Erri De Luca -  Il peso della farfalla - Feltrinelli, Milano, 2009

Il camoscio, orfano ma vincitore, ha ucciso il maschio avversario, e anche l'aquila che volava bassa. Ha una farfalla sul corno.
«Gli zoccoli del camoscio sono le quattro dita del violinista. Vanno alla cieca e non sbagliano millimetro. Schizzano su strapiombi, giocolieri in salita, acrobati in discesa, sono artisti da circo per la platea delle montagne» (p. 13).

L'odore del bracconiere – la «bestia assassina», che ne ha abbattuti trecentosei - rammenta al camoscio la morte di mamma: la sola perduta per sempre, quel giorno, per mano dell'uomo, e del suo fucile.
Il bracconiere sa di essere un «vile», di vivere con tanta «bassezza» - con quel suo sparare a chi salta i dirupi: l'angelo caduto che s'invola, come fa il suonatore sulle corde del violino o sui tasti del pianoforte.

Fiaccato è oramai, col suo cuore di vecchio, il cacciatore di frodo. Anche il re camoscio ha un suo cuore di vecchio, che non pompa più come prima: e lo si sente, a saltare. Forse sa che il cacciatore, col passare degli anni, ha imparato a fiutare.
Un'altra farfalla si posa sul fucile lubrificato: questa volta non coperto di sterco, a occultarne l'afrore di olio. È un po' come volersi annunciare al camoscio. 

Un'aquila vede una bestia per terra. Con le zampe le squarcia via il petto; si prende quel cuore, e poi vola giù.
«Un uomo che non frequenta donne dimentica che hanno di superiore la volontà. (…). Un uomo che non frequenta donne è un uomo senza. Non è un uomo e basta, nient'altro da aggiungere» (p. 35).
E ancora: «Toccare la mano di una donna, per un uomo senza, è un salto nel sangue»  (p. 37).

Nel silenzio della lettura il quale sempre, per qualsiasi lettore, tiene dietro a qualcosa di eccessivo e chiassoso [un che di mortalmente carnascialesco, come la festa de I vitelloni che ti punta dritta allo sterno come un picchio impazzito di Hitchcock], incontriamo – se pure nelle rimembranze del bracconiere canuto – quella femmina giovane di camoscio, ammazzata con il suo piccolo. Questi aveva seguito sua madre, mentre ella crollava e cadeva, e poi ancora balzava giù inerte su di un altro dirupo: la rincorse fin che lei stette ferma, dopo avere saltato per l'ultima volta. Quando poi il bracconiere raggiunse la madre, guardò bene negli occhi quel piccolo, vicino alla morta, in silenzio; e decise che non guadagnava più sui camosci, giù a valle (non l'aveva mica visto, il cucciolo, prima di mirare e sparare).

È novembre. Non fa più rumore quella pioggia, che è bassa. L'aria è come ovattata, tra i monti.
«Non gli era capitato di sposarsi», al vecchio bracconiere. «Al pensiero vedeva un piccolo se stesso di marzapane, vestito di bianco e nero in cima a una torta nuziale» (p. 5 0).
Le sue donne di rado lo hanno seguito fin su, là dove c'è, sulla cima del bosco, il rifugio con il camino - dove lui si riposa con il fuoco acceso. 
Vive come stambecco, oramai, il bracconiere. E come stambecco, alle volte, si accoppia in paese.

De Luca non evoca Hemingway, perché non c'è "machismo" nella sua poesia in prosa. 
Sta agli antipodi anche di uno scrittore come Stefano D'Arrigo, col suo Horcynus orca: quest'ultimo, se si fa il confronto, è il romanzo di tutta una vita; quello di De Luca semplicemente l'infarto esiziale: silente come l'ultimo grumo che occlude l'arteria, di netto.
E c'è meno "mestiere", in questo libriccino, rispetto a un testo, pure assai breve, come Novecento di Alessandro Baricco – sebbene anche quel personaggio eponimo, creato dal "musicista" torinese, in fondo era un uomo solo, che se ne stava lì a suonare sul bastimento.
Ed invero De Luca risulta essere, altresì, meno petulante, rispetto a un Valerio Magrelli del Condominio di carne: ché si può morire in un attimo – "cosificarsi" nel gelo con il vecchio camoscio - senza fare patemi su tanti malanni, e pure vivere ancora.

Noi sentiamo piuttosto, in questi misurati tocchi di De Luca – in queste poche pagine come di salino lacrimare sordo –, quel certo tono «scabro ed essenziale» dei montaliani Ossi di seppia. Ma, sopra tutto, avvertiamo in sottofondo i tocchi e i «miti» del migliore Cesare Pavese, particolarmente quello di Lavorare stanca.
Si può essere simili, dal 1936 al 2009, in letteratura, senza essere scontati, quando i temi sono quelli, e quelli gli odori: le bestie e le colline o le montagne; poi la morte ed il sesso lontano: quelle cose comuni. 
Si può camminare insieme dopo più di settant'anni, fra artisti, fianco a fianco, senza essere sovrastrutturati. E ciò accade quando si fa assurgere – giustamente - a maestro lo scrittore di Santo Stefano Belbo, il quale incredibilmente, da autore fin troppo à la page, è finito nel dimenticatoio insieme a Moravia (e assai più di Tenco), a tutto a vantaggio – piuttosto opinabile, secondo noi - di Italo Calvino.
Come in Pavese, l'animo di De Luca è un po' quello – diremmo - di un (ex-)marxista «ferito a morte», per citare il titolo di un altro artista partenopeo. Fatto si è che il Nostro sembra rimanere all'essenza, e comunque anzitutto, un  poeta.

Quel che, però, si può – e, almeno a parer nostro, si deve – conclusivamente osservare, è ciò che segue: 
a) se è vero, come è vero, che in questo romanzo De Luca pedina non poco le orme pavesiane, va tenuto altresì presente che, sebbene molto autorevoli e anche al fondo piuttosto ben rivisitate, si tratta, comunque e chiaramente, di orme assai invecchiate; sì che tutto potrà dirsi, del breve racconto sul cacciatore infartuato e sul vecchio camoscio ucciso, meno che si tratta di un quid di originale per il lettore e il critico del corrente secolo;
b) meno che meno, del resto, potrà ragionevolmente affermarsi che – per così dire – l'"allievo", a più di un settantennio dalla pubblicazione di Lavorare stanca, superi il "maestro"; perché Pavese sì, a differenza di quanto fa oggi il Nostro, dal '36 al '50 seppe sviluppare una sua propria – peraltro approfondita - originalità dell'epoca, debitrice al più di una certa letteratura americana, mentre Il peso della farfalla rimane comunque un breve racconto ben scritto senza fallo, eppure – piaccia o meno il sentirlo dire senza tentennamenti di sorta - profondamente scontato, superficiale sino all'imbarazzo, e peraltro logoro e stantio anzichenò.
Che poi Erri De Luca sia oramai, in Italia e nel mondo, denominato correntemente «lo scrittore del decennio», in una con il fatto che egli conchiuda il decennio stesso con il brevissimo racconto in parola – presentandolo di persona finanche a Los Angeles e altrove sul globo terraqueo -, sono dati effettuali nient'affatto casuali, a tutti noti nella loro insensatezza, così come nella loro, in fin dei conti agevole e risibile, spiegabilità. 

Federico M. Giuliani

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dal 6 aprile 2010
Il re dei camosci è un animale ormai stanco. Solitario e orgoglioso, da anni ha imposto al branco la sua supremazia. Forse è giunto il tempo che le sue corna si arrendano a quelle di un figlio più deciso. E novembre, tempo di duelli: è il tempo delle femmine. Dalla valle sale l'odore dell'uomo, dell'assassino di sua madre. Anche l'uomo, quell'uomo, era in là negli anni, e gran parte della sua vita era passata a cacciare di frodo le bestie in montagna. E anche quell'uomo porta, impropriamente, il nome di "re dei camosci" - per quanti ne aveva uccisi. Ha una Trecento magnum e una pallottola da undici grammi: non lasciava mai la bestia ferita, l'abbatteva con un solo colpo. Erri De Luca spia l'imminenza dello scontro, di un duello che sembra contenere tutti i duelli. Lo fa entrando in due solitudini diverse: quella del grande camoscio fermo sotto l'immensa e protettiva volta del cielo e quella del cacciatore, del ladro di bestiame, che non ha mai avuto una vera storia da raccontare per rapire l'attenzione delle donne, per vincere la sua battaglia con gli altri uomini. "In ogni specie sono i solitari a tentare esperienze nuove," dice De Luca. E qui si racconta, per l'appunto, di questi due animali che si fronteggiano da una distanza sempre meno sensibile, fino alla pietà di un abbraccio mortale. 
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