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Diego De Silva - Voglio guardare  - Einaudi, Torino 2002
Pagg. 183, 12 euro 


Le istruzioni per l'uso sono semplicissime. Il lettore di Voglio guardare può:
a) Comprare il libro, assumere una comoda posizione sul divano, leggere da pagina 1 a pagina 181;
oppure
b) Comprare il libro, assumere una comoda posizione sul divano e sbattere ripetutamente con la fronte contro un angolo del volume fino a sanguinare.
Gli effetti saranno identici. 
Voglio guardare è un libro perturbante, aspro, duro. Un colpo in faccia, appunto.
Come la Venezia innominata e metafisica di Cortesie per gli ospiti di Mc Ewan, anche la Napoli di quest'ultimo romanzo di Diego De Silva ha più le caratteristiche di un teatro dell'anima che di un luogo geografico vero e proprio.
In questa città grigia e piovosa  dove la pioggia è un' «acqua marcia che macchia i vestiti come varechina, e lascia sulle macchine una sabbiolina marrone che appiccica»  vive Celeste, «sedici anni e un corpo qualsiasi». Una vita normale, apparentemente ai margini di tutto: scuola, studio, casa. Una famiglia distratta e irrimediabilmente lontana, la sua. Un padre duramente provato nel corpo e nella mente da una malattia che lo ha ridotto a un involucro di carne che tira avanti per inerzia, una madre troppo stupida o troppo impaurita per aprire finalmente gli occhi e rendersi conto della doppia vita di sua figlia. Perché Celeste, ogni tanto, fa la prostituta. Sceglie una strada, e aspetta. I clienti non le mancano mai.
Anche a Davide Heller i clienti non mancano mai. Avvocato di successo, penalista dall'eloquio sciolto e incisivo, belloccio, di una ricchezza sobria e non invadente, a prima vista Heller incarna alla perfezione i tratti - banali - del borghese postmoderno dalle tre luccicanti s: sesso, soldi, successo. Eppure, come Celeste, anche Heller è infinitamente più complesso di quanto sembri. Pericolosamente più complesso.
L'avvocato, infatti, è un assassino. Di bambine. Uno che non esita un minuto quando si tratta di spezzare il collo di una ragazzina che lo crede amico. 
Un giorno le strade di Celeste e Davide si incrociano, le loro vite si scontrano e la pioggia di scintille che sprizza dall'attrito delle loro esistenze abbaglia il lettore, lo costringe a un corpo a corpo coi concetti di Verità, Male, Odio, in una dimensione allucinata e malata.
Celeste contro Heller, ovvero: Paradiso vs. Inferno (in inglese, appunto, "Hell"). Ma in Voglio guardare lo schieramento delle forze in campo non è così ovvio né consolatorio: le ossessioni dell'adolescente e dell'avvocato, come suggerisce la citazione in esergo, scivolano «sui comuni negozi della vita», non l'infiltrano però, e sono "come l'ombra della notte che riveste la facciata delle case ma non le penetra e non le altera».
Mai finora, prima di questo splendido romanzo, gli amori letterari di Diego De Silva erano scesi a innervare così profondamente le pagine dell'autore, incidendole con graffi profondi ma perfettamente mimetizzati nel tessuto narrativo e nella scrittura. A lettura conclusa, due sono i nomi che vengono alla mente: Bret Easton Ellis e Agota Kristof. Non fosse per il numero di omicidi e per i vaghi  e difficoltosi tentativi di affioramento di quella cosa che potremmo chiamare coscienza, Davide Heller sarebbe il perfetto omologo italiano di Patrick Bateman, l'American Psycho che ha raccontato con la sua lucidissima pazzia un decennio (fortunatamente) irripetibile come quello degli anni '80. L'ombra dell'autrice dell'eccezionale Trilogia della città di K., invece, si allunga sulla scrittura glaciale di De Silva, che - se non ha ancora raggiunto la perfezione barthesiana del grado zero - di libro in libro continua a raffinarsi, smussando e limando imperfezioni e (rare) cadute di tono e stile. 

Piero Sorrentino




P.s.
L'unica incertezza del libro, peraltro solidissimo, sta nel paratesto. La nota alla fine del libro, sbagliando, sostiene che la citazione di pagina 17: "Ma contro di me spinge un dio anche sogni cattivi" - dal ventesimo libro dell'Odissea - si trovi a pagina 15. 










































 
Esempio 1
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" Il litorale odora di ristoranti e di appena bruciato. Si contano le macchine, alle quattro di pomeriggio. Il mare è là ma non si sente. Sui cartelloni della pubblicità è pieno di occhi azzurri e denti dritti e cosce accavallate.
Sotto il manifesto di una radio locale - una faccia di femmina coperta da grandi occhiali scuri che sfiora la manopola della sintonia con le labbra socchiuse - Celeste aspetta.
Ha sedici anni e un corpo qualsiasi. Né bassa né magra. Porta spesso una bandana, in cui nasconde i capelli. Mai gonne, mai cappotti. Non si trucca, tranne un po' di ombretto. Fa il terzo scientifico.
Oggi guarda in alto. La conosce, questa tinta del cielo. Sta per piovere, e sporco. Quell'acqua marcia che macchia i vestiti come varechina, e lascia sulle macchine una sabbiolina marrone che appiccica (spesso vedi la gente che prima di partire pulisce il vetro con un fazzoletto di carta, ché il tergicristallo farebbe solo peggio).
Celeste odora l'aria, la guarda, tira fuori la lingua e l'assaggia, con un dito si tasta prima una guancia e poi l'altra, come se dall'aderenza dell'umidità a quella zona della pelle potesse calcolare quanto manca alla caduta della pioggia.
Non si ferma mai a pensare a cose come queste. Se hanno fondamento, senso. Le fa. Non le ha imparate da nessuno. Non le ha mai dette a nessuno.
Si passa ancora l'indice sulla faccia, arriva fin sotto gli occhi, poi si guarda il polpastrello, lo strofina delicatamente contro quello del pollice come analizzasse una traccia, mescolasse gli elementi di un qualche tipo di materia. Stima con sufficiente approssimazione che farebbe in tempo a rientrare. Abita vicino, del resto. Però non ha voglia. Fa scivolare lo zainetto Invicta lungo il fianco, fino al marciapiede, poi ci si siede sopra senza cura. Porta le ginocchia sotto il mento e le cinge con le braccia. Con le punte dei piedi batte un tempo alternato senza musica. "
dal 5 ott. 2002
Questo è l'esercizio pregiato (nulla di gratuito) di Diego De Silva, già nitido in Certi bambini, lo scorso romanzo: «il tiro alla fune con la morte», secondo l'espressione che si trova nella nuova storia, Voglio guardare. Da una Napoli innominata a un luogo irriconoscibile (se non vagamente: c'è il mare), l'annuncio - tale indefinitezza - che protagonista sarà la geografia interiore, il viaggio nel cuore di tenebra che comunque pulsa, nonostante gli esorcismi o gli illuminati medicamenti. De Silva sa reggere lo specchio del male, nello specchio entrando, evitando - ulteriore merito - di vezzeggiarlo, di orientarlo, di addestrarlo. Lo scrittore partenopeo (è nato nel 1964) fa sua - consapevole o meno - la lezione di Dürrenmatt: «Voi scrittori non cercate di penetrare in una realtà che torna ogni volta a sfuggirci di mano, ma costruite un universo da dominare. Questo universo può essere perfetto, possibile, ma è una menzogna. Mandate alla malora la perfezione se volete procedere verso le cose, verso la realtà, come si addice a degli uomini, altrimenti statevene tranquilli, e occupatevi di inutili esercizi di stile». De Silva, accogliendo - consapevole o meno - la lezione dürrenmattiana (in apertura della Promessa, il racconto mirabile a cui Voglio guardare qua e là riconduce), «manda al diavolo le regole drammatiche». E viene così ai fatti, onorandoli, ossia non disdegnando - anzi - «ciò che è casuale, incalcolabile, incommensurabile». 
[...]

De Silva smaschera il cacciatore di bambine
di Bruno Quaranta

da "La Stampa" del 14 settembre 2002

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Piero Sorrentino
La Frusta Letteraria - Rivista di critica culturale on line