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Paolo Di Stefano, Tutti contenti, Feltrinelli 2003, 

Nino Motta - il protagonista di Tutti contenti, libro uscito solo oggi dal purgatorio del mio comodino - narra in prima persona la ricerca della propria identità smarrita nei meandri di una memoria che “funziona a chiazze”: ricordi rari e isolati, piccoli frammenti dispersi in un vasto abisso di dimenticanza: il cappello del padre appeso nell’ingresso; la madre che va a trovarlo all’orfanotrofio, piccola e rimpicciolita da un cappotto troppo stretto; le partite a calcio nel campetto di un collegio chiamato “la Fortezza”; i vecchi eternamente seduti sulle panchine a parlare di niente.

 Il presente di Nino Motta è quello di un tipografo in pensione, sposato non troppo felicemente, due figli assai poco promettenti, una vita piccolo borghese priva di sale: l’ideale per decidere di mollare tutto di punto in bianco e volare da Milano a Messina, alla ricerca del proprio passato.
Quella di Nino Motta non è una ricerca del tempo perduto, né del sacro Graal, né dell’età dell’innocenza: la sua è probabilmente la ricerca meno letteraria che si possa immaginare. Si tratta piuttosto di una ricostruzione dei fatti in senso poliziesco o da giornalismo di inchiesta, e non a caso il protagonista si finge giornalista per condurla. L’indagine procede attraverso ricerche d’archivio intercalate da interviste a compagni ritrovati scorrendo vecchi numeri di una rivista stampata nel collegio. I racconti degli altri allargano a poco a poco le “chiazze” originarie, trasformandole in tessere di un puzzle che lentamente si completa. Durante la ricerca Nino Motta inizia una vita nuova: lo status di fuggiasco gli consente di osservare da lontano la sua vita familiare e di distaccarsene anche affettivamente, mentre l’incontro con una donna giovane e bella apre nuove prospettive sentimentali.

Poco letterario anche il linguaggio, un “tono medio” molto realistico, ma anche molto attento alle sfumature: ogni personaggio parla con un linguaggio fortemente caratterizzato da un’intonazione particolare o da vezzi o intercalari propri. Così, ad esempio, la lingua di Jano Denaro (la fonte principale di notizie) è fredda e burocratica, piena di distinguo e di precisazioni; un altro testimone, tale Cancemi, parla una lingua pretesca e ampollosa; un altro ancora, un carattere rancoroso e violento, si esprime con frasi brevi e totale assenza di subordinate; e via differenziando, fino al linguaggio sincopato, quasi “jazzistico”, di padre Frasca, il sacerdote titolare del collegio che, pur versando in uno stato di non trascurabile demenza, completerà il mosaico del passato di Nino Motta con un’ultima decisiva tessera. E qui vale la pena di offrire un piccolo saggio di questa parlata:
«Vedi tante nubi di fumo sul porto di Manhattan, la nave sta partendo e pure i cappelli bianchi che salutano, la bambina è in piedi sull’altalena sotto il ponte di Brooklyn. Attenta, bambina, a non cadere. Occhèi? Il ponte si vede, è grigio grigio, il lampione.  Guardate che i ragazzini di Brooklyn sono come i nostri, dovremmo portarli anche loro alla Casa del Fanciullo, guardate con che dentini ride questa bambina, ride con i dentini di Santino.» [pag. 361]
Pur dotato di qualità indiscutibili, Tutti contenti è un libro troppo perfetto per i miei gusti, troppo impeccabile, troppo allergico all’errore e al fraintendimento: il mosaico della memoria si ricompone in modo scriteriatamente millimetrico; tutti gli indizi sparsi nella vita presente di Nino Motta trovano una spiegazione spietatamente esatta nel suo passato redivivo; il suo futuro di uomo rinnovato, lontano dall’usata famiglia e accanto alla fiammante conquista, pare la locandina di un vecchio film con Cary Grant, tanto è lustro e patinato.
Nel testo non mancano indizi sparsi e segnali precisi anche di questa caratteristica, naturalmente:
«Troppe cose, devo andare con ordine. In fondo l’ordine è sempre stata una delle mie ossessioni.» [pag.150]
«Che disordine, forse era meglio prima, quando la memoria era bianca e c’erano solo un cappello appeso nell’ingresso e un cappottino troppo stretto che saliva verso la Fortezza. Adesso è un casino con queste immagini e parole che vengono su, disordinate, senza senso, senza tempo.» [pag. 304]
Peccato che l’ultima frase non si applichi al libro: le immagini “vengono su” fin troppo ordinate e sensate, e con un tempismo degno dei cambi di una staffetta 4x100 eseguita alla perfezione. Tutto torna, tutto combacia. Come in un giallo di Agatha Christie, come in un quadro preraffaellita: un congegno costruito con molta cura fin nei minimi dettagli, che rende doverosa la lode all’abilità del costruttore, ma lascia aperta una fatale domanda: che ha a che fare con me?
Luca Tassinari


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Esempio 1
Nino Motta, tipografo, abbandona Milano e la famiglia (una famiglia disperata e ostile) e torna a Messina, sotto le mentite spoglie del giornalista, per "indagare" sulla sua infanzia in collegio che, da sempre, è rimasta intrappolata da una memoria "a macchie", incerta, segnata da un misterioso trauma. Una volta in loco non ha difficoltà a far parlare quelli che tanto tempo prima sono stati i suoi compagni, anzi il suo invito a parlare li trasforma in generosi narratori orali. E così le molte testimonianze si incrociano affollandosi intorno a due immagini che hanno accompagnato la vita di Nino Motta: il cappello del padre appeso in corridoio e la figurina della madre Marietta che sale verso il collegio nel suo cappottino striminzito... 



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«In Sicilia più che altrove è arduo discriminare moti di umanità autentica e motivi di disumanità mascherata. Nello stato di crisi perenne in cui versano tutti i rapporti dell'io con gli altri e   con se stesso, unica legge di comportamento universale è la doppiezza: mai confidare, neanche alla propria coscienza, ciò che si pensa, si fa e si vuole davvero. Così, le apparenze più grandiose celano le  realtà più meschine; le proclamazioni di idealità più pure hanno un rovescio di filisteismo spregevole. La finzione è non solo necessità ma istinto e assieme arte di vita».

Vittorio Spinazzola, Il romanzo antistorico,  Editori Riuniti, Roma 1990, pag. 18
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