Giuseppe de Rita - Intervista sulla borghesia italiana - a cura di  Antonio Galdo, Laterza, Bari, pp.149, 1997.


Perché in Italia non abbiamo avuto e non abbiamo tuttora un ceto paragonabile alla borghesia degli  altri paesi europei, ossia altrettanto consistente come classe e facilmente distinguibile dalle altre stratificazioni sociali per via della coesione interna de suoi valori e delle sue motivazioni ideali?
Difficilmente si troverà risposta a questa domanda - che è la domanda quando si ragiona su queste cose - in questo libro-intervista del sociologo democristiano.
Non abbiamo avuto una borghesia di tipo weberiano, forse, per via dell'ingombrante presenza della Chiesa cattolica? Macché, obietta De Rita riecheggiando alcune tesi del grande economista...Amintore Fanfani. Alla Chiesa non si può imputare la mancata etica della responsabilità - tratto distintivo col quale il sociologo tedesco connotava il ceto borghese - anzi, dice De Rita, la Chiesa è stata il vero «supporto alla crescita della prima neoborghesia» (sic!). E poi, la parola "capitale" non è apparsa per la prima volta in testo di San Bernardino da Feltre?
Forse, allora, non l'abbiamo avuta, questa benedetta borghesia, gramscianamente, perché questo ceto sociale si è fermato allo stato economico-corporativo (traduzione: farsi gli affari propri, e che tutto il resto vada alla malora)? Ma no, dissente De Rita, questa è una tesi valevole negli anni trenta, non oggi.
Sottraendosi ad una chiara e preliminare disamina della questione, anche nei suoi termini nominalistici e concettuali (oltre che nelle sue implicazioni sociali, storiche, politiche ecc), ne consegue che tutta l'intervista fluttua su "ragionamenti" alla De Mita (di cui De Rita è stato lungamente ritenuto un refuso), ossia né del tutto veri, né del tutto falsi. C'è stato - discetta il Nostro - un rigonfiamento dei ceti medi, ci sono stati tentativi di conquistare questo ceto che in politica si configura come centro moderato e al cui consenso hanno dato la caccia sia la destra che la sinistra, sia Berlinguer che Berlusconi (mah!); c'è stato il "sommerso", la "società densa", l' "Italia griffata", e così via. Insomma il linguaggio del Rapporto Censis che ogni anno ci arriva inesorabile come un'influenza o un'enciclica. E con le sue locuzioni tanto colorite quanto astratte, accattivanti quanto fumose. Un rapporto "scientifico", tempestato di tabelle e di cifre, dove però queste ultime, alla lunga, evaporano come un incenso, ad annebbiare e profumare il periodare dell'omelia sociologica, seppur alta, rara, vescovile.

Alfio Squillaci
<<<Torna all'Indice Recensioni
dal 21 sett. 2001
Search this site or the web powered by FreeFind

La Frusta! Web search
Esempio 1
Prima paginaFili di fumoEnferRecensioniRivistaProfili di autori
ContattaciAtlante Letterario Bacheca pubblicaCompiti

La Frusta Letteraria - Rivista di critica culturale on line