La nobile famiglia siciliana degli Uzeda è dilaniata da accaniti contrasti d'interesse che oppongono il principe Giacomo, duro e avido, al dissoluto conte Raimondo, il cinico e corrotto don Blasco al nipote Ludovico, monaco libertino, e alla sorella, donna Ferdinanda. Alle beghe di fratelli e parenti, sullo sfondo degli avvenimenti che segnano l'unità d'Italia, si aggiunge la lotta che tutti insieme sostengono per conservare gli antichi privilegi e la posizione di dominatori (nonostante il naufragio di alcuni singoli, come don Eugenio, finito in miseria). Così don Blasco è pronto ad approfittare della soppressione dei conventi per acquistare beni ecclesiastici; il vecchio don Gaspare non esita a fingere simpatie liberali, riuscendo a farsi eleggere deputato; Consalvo, l'ultimo degli Uzeda, si mescola a faccendieri corruttori pur di farsi eleggere a sua volta. Infine Giulente, giovane patriota, che nonostante il matrimonio con una Uzeda non ottiene la sperata promozione sociale, incarna il naufragio degli ideali della borghesia liberale. 
Federico De Roberto, I Viceré



Comincia con il trambusto provocato dalla morte della vecchia e autoritaria principessa Teresa Uzeda il romanzo che seguirà le vicende di questa nobile famiglia siciliana, ricca e rispettata. Teresa Uzeda, in realtà, è colei che ha sposato Consalvo VII, quando lei ne aveva trenta e lui diciannove, e il matrimonio era servito al principe Giacomo XIII, “che spendeva e spandeva regalmente”, a rimpinguare le casse quasi vuote della famiglia. Gli Uzeda, infatti, “non avrebbero dato Consalvo VII alla figlia d’un semplice barone contadino, se costei non avesse colmato coi quattrini la distanza che la separava da un discendente dei Viceré.” Sono, quindi, gli Uzeda, i Viceré del titolo, di cui facciamo conoscenza con ritratti superbi, in particolare quello del benedettino don Blasco, cognato della defunta, dalla lingua che taglia e cuce, sempre pronto a criticare e a mettere zizzania, non perdonando al padre Giacomo XIII di averlo costretto al convento, e che “aveva seminato figliuoli in tutto il quartiere, e manteneva tre o quattro ganze”, tra cui la “Sigaraia” donna Lucia, la preferita.

A differenza e a completamento del Verga (del quale assorbe il culto della “roba”), il mondo che viene eletto a soggetto della vicenda è quello dell’aristocrazia meridionale, che vive in antichi palazzi attorniata da molta servitù onorata di trovarvisi a servizio da più generazioni, e dal popolo minuto che ancora le riconosce il diritto e il privilegio di una esistenza superiore.

Come ne “Il Gattopardo” di Giuseppe Tomasi di Lampedusa noi udiamo la cantilena del rosario recitato nella casa del principe Salina, così qui avvertiamo l’odore dei ceri accesi attorno alla bara della defunta, i pianti delle prefiche, la ressa e la curiosità della folla che non può mancare ad un evento così importante. I tempi vengono scanditi lentamente e minutamente sono osservate le vicende. Sono già palesi in queste prime pagine le misure ampie di un affresco poderoso che l’autore si accinge a disegnare per noi, che tramandi il ritratto di una Sicilia che, attraverso l’allegoria della morte di una donna austera e venerata, depositaria di privilegi che hanno sorretto una civiltà durata secoli, si prepara ad un ineluttabile mutamento.

Lo sfondo, infatti, è quello della Sicilia scossa dalle idee liberali e dai conseguenti moti rivoluzionari del 1848, che creano divisioni e crepe nella solida aristocrazia locale (la storia ha come città di riferimento Catania) e soprattutto nel casato degli Uzeda, penetrandovi come un subdolo aculeo che a poco a poco, più che nelle questioni di successione pur sorte tra gli eredi di donna Teresa, s’insinua nelle vecchie e rugginose chiusure non più resistenti a sostenere gli assalti di un’era nuova.

Una delle qualità del narratore De Roberto salta agli occhi sin dalle prime pagine, quando inizia, senza darne a vedere, i ritratti dei componenti dell’antica e nobile famiglia siciliana, e mentre il racconto va avanti, egli si sofferma a dipingere con mano quasi carezzevole i ritratti dei suoi personaggi, intrisi, come i comuni mortali, di inquietudini, gelosie, amorucoli, tradimenti, paure, ipocrisie, ritratti che andranno sempre di più esaltandosi nei contorni con l’avanzare della storia, confluendo in una vera e propria galleria di impareggiabile raffinatezza. Così a poco a poco noi entriamo nella vita della famiglia Uzeda, come se li conoscessimo assai bene, e addirittura fossimo qualcuno dei cosiddetti “lavapiatti”, ovvero quei nobili ammessi in casa Uzeda, spesso pranzando con loro, per tenere compagnia e rendersi utili in qualche servigio. La quale casa vantava perfino un antenato che era stato convinto dai monaci a sposare, con tanto di cerimonia e scambio di anelli, la Madonna! E non solo, ma si “gloriavano perfino d’una santa in cielo: la Beata Ximena”, della quale l’autore riassume da maestro, al modo delle storie sacre, la vita E a proposito di monaci, il capitolo 6 della prima parte (il romanzo è suddiviso in tre parti) ci riserva un superbo ritratto del convento di San Nicola, dove viene rinchiuso, come si usava tra le famiglie di alta nobiltà, l’irrequieto e ambizioso principino Consalvo per ricevere un’adeguata educazione. Il lusso e la lussuria (”I monaci infatti facevano l’arte di Michelasso: mangiare, bere e andare a spasso”) vi spadroneggiano, congiuntamente alle gelosie e alle divisioni politiche tra liberali e borbonici, in una densa atmosfera barocca che culmina nella descrizione opulenta dei riti della Settimana Santa. Ci troviamo di fronte a pagine memorabili, di rara bellezza. Brevi ma altrettanto efficaci quelle dedicate alla Festa del Santo Chiodo, con l’antica processione della sera del 14 settembre, in cui la Santa Reliquia donata da Re Martino ai monaci nel 1393 fa il giro della vasta piazza dinanzi alla chiesa.

Sono gli anni in cui il vento liberale che proviene dalla Francia e passa per il Piemonte di Cavour continua a spirare soprattutto laddove la restaurazione degli antichi privilegi della nobiltà stride con le speranze e le illusioni coltivate soprattutto dalla borghesia arricchitasi nel frattempo. Così le dispute tra le due fazioni assurgono a simbolo di una transizione che non sarà poi tanto breve e vedrà il succedersi del prevalere quando dell’una e quando dell’altra. Perfino nel convento di San Nicola, alimentate dal sanguigno don Blasco, zio del principe Giacomo, le discussioni non mordono il freno e rischiano di accendere furiose liti tra i monaci. Due farmacie, quella di Timpa e quella di Cardarella, ospitano, la prima, i “fedeli” al re di Napoli, la seconda “i rivoluzionari” che guardano alla Francia e a Cavour. Come si è detto, queste divisioni passano anche in casa degli Uzeda, ad esempio tra il monaco benedettino don Blasco e il fratello maggiore don Gaspare, duca d’Oragua, che diverrà una specie di eroe liberale, contagiando in qualche modo gli altri. Griderà don Blasco, il cui carattere violento lo porta sempre a seminare zizzania ovunque si trovi, in casa Uzeda o in convento, dove è rinchiuso anche don Lodovico, suo nipote e fratello del principe, che gli ha soffiato, sapendosi meglio barcamenare tra le opposte fazioni, il posto di Priore: “Io non ho fratelli! Non ho parenti! Non ho nessuno: com’ho da cantarvelo?…” Oppure: “Chi è Garibaldi? Non lo conosco!…” furiosa affermazione pronunciata poco prima dello sbarco a Marsala, nel maggio del 1860, dell’Eroe dei due mondi, con il quale fa il suo ingresso nel romanzo il Risorgimento, visto con gli occhi di chi quelle terre le abitava da secoli, attraversato da feroci vendette dei vincitori sui vinti e finito, quando Garibaldi più tardi s’insedierà a Catania - addirittura acquartierato nel convento di San Nicola! - per proseguire, contro la volontà dei piemontesi, alla volta della conquista di Roma, con “la fuga generale dei nobili e dei ricchi”, allo stesso modo in cui fuggiranno dal colera, che a più riprese farà la sua apparizione nel romanzo.

“Sogno di Dante e Machiavelli, sospiro di Petrarca e Leopardi, palpito di venti secoli”, l’annessione della Sicilia al Piemonte costituirà motivo profondo di spaccatura tra le due fazioni di casa Uzeda, senza che i vinti, va da sé, rinuncino a sperare nel ritorno dei borbonici: “don Eugenio dimostrava, con la storia alla mano, che la Sicilia era una Nazione e l’Italia un’altra.” Don Eugenio è un altro degli zii del principe Giacomo, ossia fratello di don Blasco, ma, a differenza di lui, era riuscito a sottrarsi al convento a cui era stato destinato ed ora s’interessava, senza gran profitto, di archeologia, numismatica e “arti belle”. Sarà lui a scrivere quella bizzarra e incomparabile lettera circolare relativa all’uscita della sua opera “L’Araldo siculo”, che incontriamo al principio della parte terza del romanzo, e che lo trasformerà in un arruffato questuante. E frutto dei mutamenti sarà anche il coraggio di un piccolo borghese di provincia, Benedetto Giulente, un “avvocato”, schieratosi tra i “savoiardi”, di chiedere nientemeno che la mano di Lucrezia Uzeda, la sorella del principe!

Fa meraviglia di trovare in questo corposo romanzo una scrittura ancora persuasiva e moderna, mai noiosa o pedante, nonostante la prima stesura dell’opera risalga alla fine dell’800 e agli anni ‘20 quella definitiva, e priva di quel romanticismo alla Stendhal di cui opere di questo genere spesso si adornano - si pensi all’occasione offerta dalla storia d’amore della principessina Teresa - ed anzi anticipatrice, forse più del Verga stesso, nell’uso sapiente e versatile di espressioni e termini popolari che tanto vanno di moda oggi, e che qui non sono mai impiegati in modo neutro. Di esempi se ne potrebbero fare a iosa, bastino questi: quando, nella parte terza, si descrive la nuova sala consiliare: “nel mezzo di tutta la baracca, sopra un’alta predella, il seggiolone sindacale dorato e scolpito” e quando si prepara il comizio di Consalvo - vero gioiello di artifizio politico - dell’8 ottobre 1882; “una coccarda grande come una ruota di mulino” era quella che giganteggiava sul petto dell’ex maggiordomo di casa Uzeda, Baldassarre. Tutto vi è di godibile, dunque, dagli sguardi indiscreti sui personaggi, fino ai sontuosi affreschi barocchi della società del tempo, ivi comprese quelle che agli occhi del lettore e dell’autore stesso sono le deboli e confuse resistenze di un mondo che sta per scomparire, a cominciare da quelle opposte dalla stessa “frateria” all’interno del convento di San Nicola, il quale assurge, colpito com’è duramente dalle nuove leggi liberali, a simbolo forte del mutamento.

Si legga anche questa frase che il principe, subito dopo l’elezione dello zio Gaspare a deputato del nuovo Parlamento italiano, dice al figlioletto Consalvo, che non la dimenticherà mai più: “Quando c’erano i Viceré, i nostri erano Viceré; adesso che abbiamo il parlamento, lo zio è deputato!…” Uno zio che è una figura assai riuscita per rappresentare come meglio non si può la nuova abilità dei politici a temporeggiare e a districarsi sempre da ogni situazione, e con la quale l’autore pare perfino divertirsi. Si veda qui: “egli teneva il centro della strada, quasi ne fosse il padrone, ascoltato devotamente da quanti gli stavano a fianco, aspettato da tutta una corte intenta a tessere e a ritessere le sue lodi quando, per un piccolo bisogno imperioso, egli s’accostava ad un cantone.”

È il romanzo delle divisioni, dunque, anche e soprattutto: sull’eredità (non solo quella di Teresa Uzeda, vedrete), sulla politica (che vi occupa gran parte, magistralmente condotta, non solo quella nazionale, ma anche la locale, perfino in ragione di feste paesane), sugli amori contrastati (ad esempio quelli tra la biliosa Lucrezia e Benedetto, e specialmente tra la sottomessa e sventurata Matilde e il capriccioso Raimondo, “il contino” un po’ scapestrato, cocciuto e donnaiolo, che dà agio all’autore di comporre quegli straordinari capitoli 4 e 5 della parte seconda, vera e propria summa dell’intrigo, che si avviano allorché il cocchiere Pasqualino Riso racconta in giro come sono andate le cose tra il suo padroncino e la consorte, ovviamente nella propria esilarante versione dei fatti), e il cicaleggio, oltre che il pettegolezzo, che ne derivano - di cui don Blasco, vero cultore della “roba”, disposto a mutare idee per essa e divenire sacrilego, e la sorella usuraia, “zitellona”, donna Ferdinanda (”i fiutoni” li chiama l’autore) sono autentici campioni - riflettono la migliore qualità di De Roberto, arguto e fine osservatore della vita di tutti i giorni, sia nelle grandi che nelle minute cose, e quando si giunge alla fine del romanzo, noi respiriamo l’aria stessa di casa Uzeda, come fossimo finalmente uno di loro, e ci muoviamo come a casa nostra tra quelle stanze e conversiamo coi personaggi come fossero persone vive, e avvertiamo intorno a noi l’ombra, la mano nera, silenziosa, ambigua, e tuttavia avida e prepotente del superstizioso, fino alla ossessione, principe Giacomo. Alla fine, il mutamento sociale, sia pure lento e contrastato, avvolgerà anche casa Uzeda, e - autentici camaleonti - non vi sarà più personaggio rimasto quello di prima, e Consalvo, il principino erede, orgoglioso ed avido pure lui, ma più che di denari, di onori, saprà presto misurare i limiti che nessuno vedeva, ma c’erano: il provincialismo e gli impacci del proprio avito casato, e troverà presto il modo, guardatosi intorno come un redivivo Machiavelli, di applicarsi duramente e astutamente a diventare, sotto altri panni, un moderno “Viceré”. Un romanzo capolavoro che non si può dire di leggere tutto d’un fiato solo a causa della sua mole, e che si desidera appassionatamente, ogni volta che se ne s’interrompe la lettura, di riprenderla quanto prima, a cui ci pare debba quasi tutto l’altro capolavoro della nostra letteratura “Il Gattopardo”, al punto che si potrebbe pensare che senza “I Viceré”, e specialmente senza la lezione superba di quell’ultimo capitolo, esso non sarebbe neppure nato: “Chi batteva la solfa, sotto l’antico governo? Gli Uzeda, i ricchi e i nobili loro pari, con tutte le relative clientele: quelli stessi che la battevano adesso!”. E, proprio in quell’ultimo capitolo: “Un tempo la potenza della nostra famiglia veniva dal Re; ora viene dal popolo… La differenza è più di nome che di fatto…”

Anche “I fuochi del Basento” di Raffaele Nigro non nasce forse da una costola di questo romanzo? Quanta riconoscenza a De Roberto, dunque, che ha fissato nel bel firmamento della nostra letteratura degli ultimi due secoli una stella luminosa e perpetua destinata a brillare accanto a quelle altrettanto splendide e durature che si chiamano: “I promessi sposi”, “I Malavoglia”, “Il mulino del Po”.

Bartolomeo Di Monaco
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Esempio 1
dal 22 ott. 2002
Federico De Roberto
Questo volume presenta il lungometraggio di Roberto Faenza con le fotografie di scena scattate da Philippe Antonello. Le immagini accompagnano il lettore per le strade della Catania ottocentesca che fa da sfondo alla vicenda narrata da Federico De Roberto (1894) e ricreata da Faenza per il primo adattamento cinematografico del romanzo. Girato negli stessi ambienti della Sicilia di fine secolo descritti nel libro, e con alcune scene filmate a Palazzo Chigi di Ariccia (lo stesso de "Il Gattopardo" di Luchino Visconti), sono soprattutto i costumi della due volte premio Oscar Milena Canonero che caratterizzano le fotografie scattate durante le riprese. Il fotografo indugia a ritrarre, non solo il lavoro degli attori, ma anche quello della troupe facendo così partecipare il lettore alla produzione del film. 
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