Circle
dal 25 feb 2003
  Giuseppe Conte  - L’adultera - Longanesi, Milano 2008

          
Non è facile parlare di un libro così. Anche perché sa di mondi lontani.
Il primo effetto che sale dalle pagine è lo straniamento. È una conseguenza inevitabile che certi libri riescono ad ottenere, se li leggi.
Quando  ti ci immergi si verifica una scissione interiore, anzi mentale. Consumi le pagine come miele d’acacia e vedi subito il mare di Galilea. 
Antico, profondo, mosso da un vento leggero in superficie.
Il suo profumo domina il cuore del libro. Anche perché il primo amore di  questa donna profondamente umana è soltanto il mare.
Conte ha saputo " in due anni circa di gestazione " partorire un libro che dire femminile è limitante.
È sì una discesa all’interno della sensibilità delle donne. Ma con qualcosa che ha lasciato un segno duraturo. 
Il poeta, e non lo scrittore, ha saputo vivere la passione bruciante della donna adultera, e  sciogliere nella carnalità una  parte liquida di comprensione.
Non è un luogo comune. È umanità e tolleranza per tutto ciò che è umano.
Il mare e la lussuria. Anche qui però va detto che non è carnalità, e non è lussuria al cento per cento. L’adulterio è tale soltanto sulla carta. Lì sow="Shape" height="125" uniqueID=a tanto profondamente da smemorare quello che si deve e non si deve fare.
È questione di punti di vista. Anche se l’occhio del poeta sa offrirci una trama delicata dell’amore.
L’amore è pagano, nel libro. È forte, acceso come un vulcano. Sa di terra bruciata, di legami recisi con una forza che non conosce  la stabilità. E la fedeltà. O meglio la conosce soltanto se la passione la sostiene.
Chi veramente è in grado di biasimarla, una donna così, fedifraga per aver amato forse chi troppo la prendeva nel cuore. Senza sconti e con tutto un corpo troppo bello per restare alle soglie della normalità. E dentro i segni del rispetto di ciò che si conviene.
Le immagini che Conte riesce ad incidere sono tali da impressionare l’animo. Restano scolpite nella mente come medaglioni di sesso che bolle ma non si vede.
La mano è sempre leggera. Tale è la cifra di chi riesce a scrivere di sesso senza fartelo praticamente sentire se non per schiocchi mentali, o come attraverso un velo di farfalla. Come un’ombra cinese.
Dove c’è il piccante che non riesce a piquer per la sua malinconica dolcezza.
Melancolia, la chiamavano i poeti.
Conte è poeta e ligure. Suoi sono i canti interiori che quindi consegna all’adultera. Quelli del poeta. Suo è l’amore per il mare che fa di questa donna perduta un amante terribile delle acque più chiare. Conte puoi vederlo al mattino quando esce di casa, e guarda il mare. Ha sguardo sereno, di chi ha visto mille navi, e seguito onde diverse. Così riesce ad incidere nell’animo di una donna della Galilea una trama di echi che " però " sono anche liguri. E sanno di aria che rimbomba nelle orecchie.
Ecco perché una storia calda è diventata un racconto narrato come se si parlasse di una sirena. Che vive con un corpo legato alla terra, ed un’anima che si strugge per l’acqua.
È un richiamo antico. Un canto sentito da bambina che ripercorre il libro in tutte le sue fibre più interne.
Certo. Alcune immagini, come dicevo, non le potrete dimenticare. Ed una certa voglia furiosa di terminare il libro che comincia a far breccia nella mente mentre si prendono le pagine.
Quella dell’amore finale, che sfocia in una tragedia umana e personale, lascia cenere sulle gengive. E sembra quasi rammaricarsi la penna dello scrittore che l’ha portata fin qui quasi a volerci dire che l’aspro fosse finito. Ma tutto il miele non finisce mai. E se si è presi da una certa passione “organica”, è ben difficile liberarsene. È come quando si è prigionieri di una pietra che ti sta attorno e ti è quasi carne rigida addosso. Come una corazza molle che ti si è spalmata fin quasi ad essere divenuta una seconda pelle. Cartilaginea, ma dura come un filo di ferro che i liguri usano per contenere le piante e non farle storcere mentre guardano verso l’alto.
Conte ha vissuto come questa donna. Nella fantasia l’ha vissuta e l’ha amata dal profondo. Non si spiega diversamente una compenetrazione così affondata tra uomo e personaggio letterario. A volte le donne, nei libri, riescono più umane se narrate e create dagli uomini. Ma questi " tutto sommato " devono possedere uno sguardo dove ogni  occhio si quieta e trova la calma.
Se aprite la quarta di copertina e guardate gli occhi di Conte, ci troverete un passaggio fermo di saggezza e mestizia come di chi ha saputo accettare.
E di chi ha saputo vedere la felicità. Per un attimo lungo.
Come si dice nel romanzo, la felicità cos’è, noi ne parliamo ma nessuno può dire di averla mai posseduta veramente.
Se guardate quegli occhi, ne avrete però una percezione. Come un’ombra, che però fa sentire, in lontananza, l’onda del mare. Ed ancora se ne sente l’eco.
Spiace soltanto che questo libro non abbia partecipato al Libro del Mare.
Perché esso è il libro del mare.

Alberto Pezzini
   
 Il romanzo racconta la storia di una donna che vive nel I secolo dopo Cristo, una donna come tante altre, ma a cui il destino riserva il più straordinario degli incontri. Sorpresa in flagrante adulterio una mattina d'ottobre a Gerusalemme, viene trascinata al Tempio di Salomone per essere lapidata. Ma al Tempio c'è il Maestro Yoshua ben Yossef, in seguito noto come il Cristo, che se ne sta a scrivere parole misteriose sulla polvere mentre la folla è in tumulto, e la salva dalla lapidazione e la perdona. Chi era questa donna, di cui il Vangelo secondo Giovanni non dice assolutamente nulla? È a lei, all'adultera madre di tutte le adultere, che Giuseppe Conte dà la parola, in una trepidante e commossa prima persona. Il lettore conosce così tutte le sfumature della sua sensibilità e della sua anima di donna e di amante, una donna qualunque del suo tempo con le passioni e le emozioni delle donne di ogni tempo, che vede la sua vita spezzata in due da quell'incontro. 
dal 21 feb 2009
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