Erri De Luca –  Il peso della farfalla - Feltrinelli, Milano 2009

Valutazione XXXXX/5
 
Il fatto si racconta presto: nel libro di Erri De Luca è descritta l’inesausta caccia di un bracconiere che tenta di catturare il re dei camosci tra i dirupi del monte Sella in Trentino. I pazienti e puntigliosi agguati dell’uomo sono ogni volta elusi dall’animale, perché tra i due è il camoscio il più astuto e agile. 
Alla fine, la vicenda si chiude con la morte di entrambi, ormai vecchi, durante l’ultima contesa a corpo a corpo quando, entrambi sconfitti, finiranno sepolti sotto la neve in un abbraccio estremo, perché la loro battaglia non è stata determinata dall’odio: anzi, il bracconiere ha sempre ammirato il camoscio, considerato un avversario, non un nemico, rispettato per la potenza fisica e l’abilità che l’ha fatto ogni volta uscire indenne dagli appostamenti.
Nonostante ciò, la lotta primordiale non poteva essere evitata, essendo ciascuno inserito nel proprio ruolo: l’uno predatore, l’altro preda, e così era sempre stato, fin da quando il bracconiere aveva iniziato a uccidere i camosci, dai quali dipendeva la sua sopravvivenza attraverso la vendita della carne, delle pelli e delle corna, queste ultime ricercate dagli acquirenti perché fatte poi passare come trofei di caccia personale.
Le passate vittorie, ormai giunte a oltre 300, non potevano però bastare all’uomo, che non aveva mai rinunciato all’ambizione di catturare anche il re, il più bello, il più veloce, capace di compiere salti prodigiosi da una rupe all’altra quasi dotato di ali, il maschio possente, dominatore per lunghi anni dell’intera colonia, in cui molti erano suoi figli. 
Il re dei camosci conosceva l’uomo, che gli aveva ucciso la madre, e lo sapeva perché aveva visto, ancora cucciolo, difeso da lei che si era sacrificata per salvarlo; cresciuto, aveva accettato la sfida.
Le simpatie dell’A., e certo del lettore, sono rivolte all’indomito camoscio, anche se non si può fare a meno di ammirare l’audacia del cacciatore, che ha dovuto combattere una propria battaglia contro le guardie forestali decise a bloccarne l’attività, quindi a sua volta braccato.
Un racconto semplice, snodato in pochi fatti, eppure la perfezione della scrittura l’ha trasformato in un inno solenne alla natura e alle sue creature selvagge. Il titolo del volume accenna all’impronta quasi evanescente delle ali che una farfalla bianca lascia a ogni ritorno di primavera sulla poderosa impalcatura delle corna del camoscio, insanguinate per la lotta in difesa del branco contro i predatori. L’A. riprende spesso l’accenno a tale traccia misteriosa, alla maniera dei temi musicali che a tratti ritornano nello sviluppo di una sinfonia.
Il libro è completato da un delicato saggio, “Visita a un albero”, un cirmolo che appare come il simbolo stesso della montagna, quasi emanazione della roccia su cui è abbarbicato. 
Le ultime otto pagine nella loro compiutezza sono un piccolo pezzo di bravura, con le stesse caratteristiche di scrittura alta della storia precedente; per restare nell’immagine musicale, potremmo paragonare il racconto a una di quelle deliziose composizioni brevi di certi grandi compositori settecenteschi. 
Armanda Capeder

Armanda Capeder è giornalista, specialista di Linguistica Italiana, settore per il quale redige da oltre quattro anni una serie di articoli sul mensile “Studi Cattolici” delle milanesi Edizioni Ares.
Sullo stesso argomento ha scritto, per l’Assessorato alla Cultura della Provincia di Milano, un piccolo manuale che ha incontrato ampio successo, “L’anacoluto non è una parolaccia”, pubblicato nel 2004.
Per 10 anni ha tenuto Corsi di Scrittura Creativa presso un Ente pubblico collegato col Comune di Milano. 
Ha pubblicato 5 romanzi, 2 libri di fiabe e numerosi testi di cultura generale editi da Fabbri, Rizzoli, Domus.
Leggi nel link in basso le sue letture raggruppate nella rubrica:  "Scegliere il libro giusto". Le sue valutazioni, espresse in X, variano da 1 a 5.


dal 12 nov 2011

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Il re dei camosci è un animale ormai stanco. Solitario e orgoglioso, da anni ha imposto al branco la sua supremazia. Forse è giunto il tempo che le sue corna si arrendano a quelle di un figlio più deciso. E novembre, tempo di duelli: è il tempo delle femmine. Dalla valle sale l'odore dell'uomo, dell'assassino di sua madre. Anche l'uomo, quell'uomo, era in là negli anni, e gran parte della sua vita era passata a cacciare di frodo le bestie in montagna. E anche quell'uomo porta, impropriamente, il nome di "re dei camosci" - per quanti ne aveva uccisi. Ha una Trecento magnum e una pallottola da undici grammi: non lasciava mai la bestia ferita, l'abbatteva con un solo colpo. Erri De Luca spia l'imminenza dello scontro, di un duello che sembra contenere tutti i duelli. Lo fa entrando in due solitudini diverse: quella del grande camoscio fermo sotto l'immensa e protettiva volta del cielo e quella del cacciatore, del ladro di bestiame, che non ha mai avuto una vera storia da raccontare per rapire l'attenzione delle donne, per vincere la sua battaglia con gli altri uomini. "In ogni specie sono i solitari a tentare esperienze nuove," dice De Luca. E qui si racconta, per l'appunto, di questi due animali che si fronteggiano da una distanza sempre meno sensibile, fino alla pietà di un abbraccio mortale..

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