Cesare De Marchi - Il talento - Feltrinelli, Milano, 1997, pp.283.

Non so se sia corretto, nel dar conto di un libro, riferirsi ad altri libri. Certo, se essi sono percezioni di secondo grado, rispetto alla vita vera, ossia riflessi di riflessi, allora il rimando ad altri libri potrebbe suonare artificiale ed irrelato, un gioco puramente mentale. Ma se i libri, i romanzi, ambiscono a racchiuderla quella vita vera, ad esserne exempla, allora l'appello ad altri libri può risultare un utile richiamo, un fecondo paragone tra forme e forme di vita. Nulla di più, ma anche nulla di meno. 
Ebbene, leggendo questo prodigioso romanzo di Cesare De Marchi son venuti in mente, in ordine: Figli e amanti di D.H.Lawrence, per gli squarci potenti operati all'interno di una famiglia seguita negli ultimi nostri quarant'anni (straziante, con puri momenti di poesia tutto il rapporto tra l'io narrante e il fratello maggiore-minore mongoloide); Seminario sulla gioventù di A.Busi per il tratteggio aderente e partecipato di quel periodo infernale che passa sotto il nome di giovinezza, e che, o la vivi con spirito poetico, o è tutto un dolore; La vita agra di L.Bianciardi, per quei tratti del romanzo che riferiscono delle miserie e delle ridicolezze delle case editrici milanesi.
Ma il romanzo che più vi aleggia è senza dubbio La coscienza di Zeno. Come Zeno Cosini, il nostro Carlo Marozzi de "Il talento" è un Lebenskünstler, un artista della vita, un antieroe che esibisce un particolare ingegno a sottrarsi agli oneri e divieti dell'esistenza, un prestanome di sé stesso, che ponendosi di sguincio davanti alla realtà tenta di schivare il fallimento totale, ma incappa in periodici naufragi.
Attraverso una prosa precisa, elegante, colorita, venata di humour, che tanto ricorda quello cosiniano, De Marchi raggiunge un tono, un'atmosfera unitaria, un mondo personale (vero o finto che sia non importa) che diventa anche nostro. L'abbiamo ancora davanti questo Carlo Marozzi, i suoi perenni occhiali fumé, le sue donne, i suoi tanti lavori (commesso alla Standa, correttore di bozze, bidello, redattore in una casa editrice), il suo talento di vivere, ossia un misto di sventatezza e fallimentare destrezza, ma anche stupore davanti al ballo intrecciato del mondo, incapacità vera, aurorale, e tuttavia saputa, "furba", di comprenderne appieno i ritmi e di seguirli. Una inettitudine autentica la sua, da "paralitico morale", ma anche la resistenza passiva di chi esibisce una poetica testa, «dove deve esserci dentro una gran pace».
Una prova riuscitissima questa di De Marchi, una felice sorpresa per noi intristiti lettori di opere a ricalco degli ultimi anni.
Alfio Squillaci


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Lo zefiro della buona sorte 
Massimo Onofri (da "Il Diario della settimana", 17 dicembre 1997) 

  Difficilmente l'attacco di un romanzo ha la forza di contrarre la sua legge dinamica, la misura precisa del suo movimento. A quello di Cesare De Marchi è toccata questa sorte felice: "Sono nato quarto di tre figli in una famiglia decorosamente malestante. Fin dove risale la mia memoria, l'omissione della mia persona fu concorde e completa". Ho parlato di legge dinamica. Le cose stanno infatti così: questo dolo omissivo, consistente nell'omissione, da parte della famiglia, delle dovute attenzioni e premure nei confronti dell'ultimo arrivato, è proprio la condizione originaria, il grado zero, da cui Carlo, il protagonista-narratore della storia, muove per una vita concepita, sin da subito, come una "scalata alla felicità": che è, appunto, il movimento stesso del romanzo. 
Si leggeva di una famiglia "decorosamente malestante": con un padre che è funzionario alle Poste, e che presto apparirà come il simbolo più certo dell'"inerzia"; con una madre ostile e risentita fino al sentimento di una sorda sgradevolezza del vivere. Ci sono poi i fratelli più grandi: Pietro, figlio di sua madre, scialbo e servile, tutto chiuso in una sua insulsa contabilità dell'esistere; quindi Marta, prima obesa e poi femmina fatale, quasi risorta ai misteri del sesso e della seduzione, abbastanza spregiudicata per perdonare l'allegra canaglieria di Carlo, ma in fondo assente e lontana; infine Sandro, tenerissimo mongoloide, interlocutore muto del dolore e dello strazio, il "fratello maggiore-minore", sequestrato da sempre dentro i muri della sua minorità. 
Fortuna che Carlo ha una sua vitalità naturale che lo salvaguarderà "dai pericoli di una precoce solitudine". Fortuna che nella testa gli soffia un bel vento, una specie di zefiro della buona sorte, che lo sospingerà verso i più diversi e sconosciuti lidi: frequenterà il liceo, ma non si diplomerà coi suoi compagni; conoscerà i grevi piaceri della carne tra le braccia di un'insolente ed adultera macellaia; se ne andrà presto di casa e s'innamorerà; indosserà i panni del commesso e del correttore di bozze, del commerciante di libri-omaggio, dell'allevatore di lumache, del bidello e tanti altri ancora; finirà pure in carcere per sbaglio; vivrà sempre anelando "un tempo più veloce della velocità", quello che presentì, sfrecciante e beato, sulla prima bicicletta; sarà devoto e traditore, leale e ladro, grave e leggero, sventato e fiero. 
Confessiamolo: seguendo i passi di Carlo mi è sembrato di riconoscere, quanto ad avidità di sensi e spregiudicatezza divertita, il profilo di un Casanova in sedicesimo, forse anche d'un rodomonte, dentro un Novecento milanese e piccolo-borghese. Già, Casanova: perché, come Casanova, anche Carlo racconta fatti lontani, dentro un nero di sentimenti che non potrebbe essere più nero, quello dei suoi quarantacinque anni. 
Ne viene fuori un libro che vorrei definire con un aggettivo antichissimo e fuori corso: robustoso. Dove per robustoso, come il fuoco di francescana memoria, si vuole intendere un aggettivo che implichi un senso di energetica gioia, di forza e nutrimento. Ma il mio resoconto non sarebbe completo se non rivelassi, del romanzo, il contrappunto d'ironia ed intelligenza: "il cinema di Fellini non aveva ancora, trasfigurando in arte un episodio del genere, condannato impietosamente alla banalità tutti quelli che gli assomiglino". Insomma: i tanti episodi che veniamo a conoscere ci sembra quasi di viverli due volte: una prima nei modi di un freschissimo appetito, una seconda dentro un luce di maliziosa demistificazione, quella di una cultura tutt'altro che naif. E' così che la letteratura raddoppia il piacere di vivere. 



Vedi anche  alcuni scritti di Cesare De Marchi su questo sito:

Epistolae Obscurorum virorum 
Max Frisch
Michele Mari

Cesare De Marchi
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Fin dall'infanzia, Carlo Marozzi rivela un'estrosa inventiva nella ricerca della felicità: se alle volte, per esempio in occasione della memorabile vincita al casinò di Campione, la fortuna favorisce le sue intuizioni, altre volte invece è lui a forzarle la mano, come quando, a dodici anni, ottenne la prima bicicletta con un ricatto innocente. Qualche volta - è il caso di quando si fa allevatore di lumache e trafficante di libri omaggio - è altrettanto fantasioso ma assai meno felice; all'occorrenza, però, è capace di ripiegare su lavori più semplici, e di fare per qualche tempo il commesso o il bidello. E' improbabile che dalle sue avventure impari qualcosa, ma che sappia amare lo dimostra il tenero legame con il fratello. Con le donne invece appare meno costante, e la sua sventatezza gli attira con uguale facilità affetto e avversione. Ma cadute e rovesci, per quanto frequenti, non spengono mai il suo talento di vivere. Carlo Marozzi, nella doppia e dissonante veste di protagonista ingenuo e narratore ironico della storia della storia, è una figura che non si dimentica facilmente: un talento sempre in lotta con la fortuna, un personaggio ora candido e sensibile, ora sventato e disonesto. La narrazione, che ha per sfondo l'Italia degli ultimi quarant'anni ed è costruita su un'esuberante varietà di personaggi, situazioni e registri espressivi, dà luogo a un'esplorazione amara e vitale dei sentimenti umani in cui confluiscono lucidità di scrittura, gusto classico del raccontare e una sorprendente vena umoristica. 


<<< Vedi di Cesare De Marchi la lettura critica di "Romanzi. Leggerli scriverli".
La Frusta Letteraria - Rivista di critica culturale on line
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