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Il Pinocchio di Collodi 

"Aspetto la mezzanotte, per partire" così risponde Lucignolo a Pinocchio
quando quest'ultimo, dopo averlo cercato a casa e per il paese, lo trova infine nascosto sotto il portico di una casa di contadini. A mezzanotte passerà un carro che va al Paese dei balocchi.

Pinocchio, invitato da Lucignolo ad unirsi a lui, tentenna, perché ormai ha intrapreso il cammino che dovrebbe portarlo a diventare un bambino come
tutti gli altri e non un burattino di legno. Ha ritrovato la Fata Turchina e si è riconciliato con la scuola, dove studia con profitto. Ma quella frase, quell'invito ad aspettare la mezzanotte per partire è una cosa che gli canta nelle piccolissime orecchie sbalzate con la sgorbia.

Ed è inevitabile la partenza nottetempo, perché con la sua vita savia tutta scuola e casa Pinocchio era scivolato fuori dall'universo delle favole, che tanto valeva Collodi ci mettesse un punto e chiudesse la storia. Pinocchio nella favola invece ci rientra, e per entrarci trova un sipario da scostare: la mezzanotte, la campagna solitaria nella quale tutti dormono (il sonno dei giusti), la lucina prima fievole e lontana, poi vicina del carro portato dall'omino di burro, che sembra tanto buono e gentile, con quella faccia di luna piena.

La favola è notturna e violenta. Comincia con due vecchi che si pestano come tamburi in un laboratorio di falegname. Si strappano vicendevolmente la  parrucca dal capo e i bottoni dalla giubba.

Il burattino di nome Pinocchio viene sbozzato, come tutti sanno, da un inquietante pezzo di legno parlante che Mastro Ciliegia regala a Geppetto.
Il burattino appena cavato fuori dal legno scappa via. Da lì in poi è pronto per il sacrificio, chè la favola per procedere si vale del suo corpo di "durissimo legno" a camminare oltre, quasi che già nei confronti della struttura della storia Pinocchio sia quello che avrebbe dovuto essere per Mangiafuoco, ovvero il combustibile del fuoco sotto il montone allo spiedo.

Pinocchio si addormenta coi piedi nel braciere e si sveglia monco. Viene legato come un salame dal Mangiafuoco e si salva dalla morte solo per la coraggiosa intercessione di Arlecchino. Finisce impiccato all'albero dai briganti che altri non sono che il Gatto e la Volpe. Un giudice gorilla lo sbatte ingiustamente in gattabuia per quattro mesi. Un contadino invece lo mette alla catena a far la guardia al pollaio in luogo del defunto cane Melampo. I due carabinieri gli aizzano contro un mastino feroce. Un pescatore orrendo come un mostro marino lo pesca con la sua rete, lo infarina e sta per buttarlo in padella a far frittura con triglie e naselli. Pinocchio al Paese dei balocchi si trasforma in ciuchino e viene
venduto al mercato. Il direttore del circo picchia/frusta il ciuchino Pinocchio. Un altro, successivo acquirente, vuole scuoiarlo per farne un tamburo. Infine,  tornato burattino (dopo che i pesci l'hanno sbranato in forma di ciuchino), viene inghiottito dal pescecane.

Collodi, il quale era un sano borghese con un bel cranio pelato, scapolo e fumatore di sigari toscani, intende con questo far capire che ai ragazzini birboni occorre una bella raddrizzata per convincerli della necessità di applicarsi negli studi, rispettare il papà, diventare un industrioso figliolo. Per far questo crea un castello di carte fatto di geografia fittizia e animali parlanti, perfidi carrettieri e bimbe turchine.

Ma in questo rivela la natura ambigua, ferina dell'universo fiabesco, la sua violenza persino esagerata. E qua ci sono due direzioni da seguire.
Ovvero, da un lato si può vedere com'è in qualche misura coercitivo il fine pedagogico perseguito dall'autore, com'è commisurato all'estensione dolorosa delle peripezie pinocchiesche; dall'altro si nota come il fattore scatenante del male sia anche qui un motore narrativo. La solennità della figura del burattino che lentamente agonizza appeso ad un albero spoglio..l'angosciante oscurità del ventre del pescecane (metafora pochissimo nascosta del potere terrorizzante/affascinante che l'oscurità e il sogno esercitano sui bambini).

Quando Pinocchio riemerge al bene, guarda tu, gran parte degli spettatori
in platea se ne sono andati a casa. Vedere il burattino che intreccia corbelli per badare al sostentamento del suo vecchio babbino, significa vedere lo spegnersi dell'avventura rocambolica. E se Pinocchio è un angelo caduto, ma caduto nel bene, il bene della favola non è né fiabesco né arabesco. Il divertimento sta piuttosto fuori, cioè dentro alla notte di Lucignolo seduto ad aspettare il carro, o nel mare in tempesta che romba fuori la spiaggia.

Notavo, leggendo, che tutti gli esseri umani in questa storia hanno caratteristiche ambivalenti. Anzi, sono più cattivi che buoni. Mangiafuoco è pronto a far fascina da fuoco dei suoi teneri burattini, ma poi starnutisce di tenerezza. Come pure il pescatore si pasce d'un'ingiustificata ferocia nel voler mettere nella padella quello che in fin dei conti è il frutto del suo lavoro di pescatore. Il contadino, poi,
non si fa scrupolo d'aggiogare il burattino, però onora anche la memoria del suo buon cane (che tanto buono non è) e, a faine catturate, libera all'istante il piccolo guardiano. Tutti hanno buone ragioni, ma anche un margine piegato in cattiveria, uno di quei margini che anche quando li ripiani lasciano sempre la traccia sulla carta.

Viceversa gli animali sono tutti buoni e leali, tanto che con Pinocchio si scambiano addirittura salvamenti di vita, vedi il mastino Alidoro e il tonno nella pancia del pesce cane. La lumachina al servizio della Fata ci mette nove ore di fatica per scendere quattro piani di scale e andare ad aprire al burattino che batte disperatamente alla porta. Mentre il colombo se lo carica in groppa e lo porta in volo per mille chilometri fino alla barchetta di Geppetto che lotta con le onde.

Certo, ci sono anche animali cattivi o comunque vittime delle storture della tipologia umana. Essi animali vestono appunto abiti da uomini. Il Gatto e la Volpe più di tutti, cenciosi/scaracchiosi. Il giudice gorilla, corredato di bianchi favoriti e tenuta da leguleio come l'avvocato equino Bucefalus di un racconto di Kafka. Il trio di medici (civetta, grillo e corvo) che inalbera burbanza e vuoto parolismo davanti al caso insoluto di Pinocchio ammalato.

Resta da dire della geografia fittizia nella quale camminano le avventure del protagonista. Si parte da una miserrima stanza che "prende luce da un sottoscala", ovvero l'abituro di Geppetto, per arrivare infine ad un lindo appartamentino che spunta come per incanto dopo una notte di riposo. In mezzo orti, boschi, strade, città come nei fondali di certi teleri del rinascimento.

Ma più di tutto il mare. "Si fermò e stette in ascolto. Quei suoni venivano di fondo a una lunghissima strada traversa, che conduceva ad un piccolo paesetto fabbricato sulla spiaggia del mare". Il primo lontano della favola è questo, ed arriva subito dal mare, che lì sulla riva c'è il teatro dei burattini.

Immagino in questo che Collodi, uomo di terraferma, immaginasse il mare come ricetto dell'ignoto, più ancora del sipario tessuto con la notte che ad un certo punto inghiotte il suo burattino. E Pinocchio, leggero e ligneo, galleggia/nuota sugli abissi, i quali inevitabilmente fanno di lui la vittima e il motore di tutta la favola.

Che il mare... mi fa pensare ad una delle illustrazioni che E. Mazzanti disegnò per la prima edizione della favola, anno 1883. Vi si vede un Pinocchio in fuga inseguito dal babbo Geppetto. Il burattino rimpicciolisce all'orizzonte da sembrare uno di quegli omini stilizzati delle clipart di word. E il poeta (Giorgio Caproni), che forse passava di lì, guardando quella sagoma pensò che voleva:
"Scolpire
il mare fino a farne il volto
del dileguante.."

Damiano Zerneri
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