Jonathan Coe - La banda dei brocchi-  Feltrinelli, Milano, 2002.

Ho letto in vacanza il romanzo di Jonathan Coe, "La banda dei brocchi". 
Dicono che Coe è uno scrittore mainstream, uno che ormai ha una formula ben riconoscibile, forma che applica a tutti i suoi romanzi. Incolla storie una sopra l'altra, anzi, le intreccia senza soluzione di continuità. Mi viene in mente il meccanismo di certe fiction televisive, quando si svolge un dialogo risolutivo (apparentemente, visto il contesto) tra due personaggi. Si arriva al nodo e la scena finisce, anche se sai che la ritroverai dopo. Invariabilmente. Ecco, in Coe i filamenti delle storie vanno dappertutto per poi ritrovarsi sempre. Il fatto è che lo sai che questa cosa succederà, soprattutto se l'hai già letto, Coe. Sai dal principio che ci sarà lo scioglimento, il quale non sarà necessariamente allegro, non necessariamente sorprendente.

Ho come l'impressione che Coe sia padrone di un'unica, per quanto godibilissima, modalità espressiva. Questo perché il tono qui non cambia rispetto ai romanzi precedenti, non cambia il procedimento d'impiallicciare storie che vengono ad accumularsi intorno ad un personaggio protagonista che è sempre visibile -ora più ora meno- sul fondale. Senti sempre la stessa trazione, la quale un po' ti rassicura e un po' ti delude come un riconoscimento a priori.

Dico questo perché dentro alla "La banda dei brocchi" si evidenzia la necessità dell'autore di cambiare registro rispetto al romanzo precedente, "La casa del sonno". Là una vicenda quasi eccessiva di personaggi e situazioni francamente molto singolari, qua invece l'intento di disegnare l'affresco di un'epoca (gli anni settanta galoppanti verso l'epoca thatcheriana) vissuta dall'interno di personaggi che hanno la stessa età dell'autore all'epoca dello svolgimento dei fatti narrati. C'è quindi una triplice valenza, ovvero l'istantanea scattata ad un'Inghilterra nel passato recente (con frequenti notazioni sociopolitiche), la decrittazione di un'età cruciale come l'adolescenza, lo scaricare a massa una
sotterranea e dissimulata matrice autobiografica.

In questo l'autore lavora per sottrazione, ciò non in senso meramente strutturale, bensì nel tono. Coe cerca di non alzare il tiro sul fattore storico o, e conseguentemente, pedagogico. Si tiene ai fatti, racconta storie, tira le fila della narrazione, dosa i suoi ormai noti dispositivi del colpo di scena. In questo lo riconosco pagina dopo pagina; lo riconosco al volo. Riconosco il sistema d'interpolare documenti di altra natura (persino tipografica) quali parti integranti della narrazione: le finte lettere del genitore reazionario, gli estratti dal giornale scolastico, gli appunti autobiografici non giustificati a destra di Benjamin, la lettera anonima sulla tresca di Anderton padre.

Ma niente da fare: apprezzo la volontà di cambiare registro di Coe, ma la sua cantilena mi è troppo famigliare. Leggo con profitto, mi svago alquanto, ma a lettura finita e a libro un po' rovinato, l'ho subito regalato, il volume.

Leziosa, di poco nerbo, bucolica ed eccessivamente mainstream la parte dedicata al ritrovarsi tra Benjamin e Cicely in Galles.

Nondimeno leggerò il seguito, quando uscirà. Per quanto ne so, infatti, ci saranno altre vacanze negli anni avvenire (e libri da mettere nello zaino).

Damiano Zerneri







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dal 15 sett. 2002
Ritagli di stampa
Coe, che è allievo diligente di scrittori come Queneau, Calvino, Perec e altri "ingegneri" del racconto, usa il cambio del punto di vista, l'inserimento di pagine di diario, di lettere, di articoli, il passaggio dalla terza alla prima persona nella voce narrante, e persino la cornice iniziale e finale, in cui si capisce che a raccontare tutta la storia sono due figli dei quattro moschettieri. Il risultato non è eccezionale, decisamente al di sotto dei precedenti libri - in particolare della Casa del sonno - che hanno almeno una tendenza all'esagerazione, al grottesco e tutto sommato sono anche un po' inclementi verso i propri personaggi. "La banda dei brocchi" poi è un romanzo che non si chiude, ma per poter avere un seguito, già annunciato alla fine, resta aperto, come una soap opera. A differenza dei prodotti televisivi però questo lungo romanzo non ha la velocità e l'icasticità delle immagini. Ci prova, accorciando la lunghezza dei capitoli, ma essendo Coe un narratore di riflessione, sintatticamente elaborato, tutto risulta rallentato.

"Espressonline" , 14/02/2002 
Marco Belpoliti , Amarcord molto british


-° -
[...]
Ben Trotter, narratore e alter-ego di Coe, sostiene d'essere uno specialista nel mancare gli appuntamenti epocali che prendono forma sotto i suoi occhi - sempre momentaneamente assente per prepararsi una tazza di te (attenzione: questo è un altro leit motiv della scuola dell'anti-divismo. Altro fulgido esempio ne è Julian Barnes che nel suo miglior romanzo, "Metroland", spedisce il protagonista a Parigi in pieno '68, senza che abbia la minima percezione di cosa capiti nelle piazze, perso com'è dietro alle sottane di una francesina).
[...]
Morale: "La banda dei brocchi" è un romanzo tenero, ilare e furbo. Ma siamo sempre lì, all'attacco di questo articolo. Al punto da supporre che anche un talento di razza come Coe alla fine abbia pensato d'allinearsi a quello che a tutti gli effetti è un potente trend commerciale. Per fortuna c'è un "ma". E' localizzato in fondo al libro e consiste in un capitolo intitolato "Il sottobicchiere verde" e in due righe collocate prima dell'indice. Da queste apprendiamo che "La banda dei brocchi" è la prima parte di una saga che nel secondo volume si sposterà al presente, seguendo i suoi eroi nel congestionato nuovo millennio targato Blair. E la curiosità è forte nel vedere Coe finalmente alle prese con una materia bollente come il contemporaneo, senza i filtri sentimentali né l'allure della storia del pop.

Stefano Pistolini da "L'Unità"
Esempio 1
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Trotter, Harding, Anderton e Chase: sembra il nome di un prestigioso studio legale; in realtà è un quartetto di giovani amici, che frequenta un liceo elitario di Birmingham, quel tipo di scuola che preleva giovani intelligenti dal loro background ordinario e li fa atterrare in una classe sociale diversa da quella d'origine. I ragazzi sono destinati a Cambridge e Oxford, a carriere importanti, mentre i genitori rimangono impantanati nel loro mondo di matrimoni sciovinisti, scontri sindacali, guerre di classe e di razza, ignoranza culturale. Siamo negli anni settanta, anni completamente marroni, come scrive Coe, dove s'incastrano sconvolgimenti sociali, lotte politiche, attentati dell'Ira, nuove richieste culturali. Su questo mare in tempesta cercano di destreggiarsi, con alterne fortune, i quattro ragazzi. A fianco del ristretto gruppo di amici, si muovono altre figure che aiutano a definire l'atmosfera e il sapore del tempo. Sono anni di grandi speranze egualitarie, di nuova musica, di grandi esperimenti sociali, di altrettanto grandi delusioni. Divertente, pungente e teneramente romantico, "La banda dei brocchi" fa per gli anni settanta ciò che "La famiglia Winshaw" ha già fatto per gli anni ottanta. 

La Frusta Letteraria - Rivista di critica culturale on line