per giunta, ogni volta che trova lavoro, in una umanità inesorabilmente intristita e umiliata, come sono, ad esempio, coloro che ruotano intorno al “Génitron”, il giornaletto dello strambo inventore Des Pereires.

Ma proprio nel fortunato personaggio Des Pereires - il quale ha infatuato lo stesso autore, che gli dedica tutta la voluminosa seconda parte - e nella storia della sua mongolfiera e della “campana da palombaro”, che appaiono le parti migliori e più significative del romanzo (deliziose le sue liti con la “bambocciolona”, la baffuta moglie, e fumatrice di pipa, Irène: “Tu m’aggredisci. Tu m’esasperi! Tu mi tormenti!… Quanto sei ottusa, cocca mia!… mia buona… mia dolce cherubina!…”), Céline ha tratteggiato efficacemente, e melanconicamente, i segni di un tempo che trascorre impietoso e trascina chi non sta al suo passo nello sconforto e nella miseria: “Non siamo mica noi, Irène! Sono i tempi!…”

Tutto quanto scorre in questo romanzo filtra attraverso la storia di due coppie le quali assorbono buona parte della vita giovanile del protagonista, quella dei suoi genitori e quella dei Des Pereires: con una differenza che delinea l’arco dei sentimenti possibili in questo autore: l’odio, il cinismo, il disprezzo nei confronti dei disgraziati genitori, e l’ironia, il divertimento, l’istinto incontrollato nei rapporti con i Des Pereires. Attraverso queste relazioni passa anche tutto il mondo ristretto, chiuso, buio, trafficone, miserabile, indagato da Céline, e la famiglia Des Pereires, in realtà, altro non è che la continuazione e lo sbocco della sua “leggenda”, nel delirio di una creatività libera e stravagante, che trova una sua esemplificazione nella scuola della “Razza nuova”, trasformata presto in una vera e propria palestra di ladruncoli aperti ad ogni fantasia, che ricorda, ancora una volta, Dickens e i suoi mariuoli al servizio di Fagin, l’ebreo de “Le avventure di Oliver Twist”. Una improvvisa ed inattesa cupa tristezza, un’amara delusione, uno smarrimento desolato trasformano, infine, l’originario cinismo in un pianto con il quale Céline rinuncia definitivamente alla speranza.
Bartolomeo Di Monaco

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Circle
Philippe Alméras - Céline - Milano, Corbaccio, 1997, pp. 555

Il compito delle buone biografie (come questa) è quello di fornirci il massimo di informazioni sull'autore al fine di cogliere il cuore dell'opera sua. Il nesso autore-opera rimane infatti un anello che nessuna critica - sia quella che sposta l'accento sull'uomo sia quella che considera solo l'opera - è ancora riuscita a svellere. Per un autore controverso come Céline poi, su cui sono fiorite vere e proprie leggende, alimentate peraltro dallo stesso autore cui non era estranea la tendenza a romanzarsi, era proprio necessaria la messa a punto dei dettagli meramente biografici più che letterari.
Il lettore italiano ha qui davanti, per la prima volta, cinquecento fitte pagine, spesso neutrali e distaccate, talora incalzanti verso il biografato, che ricostruiscono ogni mossa del dottor Destouches (vero cognome). Con qualche sorpresa.... Il Céline piccolo borghese e bottegaio ad esempio, che esibisce le proprie origini (false) popolane, che ciancia di "stile nordico" e di celti e germani, ricorda troppo qualche protagonista del nostro agone politico col quale condivide anche gli studi in medicina, la scatologia e le ire da osteria... E con qualche sospetto. Inventarsi  delle origini popolane o aristocratiche (c'è infatti un periodo Des Touches), corrisponde a un bisogno di falsificazione della coscienza e a un principio di estetizzazione dell'esistenza che depone male per quei toni autentici di populismo e di lirismo cui aspirava l'ombroso dottor "Tantopeggio". E tutto ciò pur astraendo dal quadro assolutamente forsennato della sua ideologia apertamente nazista e antisemita che Alméras conferma e precisa. Da Croce abbiamo appreso infatti che un'onesta applicazione della "logica dei distinti"  che separi l'estetica dalla politica - e ad esempio il legittimismo dal realismo in Balzac o il fascismo dall'imagismo in Pound -, potrebbe staccare, come dai più è fatto, il Céline paranoico razzista dall'autore di Viaggio al termine della notte e di Morte a credito (il quale peraltro, tanto avevano senso per lui gli ismi, definiva "comunista" la prima opera). Quanto ai sospetti, forse Céline era un poseur. Rideva nella vita, piangeva sulla pagina. Simulava il dolore. Così bene che forse cominciava a provarlo davvero, e noi con lui. Riguardo alle idee politiche, l'opera di Céline dimostra che forse in letteratura non conta averne, o peggio averle tutte sbagliate, quanto raggiungere uno stile, che è una maniera assoluta e unica di vedere le cose. Tutto ciò vale tanto più se si scrivono dei capolavori come quei due citati poc'anzi, dove non c'è traccia di antisemitismo e  la politica è affatto assente. Ché qualora ci fosse stata sarebbe rimbombata, per dirla con Stendhal, come un colpo di pistola in un concerto.

Alfio Squillaci

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(Cenni biografici)
Louis-Ferdinad Céline  - Courbevois 1894, Meudon 1961 

 Louis-Ferdinand  Céline (pseudonimo di Louis Destouches), nasce in una famiglia della piccola borghesia commerciale. Trascorre l'infanzia a Parigi (Passage Choiseul), dove frequenta le scuole comunali. A tredici anni va per un biennio  in Germania, ove apprende il tedesco. In seguito in Inghileterra, dove impara l'inglese.
Tornato in Francia espleta la mansione di garzone di bottega in numerosi esercizi commerciali, quindi si arruola presso il 12° Corazzieri di Rambouillet. Ha diciotto anni, qualche ricordo felice, specie quello della nonna da cui prenderà il cognome (come ai nostri giorni  farà Michel  Houellebecq), e una forte inclinazione per il gentil sesso.
La vita di caserma è dura come testimonieranno il Carnet du cuirassier Destouches (postumo) e Féerie pour une autre fois (1952). Ma all'ozioso arruolamento succederà la guerra vera esplosa nel 1914 con Sarajevo, e  con tutti i suoi indicibili orrori. Ad appena tre mesi di servizio viene ferito nella zona di guerra delle Fiandre, riceve una medaglia, e dopo una convalescenza a Parigi, viene spedito in un ufficio di Londra. Qui frequenta gli ambienti del contrabbando ai quali  in seguito si ispirerà per Guignol's Band (1944), sposa, senza conseguenze giuridiche, una entraîneuse di un bar, viene riformato, e parte per il Cameorun, dove svolgerà attività commerciale e  s 'inizierà ad una medicina elementare.
Colpito da malaria, rimpatria nel 1917.
Nell'autunno di quest'anno incontra Raoul Marquis, alias Henry de Graffigny, medico, al quale si ispirerà per il suo Courtial de Pereires di Morte a credito (1936). Insieme i due trovano impiego presso la Fondazione Rockefeller, e conducono lungo la Francia, nell'anno 1918, una campagna contro la turbercolosi. Nel frattempo Céline ha sposato la figlia di un professore di medicina di Rénnes in cambio della promessa di prendere la laurea, che giungerà nel  1924 con una tesi sul professore igienista ungherese Semmelweis, cui si deve, contro l'ostracismo dell'ambiente accademico, l'adozione di semplici norme igieniche che però  sconfissero le febbri mortali delle puerpere. A Semmelweis, segretamente si ispirerà il dottor Destouches in tutta la sua vita di medico.
In seguito alla chiamata del professor Rejchmann, Céline s'impiega, a Ginevra, con mansioni di medico igienista presso La Società delle Nazioni, e gira per tre anni l'Europa. Alla fine di questo periodo, nel 1926, la moglie chiede ed ottiene il divorzio. 
Nell'inverno di quell'anno Céline inizia una pièce teatrale  l'Eglise- non altro che uno schizzo del Viaggio al termine della notte, che apparirà nel 1932, dopo essere stato rifiutato da tutti gli editori tra cui anche Gallimard, che infine lo pubblicherà. Il romanzo ha un grande successo e fallisce di poco il premio Goncourt. Sarà ricompensato col  meno prestigioso premio Renaudot. 
Negli anni ginevrini incontra ed ama la ballerina americana Elisabeth Craig  e negli anni successivi rientra  con lei  a Parigi, dove, nel quartiere di Clichy, apre uno studio medico. In questi anni compila, alternando l'attività medica a quella letteraria ( e a quella di viveur notturno),  il Viaggio.
Nel 1933 la Società delle Nazioni lo invia in Germania dove ha modo di osservare l'ascesa di Hitler al potere. Da lì parte per gli Stati Uniti, ufficialmente per seguire il lancio del Viaggio negli USA, nei fatti per inseguire l'amore americano, che nel frattempo lo ha lasciato.
Nel 1934 inizia Morte a credito, trasposizione allucinata della sua infanzia. Conosce, alla fine del '35, Lucette Almansor, un'altra ballerina, che resterà la compagna di tutta la sua vita. Morte a credito viene stroncato dalla critica. Giudicato volgare, scatologico e pornografico, il romanzo sfocia in uno stile completamente nuovo, spezzato, anfanante, senza alcun rapporto con  modelli precedenti.
Céline s'impegna anche in un antisemitismo outré,  cui s'era iniziato negli anni precedenti. 
Nel 1936 si reca nell'URSS da dove ritorna ferocemente ostile ad un regime che si dice egualitario senza esserlo. Pubblica il primo di quattro pamphletsMea culpa, cui seguireanno Bagattelle per un massacro, in cui il delirio antisemita trova il suo esito ultimo, La scuola dei cadaveri (1938), dove auspica un'allenza franco-tedesca, e infine Les beaux Draps, 1941, dove estende il suo razzismo ai negri e ai gialli, popolazioni che Céline intende " rigenerare". Durante la seconda guerra sceglie le file collaborazioniste, ma vive la guerra in disparte, posando da  franco-tiratore e anarchico.
Nel 1943 sposa Lucette. Nel 1944 pubblica Guignol's Band, e adotta il gatto Bébert, futuro compagno di miserie. Al momento dello sbarco degli Alleati si trova  davanti al dilemma della fuga o del plotone di esecuzione. Fugge con la moglie e il gatto verso la Danimarca, attraversa una Germania devastata dalla guerra, viene bloccato dagli eventi per quattro mesi a Sigmaringen, infine  raggiunge Copenhagen, dove, nel dicembre del 1945 i due vengono arrestati. In prigione inizia Féerie pour une autre fois. Liberato ma assegnato a soggiorno obbligato tenta senza successo di rifarsi una vita in Danimarca. Nel 1951 rientra in Francia dove subisce un processo,  è condannato e amnistiato.


E' l'epiologo: la coppia, insieme all'inseparabile gatto si ritira a Meudon dove Céline continua a scrivere senza successo. Normance, 1954, ultimo volume di Féerie,  Entretiens avec le Professeur Y, lo stesso anno, Da un castello all'altro (1957), Nord (1961) e Rigodon (postumo, 1969).
 Nel luglio del 1961 una emorragia cerebrale pose fine alla sua vita.
Alfio Squillaci

Vedi  cenni biografici in fondo alla pagina... 

e anche un una riflessione su Bagattelle per un masscaro

...Morte a credito
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Esempio 1
«Nell'opera di Céline[...] la scrittura non è al servizio di un pensiero come un ben riuscito ornamento stilistico che sia sovrapposto all'affresco di una sottoclasse sociale; essa rappresenta veramente l'immersione dello scrittore nella spessa opacità della condizione che egli descrive. Senza dubbio si tratta sempre di una espressione, e la Laetteratura non è superata. Ma bisogna convenire che fra tutti i mezzi di descrizione (poiché fino a oggi  la Letteratura ha inteso essere soprattutto questo), l'apprendimento di un lignuaggio reale è per uno scrittore l'atto letterario più umano». 

Roland Barthes - Le degré zéro de l'écriture, Paris, Seuil 1953 - trad. it. Einaudi, Torino, 1972
CELINE in Rete:

 1. L.F. Céline. Il più bel sito dedicato a Céline. L'uomo, il suo lavoro, le polemiche, l'attualità. E' possibile sentire anche la sua voce.


2.L.F.Céline. Estratti di Voyage au bout de la nuit




L'anarchico Céline, che amava definirsi un cronista, aveva vissuto le esperienze più drammatiche: gli orrori della Grande Guerra e le trincee delle Fiandre, la vita godereccia delle retrovie e l'ascesa di una piccola borghesia cinica e faccendiera, le durezze dell'Africa coloniale, la New York della "folla solitaria", le catene di montaggio della Ford a Detroit, la Parigi delle periferie più desolate dove lui faceva il medico dei poveri, a contatto con una miseria morale prima ancora che materiale. Questo libro sembra riassumere in sé la disperazione del nostro secolo: è in realtà un'opera potentemente comica, in cui lo spettacolo dell'abiezione scatena un riso liberatorio, un divertimento grottesco più forte dell'incubo. 

In "Morte a credito" Céline racconta gli anni della sua vita (della vita del suo personaggio, del suo alter ego narrativo) dall'infanzia sino all'immediata vigilia dell'evento che segna l'inizio del primo romanzo ("Viaggio al termine della notte"), cioè la partenza, come giovanissimo volontario, per l'avventura-massacro della prima guerra mondiale. Introduzione di Giovanni Raboni. 

  
  


Di ritorno dall'Unione Sovietica nel 1936, Céline pubblica il primo dei suoi pamphlet politici. E' "Mea culpa" un libro che è la testimonianza di una delusione profonda e insieme una spregiudicata profezia. Un documento importante per capire uno dei più discussi autori del Novecento. 

"Casse-pipe" è in argot il tiro a segno e, per estensione, la guerra, dove i soldati sono esposti come pipe di gesso alla casualità del bersaglio. Ferdinand all'inizio del romanzo si presenta al cancello del 12° Corazzieri di stanza a Rambouillet. E' la sera del 3 ottobre 1912. Viaggio al termine di una sola notte, il libro racconta quel che accadde alla recluta parigina: ultima arrivata, e dunque vittima designata di una serie di violenze non soltanto verbali, testimone di un crescendo di grottesca demenza. La sua pattuglia vaga per tutta la notte sotto la pioggia, tra cavalli impazziti, alla ricerca di una parola d'ordine che nessuno ricorda più. 

  
Passage Choiseul
2me Arrondissement
Paris

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