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Gabriele d'Annunzio, L'innocente .

Un matrimonio di fine Ottocento, una coppia di ricchi possidenti 
terrieri, belli e colti. 
         Lui, Tullio Hermil, raffinato intellettuale dotato di un temperamento volubile e passionale. Dissoluto e spregiudicato, adducendo semplicistiche ed egoistiche giustificazioni, si macchia di numerose colpe presso la moglie Giuliana (da cui ha avuto due figlie), tradendola ripetutamente con bellissime donne conosciute e frequentate nei salotti romani. Incapace di resistere alle innumerevoli tentazioni carnali che la vita altolocata gli propone, dimentico dell'antica passione che anni prima lo ha legato a Giuliana, Tullio conduce una vita fatta di voluttà incontrollate, con triste e rassegnata consapevolezza della moglie, senza mai nasconderle la verità, credendo così di diminuire la propria colpa. 
         Lei, Giuliana, donna sensibile e raffinata, intelligente e colta, dissimula la straziante tristezza provocatale dalle continue mancanze del marito, trascorrendo le proprie giornate in compagnia delle due figlie e della madre di Tullio, donna saggia e buona che nutre per lei un affetto quasi materno.
         Il divario tra i due personaggi appare al lettore lampante; Tullio incarna ciò che di più sensuale e quasi crudele possa appartenere alla natura umana; è consapevole di nuocere alla moglie e ne trae però quasi un sadico godimento, il suo egoismo lo conduce spesso a giustificare con la propria superiorità intellettuale la libertà dei propri costumi: "Io credevo che per me potesse tradursi n realtà il sogno di tutti gli uomini intellettuali: essere costantemente infedele ad una donna costantemente fedele". 
Affascinante e deplorevole allo stesso tempo, la sua insensibilità nei confronti della moglie fedele e sofferente suscita un'indignazione mista a biasimo, ma risulta impossibile non rimanere impigliati nell'intrigante rete dei suoi pensieri così contorti, sempre diversi; all'interno della sua mente si alternano personalità sempre nuove, spesso opposte: "Silenziose onde di sangue e d'idee facevano fiorire sul fondo stabile del suo essere, a gradi o a un tratto, anime nuove. Egli era multanime". 
         Giuliana invece, così dignitosa ed equilibrata anche nell'atroce sofferenza, rappresenta la purezza e la genuinità; nonostante le continue umiliazioni inflittele dal marito, non serba nei suoi confronti alcun rancore, ma soltanto un amore inesauribile. Di salute cagionevole, si lascia illudere da un apparente riavvicinamento da parte dell'adorato marito che, in un impeto di passione restaurata, torna tra le sue braccia, sempre fedele e sempre pronta ad accoglierlo. Proprio la delusione derivata dall'ennesima fuga di Tullio in compagnia della conturbante amante Teresa Raffo, causa un ulteriore allontanamento della coppia, già tormentata; Giuliana, "turris eburnea", donna inattaccabile ed inespugnabile nella sua fedeltà coniugale, cede alle lusinghe del giovane scrittore Filippo Arborio e, dall'unico e fugace convegno amoroso tra i due, rimane incinta ("T'amo, t'ho amato sempre, sono stata sempre tua, sconto con questo inferno un minuto di debolezza, intendi? Un minuto di debolezza"). 
In Tullio, il sospetto che la moglie abbia potuto cedere alle attenzioni di un altro diviene un tarlo, un tormento; la gelosia carnale e la consapevolezza di poter perdere colei di cui ha sempre data per certa la presenza, lo gettano dapprima nello sconforto più buio, poi lo spingono a quel riavvicinamento un tempo tanto atteso da Giuliana, ma che, ora che lei porta dentro di sé il frutto del tradimento, coincide con un nuovo e più atroce supplizio.
Col tempo i segni della "cosa tremenda", "dell'intruso" cominciano a palesarsi nel ventre e nel corpo di Giuliana, provocando il giubilo dei parenti ignari della verità ed entusiasti per la nascita di quello che potrebbe essere il tanto sospirato erede maschio, insieme alla rabbia e al rancore di Tullio. Tra i due sposi è nata una sorta di diabolica complicità; assetati della passione per tanto tempo dimenticata, ansiosi di poter finalmente ricongiungersi nella felicità coniugale di un tempo, la nascita del frutto dell'adulterio di Giuliana costituisce per entrambi un ostacolo insormontabile, un incubo che aumenta con l'ingrossarsi di giorno in giorno del grembo della madre. L'innocente che aspetta di venire alla luce è oggetto d'odio sia da parte di Tullio, che lo considera la prova vivente dell'affronto subito dalla moglie, sia della stessa Giuliana, che, assolutamente priva di qualsiasi affetto materno (e questa è davvero la nota più crudele di tutta la complicata situazione) vive la gravidanza come punizione divina per il cedimento tanto rimpianto. 
         Uno straordinario d'Annunzio, come ne Il Piacere , propone con la sua inimitabile prosa, elegante e preziosa, un altro quadro delle complesse e affascinanti dinamiche amorose, regalandoci un personaggio, Tullio Hermil, ammaliante e straordinario in tutta la sua perversione e in tutta la sua volubilità, un amante passionale e un intellettuale acuto, capace di coinvolgere e avvolgere con le sue riflessioni introspettive così vere, così umane.  Una storia quasi impossibile a tratti, ma, come sempre e solo d'Annunzio sa fare, capace di esprimere con parole che toccano l'anima e vi rimangono impresse a lungo, tanti di quei sentimenti inesplicabili e di quelle sensazioni irripetibili che spero tutti abbiano la facoltà di provare nel corso della vita.

Emma S.  17 anni
Beati immaculati...

Andare davanti al giudice, dirgli: "Ho commesso un delitto. Quella povera creatura non sarebbe morta se io non l'avessi uccisa. Io Tullio Hermil, io stesso l'ho uccisa. Ho premeditato l'assassinio, nella mia casa. L'ho compiuto con una perfetta lucidità di conscienza, esattamente, nella massima sicurezza. Poi ho seguitato a vivere col mio segreto nella mia casa, un anno intero, fino ad oggi. Oggi è l'anniversario. Eccomi nelle vostre mani. Ascoltatemi. Giudicatemi". Posso andare davanti al giudice, posso parlargli così?
Non posso né voglio. La giustizia degli uomini non mi tocca. Nessun tribunale della terra saprebbe giudicarmi.
Eppure bisogna che io mi accusi, che io mi confessi. Bisogna che io riveli il mio segreto a qualcuno.
A CHI?


 Il primo ricordo è questo.
Era di aprile. Eravamo in provincia, da alcuni giorni, io e Giuliana e le nostre due bambine Maria e Natalia, per le feste di Pasqua, in casa di mia madre, in una grande e vecchia casa di campagna, detta La Badiola. Correva il settimo anno dal matrimonio.
Ed erano già corsi tre anni da un'altra Pasqua che veramente m'era parsa una festa di perdono, di pace e d'amore, in quella villa bianca e solinga come un monasterio, profumata di violacciocche; quando Natalia, la seconda delle mie figliuole, tentava i primi passi, uscita allora allora dalle fasce come un fiore dall'invoglio, e Giuliana si mostrava per me piena d'indulgenza, sebbene con un sorriso un po' malinconico. Io era tornato a lei, pentito e sommesso, dopo la prima grave infedeltà. Mia madre, inconsapevole, con le sue care mani aveva posto un ramoscello d'olivo a capo del nostro letto e aveva riempita la piccola acquasantiera d'argento che pendeva dalla parete.
Ma ora, in tre anni, quante cose mutate! Tra me e Giuliana era avvenuto un distacco definitivo, irreparabile. I miei torti verso di lei s'erano andati accumulando. Io l'aveva offesa nei modi più crudeli, senza riguardo, senza ritegno, trascinato dalla mia avidità di piacere, dalla rapidità delle mie passioni, dalla curiosità del mio spirito corrotto. Ero stato l'amante di due tra le sue amiche intime. Avevo passato alcune settimane a Firenze con Teresa Raffo, imprudentemente. Avevo avuto col falso conte Raffo un duello in cui il mio disgraziato avversario s'era coperto di ridicolo, per talune circostanze bizzarre. E nessuna di queste cose era rimasta ignota a Giuliana. Ed ella aveva sofferto, ma con molta fierezza, quasi in silenzio.

C'erano stati pochissimi dialoghi tra noi, e brevi, in proposito; nei quali io non avevo mai mentito, credendo con la mia sincerità diminuire la mia colpa agli occhi di quella dolce e nobile donna che io sapevo intellettuale.
Anche sapevo che ella riconosceva la superiorità della mia intelligenza e che scusava in parte i disordini della mia vita con le teorie speciose da me esposte più d'una volta in presenza di lei a danno delle dottrine morali professate apparentemente dalla maggioranza degli uomini. La certezza di non essere giudicato da lei come un uomo comune alleggeriva nella mia conscienza il peso dei miei errori. "Anch'ella dunque - io pensavo - comprende che, essendo io diverso dagli altri ed avendo un diverso concetto della vita, posso giustamente sottrarmi ai doveri che gli altri vorrebbero impormi, posso giustamente disprezzare l'opinione altrui e vivere nella assoluta sincerità della mia natura eletta."
Io ero convinto di essere non pure uno spirito eletto ma uno spirito raro; e credevo che la rarità delle mie sensazioni e dei miei sentimenti nobilitasse, distinguesse qualunque mio atto. Orgoglioso e curioso di questa mia rarità, io non sapevo concepire un sacrificio, un'abnegazione di me stesso, come non sapevo rinunciare a un'espressione, a una manifestazione del mio desiderio. Ma in fondo a tutte queste mie sottigliezze non c'era se non un terribile egoismo; poiché, trascurando gli obblighi, io accettavo i benefizi del mio stato.
A poco a poco, infatti, di abuso in abuso, io era giunto a riconquistare la mia primitiva libertà col consenso di Giuliana, senza ipocrisie, senza sotterfugi, senza menzogne degradanti. Io mettevo il mio studio nell'esser leale, a qualunque costo, come altri nel fingere. Cercavo di confermare in tutte le occasioni, tra me e Giuliana, il nuovo patto di fraternità, di amicizia pura. Ella doveva essere la mia sorella, la mia migliore amica.
Una mia sorella, l'unica, Costanza, era morta a nove anni lasciandomi in cuore un rimpianto senza fine. Io pensavo spesso, con una profonda malinconia, a quella piccola anima che non aveva potuto offrirmi il tesoro della sua tenerezza, un tesoro da me sognato inesauribile. Fra tutti gli affetti umani, fra tutti gli amori della terra, quello sororale m'era sempre parso il più alto e il più consolante. Io pensavo spesso alla grande consolazione perduta, con un dolore che la irrevocabilità della morte rendeva quasi mistico. 

L'Incipit
Esempio 1
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