J.M.Coetzee, Infanzia, trad. it. Einaudi,  Torino 2002 - 
Id., Gioventù, trad. it. Einaudi, Torino, 2003.
Id., Summertime, trad. it. in uscita. 


Un altro titolo sulla gioventù? Pare di sì, anche se, questa volta, ci affidiamo – nuovamente – ad una delle più grandi voci della contemporaneità letteraria: J. M. Coetzee. Il sudafricano, premio Nobel per la letteratura nel 2003, firma una nuova opera, quanto mai sconvolgente sebbene attesa: il terzo volume della sua autobiografia romanzata, Summertime (2009). 
Nell’ultimo quadro, dopo Infanzia (1997) e Gioventù (2002), l’autore dipinge un giovane uomo di circa 35 anni alle prese con una realtà incredibilmente complessa e multiforme, un mondo fatto di discriminazioni razziali, scelte accademiche, difficili relazioni emotive. Niente di nuovo, rispetto al Coetzee tradizionale dei romanzi – almeno fino a Vergogna (1999), ma quello che colpisce di quest’ultima cronaca è il distacco giornalistico che raddoppia la distanza della terza persona come voce narrante, un artificio associato spesso alla fiction piuttosto che alla biografia: in questo modo l’autore declina ogni pretesa veritativa ed ogni ulteriore ambiguità circa i paralleli tra la vita reale e quella del protagonista di Summertime, un quanto mai noto John Coetzee.

Conosciamo qualcosa di più sul famoso John Maxwell e scopriamo una grande naturalezza nella gestione del conflitto diegetico rispetto alle artificiose prove di Elizabeth Costello nel romanzo omonimo ed in Slow Man; col senno dell’estate, dunque, la lettura dei primi due volumi dell’autobiografia risulta più chiara e consapevole: ogni uomo è un’isola recitava il giovane nel secondo volume ed ora, a distanza di dieci anni, il soggetto si è solo cristallizzato in un bozzolo di alterità, «come una sfera, come una palla di vetro. Non c’è modo di relazionarsi con lui». Non è fatto per l’amore, è un soggetto tiepido che non arde.
Se Boyhood ci raccontava la vita di un bambino alle prese con una famiglia scomoda in uno stato altrettanto disagevole e Youth le svolte decisionali di un ragazzo nel centro dell’impero britannico, Summertime ci svela la morale quasi completa di un individuo per mezzo di una visione distorta: la storia infatti viene raccolta da un oscuro giornalista che colleziona le testimonianze delle persone più vicine allo scrittore nell’ultima fase della sua vita, in prevalenza donne. Coetzee si confronta in questo modo con quella sfera dell’umanità che colpisce tutti con la sovrabbondanza del senso. 

La nota riservatezza dell’autore reale è confermata, ma allo stesso tempo contraddetta, dall’apertura narrativa, sebbene incompleta, che dipinge un uomo con inflessibile schiettezza, senza lasciare mai al lettore la certezza della parola; spesso, infatti, il giornalista è smentito dagli intervistati, nella misura in cui la sua versione non coincide con la testimonianza rilasciata: non si può essere sicuri di quello che si legge, così come non si può essere certi della propria posizione geo-esistenziale, dal momento che il soggetto si disvela sempre là dove non è. 
Non sappiamo che ne sarà del John protagonista, allo stesso modo dei suoi fantasmi più giovani; tuttavia, le parole che egli rivolge al padre morente, sembrano cogliere esattamente il senso della fine: «Deve abbandonare alcuni dei suoi progetti personali e diventare un infermiere. Altrimenti […] dovrà dire queste parole al padre: “Non sono in grado di affrontare la prospettiva di assisterti notte e giorno. Ti devo abbandonare. Addio”. O l’una o l’altra: non c’è una terza via».
Scriversi, scrivere di sé, raccontare la propria storia è un modo autentico di dirsi? O è solo l’ennesimo velo che gli individui scelgono per convivere: ulteriore mimesi sociale o necessità esistenziale? Al di là di tutto, la trilogia di Coetzee offre questa prospettiva: tra la biografia e la narrativa esiste una forte analogia che rende conto della posizione del Sé nel mondo; più si combatte per pescare nel pozzo della soggettità, più le acque si mostrano limacciose e l’unico modo per la trasparenza cristallina sembra essere il racconto, la ricostruzione della memoria.


J. M. Coetzee, Infanzia, trad. it. Einaudi, Torino, 2001.
Id., Gioventù, trad. it. Einaudi, Torino, 2003.
Id., Summertime, trad. it. in uscita. 


Diego Dotari


 










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Esempio 1
Esempio 1
dal 9 nov. 2009
J. M. Coetzee (Città del Capo, Sudafrica, 1940) nato da una famiglia bianca di Afrikaaner, è uno dei maggiori narratori contemporanei di lingua inglese. Dopo essersi laureato alla University of Texas di Austin, tornò in Sudafrica, dove pubblicò la sua prima opera, Terre al crepuscolo, nel 1974. È l'unico scrittore che abbia vinto il prestigioso Booker Prize per due volte. Lo ottenne per la prima volta nel 1983, con La vita e il tempo di Michael K e per la seconda volta nel 1999, con Vergogna.

J. M. Coetzee  attualmente è Visiting professor of humanities all'Università di Adelaide (Australia). 

Premio Nobel per la letteratura 2003

Un reading di Coetzee al Festival della Letteratura di Mantova (Sett. 2004)
Che avesse ragione Pontiggia, quando sosteneva che i reading letterari sono delle 'euforiche esequie' sulle cui poltrone "educatamente s'attedia/ il pubblico di gente intelligente/ più della media" (G. Giudici)?
A Mantova, la star indiscussa di quest'ultima edizione da record del
festival della letteratura, che vanterà alla fine più di 50.000 visitatori,
è il sudafricano John Maxwell Coetzee.
E non solo perché è il più recente premio Nobel per la letteratura, ma anche per la sua proverbiale riservatezza, che trasforma la sua presenza qui in una sorta di epifania.
L'ampio spazio erboso del Cortile della Cavallerizza è gremito da diverse centinaia di lettori appassionati, e quasi altrettanti sono gli esclusi che non potranno assistere all'evento perché privi di prenotazione.

Coetzee si presenta all'appuntamento con barba e camicia bianche scortato da Paola Splendore, che insegna letteratura inglese alla università di Roma con particolare riguardo ai paesi anglofoni e postcoloniali (Sudafrica, India, Australia). Dopo un rapido intervento introduttivo della docente, Coetzee legge un suo racconto intitolato 'As a woman grows older', uscito tempo
fa sulla New York Review of Books e ancora inedito in Italia. E' chiaramente ispirato al suo ultimo libro,  Elizabeth Costello (edito da Einaudi), e di questo riproduce lo schema del viaggio all'estero e della lezione di un'anziana scrittrice in compagnia dei figli.

Complice il fatto che la narrazione è un po' lunga, che la lettura è salmodiante e monocorde, che la lingua  non è la nostra e pure che i reading letterari - seppur tenuti da un romanziere di questo calibro -
ispirano spesso un tedio letale, dopo poco tempo mi accorgo che una parte del pubblico non nasconde segni di insofferenza; e i miei vicini, una coppia sui vent'anni, all'inizio frementi ed ammirati, ora
cominciano a distrarsi bisbigliando fittamente e controllando eventuali sms sul cellulare.

Verrebbe da pensare che la logorrea non sia solo una semplice forma di maleducazione, seppur molesta e diffusa, ma denunci l'incapacità di accettare il silenzio e l'inattività, una specie di horror vacui di se stessi; quando in quel preciso istante Coetzee legge un brano in cui la
protagonista del racconto confida al figlio che uno dei tipici sintomi della senilità è la propensione a 'deplorare', l'attitudine a lamentarsi di continuo per come vanno le cose al mondo; e i motivi del suo biasimo
concernono proprio le cattive abitudini, come quella di conversare ad alta voce disturbando chi ti sta accanto.

Che le mie querimonie inespresse siano un segnale inquietante di invecchiamento o meno, resta che l'atteggiamento del pubblico conferma la validità della massima di Camillo Sbarbaro, secondo cui l'umanità si difende dal genio negandolo e se ne sbarazza riconoscendolo.
Come scriveva erostratos tempo fa, è che il mondo non ama i poeti. Apparentemente fa la coda per loro, li venera e li blandisce, ma
con l'intento non dichiarato e forse  inconsapevole di disinnescarli, di adoperarli come paradigmi rassicuranti e consolatori, un pezzo del rosario di citazioni colte da sfoderare al momento giusto; facendoli
così diventare i suoi cani da compagnia.
E i cani, nei romanzi di Coetzee (vedi il randagio del finale di Vergogna),
non fanno quasi mai una bella fine.

Forse è questa la ragione della sua piega amara della bocca, come di chi pensa che la vita abbia un cattivo odore; ma quella mutria non esprime la tipica alterigia dell'intellettuale snob, solo una comprensibile diffidenza verso quella folla di estimatori adoranti.
In Elizabeth Costello, il romanzo più impudico ed autoreferenziale di uno scrittore per altri versi schivo e riservatissimo, il personaggio principale è una vecchia e famosa scrittrice australiana che gira il mondo tenendo conferenze sulla letteratura; e nella prima di queste
paragona i suoi ammiratori a dei pesci rossi, all'apparenza innocui e simpatici, ma che presto si rivelano desiderosi di spartirsi le spoglie della balena agonizzante, di portarsi a casa un suo minuscolo brandello
di carne come souvenir.

Sempre nello stesso libro l'autore, per bocca della Costello, cita una scena del film 'Frances', quella in cui Jessica Lange interpreta il ruolo di una diva hollywoodiana che, per un esaurimento nervoso,
finisce in una corsia di manicomio. Qui, intontita dagli psicofarmaci, legata al letto e lobotomizzata, viene stuprata a turno dagli stessi infermieri che dovrebbero prendersi cura di lei; e uno di questi, accingendosi a violentarla, esclama "voglio proprio scoparmi una star del cinema!" In quella voce di una violenza ottativa, la Costello
avverte chiaramente "l'orrido rovescio dell'idolatria: il risentimento omicida".

Al termine della lettura, molti si dispongono pazientemente in fila per l'autografo di rito; che è pur sempre una forma garbata di possessione. 
L'anziano cetaceo accenna un sorriso stentato, firma e saluta i suoi educati pesci rossi; in fondo è a loro che deve il suo successo. Durante il reading, la voce di Coetzee s'imponeva una cadenza che
non tradisse esitazioni, ma il tono flebile ne denunciava l'artificiosità, come di chi stesse recitando una parte che non gli appartiene e non vedesse l'ora di porre fine a quell'imbarazzo.Già, il tono,"l'unica verità
del discorso, l'esatto rumore che ha l'intenzione di un uomo".

(dal Newsgroup Italia cultura libri)

Oggetto:  Coetzee a Mantova 
Da:  ionospam(at)beh.it (io) 
Gruppi:  it.cultura.libri 
Data:  Sep 18 2004 16:17:26 



Foe, romanzo del Nobel J.M. Coetzee (tr.it. F. Cavagnoli, Einaudi, 15) è un tributo in negativo a Robinson Crusoe. C'è un'isola sperduta nell'oceano in cui fa naufragio una donna alla ricerca della figlia rapita. Unici abitanti, un altro naufrago di nome Cruso e il suo schiavo muto Venerdì. Foe è lo scrittore al quale la donna affiderà i ricordi dei suoi giorni nell'isola. Ogni naufragio tende a trasformarsi in una fuga. Si naufraga e si vuole fuggire dall'isola, come capita alla donna. Oppure si naufraga e si trasforma la sventura in una fuga dal proprio passato come avviene a Cruso. In mezzo a questo mare sterminato, in un universo che può fare a meno del resto del mondo e come in quasi tutti i romanzi che parlano di acqua e naufragi, con il passare dei giorni e delle pagine arriva un momento in cui si capisce che si sta parlando di altro. 

Ecco uno di quei passaggi, quando la donna chiede a Cruso perché si ostini a costruire terrazzi pur non avendo nulla da seminare. "Pianteranno coloro che verranno dopo di noi e avranno la lungimiranza di portare con sé le sementi. Io mi limito a preparare il terreno". E poi con aria grave proseguì: "Vi prego di ricordare che non tutti gli uomini che portano il marchio del naufragio sono dei naufraghi nell'intimo". 

Da Republica.it >>>
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Con "Gioventú" J. M. Coetzee torna a raccontare la storia del ragazzino inquieto e pieno di sensi di ​colpa descritto in "Infanzia". Adesso il protagonista ha almeno dieci anni di piú. È un giudizioso studente universitario di matematica che coltiva un'ambizione segreta; vivere un'esistenza consacrata alla poesia e all'amore di donne d'eccezione, lontano dall'inferno del Sudafrica degli anni Sessanta e dall'identità afrikaner divenuta un marchio d'infamia. E dunque lo studente parte per una terra promessa, l'Inghilterra. "Gioventú" è la storia di un tenace apprendistato letterario e umano che finisce per infrangersi contro la realtà: una società filistea dalle aspirazioni mediocri, un'Europa invischiata nelle trame della Guerra fredda, un'esistenza schiacciata dalla grigia logica degli affari; e ancora, una connaturata malattia morale e intellettuale, che fa sentire la vita come un gioco in cui si può solo perdere. 

La Frusta Letteraria - Rivista di critica culturale on line