Alto medio basso
di Umberto Eco

La distinzione tra culture non è più netta. Più che l'oggetto cambia lo sguardo, impegnato o disattento. E per un udito disattento si può usare Wagner come colonna sonora dell'Isola dei famosi  Richard Wagner


Nel supplemento culturale di 'Repubblica' di sabato scorso, Angelo Aquaro e Marc Augé, in occasione dell'apparizione del libro 'Mainstream' di Frédéric Martel, riprendevano (a proposito di nuove forme di globalizzazione della cultura) una questione che si riapre regolarmente ogni tanto, ma sempre da nuovi punti di vista, e cioè quale sia ormai la linea di discrimine tra Cultura Alta e Cultura Bassa. Se a qualche giovane, che ascolta indifferentemente Mozart e musica etnica, la distinzione può parere bizzarra, ricorderò che il tema era addirittura bollente verso la metà del secolo scorso, e che anzi Dwight Macdonald in un bellissimo e aristocraticissimo saggio del 1960 ('Masscult e Midcult') identificava non due ma tre livelli. 

La cultura alta era rappresentata, tanto per capirci, da Joyce, Proust, Picasso, mentre quello che veniva chiamato Masscult era dato da tutta la paccottiglia hollywoodiana, dalle copertine del 'Saturday Evening Post' e dal rock (Macdonald era di quegli intellettuali che non tenevano in casa il televisore, mentre i più aperti al nuovo lo tenevano in cucina). Ma sempre Macdonald delineava un terzo livello, il Midcult, una cultura media rappresentata da prodotti d'intrattenimento che prendevano a prestito anche stilemi dell'avanguardia, ma che era fondamentalmente Kitsch. E, tra i prodotti Midcult, MacDonald poneva per il passato Alma Tadema e Rostand, e per i tempi suoi Somerset Maugham, l'ultimo Hemingway, Thorton Wilder - e probabilmente ci avrebbe messo moltissimi libri pubblicati con successo da Adelphi, che accanto a testimonianze di cultura alta che più alta non si può, allinea autori come Maugham, appunto, Marai e il sublime Simenon (Macdonald avrebbe classificato il Simenon non-Maigret come Midcult e il Simenon-Maigret come Masscult).

Però la divisione tra cultura popolare e cultura aristocratica è meno antica di quanto si pensi. Augé cita il caso dei funerali di Hugo a cui avevano partecipato centinaia di migliaia di persone (Hugo era Midcult o cultura alta?), alle tragedie di Sofocle andavano anche i pescivendoli del Pireo, 'I promessi sposi', appena apparso, ha avuto una serie impressionante di edizioni pirata, segno della sua popolarità - e ricordiamoci il fabbro che storpiava i versi di Dante, facendo arrabbiare il poeta, ma dimostrando al tempo stesso che la sua poesia era nota persino agli analfabeti. È vero che i romani abbandonavano una rappresentazione di Terenzio per andare a vedere gli orsi, ma in fondo anche oggi molti intellettuali raffinatissimi rinunciano a un concerto per vedere la partita. 

Il fatto è che la distinzione tra due (o tre) culture si fa netta solo quando le avanguardie storiche si pongono come fine quello di provocare il borghese, e quindi eleggono a valore la non-leggibilità, o il rifiuto della rappresentazione.

Questa frattura si è conservata sino ai tempi nostri? No, perché musicisti come Berio o Pousseur hanno preso molto sul serio il rock e molti cantanti rock conoscono la musica classica più di quanto si pensi, la Pop Art ha sconvolto i livelli, il primato dell'illeggibilità spetta oggi a molto fumetto estremamente raffinato, molta musica degli spaghetti western viene rivisitata come musica da concerto, basta guardare un'asta notturna alla televisione per vedere come spettatori chiaramente non sofisticati (chi compra un quadro via televisione non è evidentemente un membro della élite culturale) acquista tele astratte che i loro genitori avrebbero definito come dipinti dalla coda di un asino e, come dice Augé, "tra cultura alta e cultura di massa c'è sempre uno scambio sotterraneo, e molto spesso la seconda si nutre della ricchezza della prima" (salvo che io aggiungerei: "e viceversa").

Caso mai oggi la distinzione dei livelli si è spostata dai loro contenuti o dalla loro forma artistica al modo di fruirli. Voglio dire che la differenza non sta più tra Beethoven e 'Jingle bells'. Beethoven che diventa suoneria per il telefonino o musica da aeroporto (o da ascensore) viene fruito nella disattenzione, come avrebbe detto Benjamin, e quindi diventa (per chi lo usa così) molto simile a un motivetto pubblicitario. Al contrario un jingle nato per pubblicizzare un detersivo può diventare oggetto di attenzione critica, e di apprezzamento per una sua trovata ritmica, melodica o armonica. 

Più che l'oggetto cambia lo sguardo, c'è lo sguardo impegnato e lo sguardo disattento, e per uno sguardo (o udito) disattento si può proporre anche Wagner come colonna sonora per l'Isola dei famosi. Mentre i più raffinati si ritireranno ad ascoltare su un antico vinile 'Non dimenticar le mie parole'.
(15 aprile 2010)

   Dwight Macdonald - Masscult e Midcult - Roma, e/o, 1997, pagg. 125.

Suggeriamo quest'aureo libretto perché esplicita due categorie critico-estetiche senza l'intelligenza delle quali è pressoché impossibile orientarsi nella fruizione dei prodotti estetici in circolazione nella società di massa in cui viviamo. Che cos'è il Masscult? Presto detto: quasi tutta la produzione televisiva, cinematografica, giornalistica che il moloch informativo quotidianamente vomita. Esempi? Tutto il palinsesto di Mediaset, che si nutre di quattro "c": calcio, cosce, canzoni e cazzate. Tutta la presse du coeur, che vive di Caroline e Dyane-Fayed, ecc. La differenza tra il Masscult e la genuina cultura popolare non risiede nell'enorme diffusione dei media di cui il primo si gioverebbe, quanto in una strategia ragionata da parte dei suoi dispensatori: «Il Masscult  scrive Macdonald  scende dall'alto. È fabbricato da tecnici al servizio degli uomini d'affari», non soddisfa solamente, ma sfrutta il gusto popolare. E si giustifica dicendo che «dà al pubblico ciò che il pubblico vuole».

Che cos'è invece il Midcult? È la cultura di massa dei piccolo-borghesi, e come tale, a differenza di quella delle masse popolari, si nutre di prodotti  che aspirano all'Alta Cultura.  Esempi: il poema SE di R. Kipling esposto in tutte le anticamere dei dentisti, le riviste di Franco Maria Ricci, Il gabbiano di J.Livingstone e la gabbianella di Sepùlveda, qualche romanzo di Tabucchi e così via. « Nel Masscult il trucco è scoperto:  piacere alle folle con ogni mezzo. Ma il Midcult contiene un duplice tranello: finge di rispettare i modelli dell'Alta Cultura mentre in effetti li annacqua e li volgarizza».
Occorre leggere il caustico libro di Macdonald, che naturalmente ha esercitato il proprio acume su altri prodotti americani - indimenticabile la stroncatura de Il Vecchio e il mare di Hemingway - , per rinforzare il proprio senso estetico, per tonificare la propria vigilanza critica, per non soccombere alla valanga di sciocchezze che ci sommerge.
Alfio Squillaci

NOTA.
Mass cult e midcult è già apparso in Italia, nel 1969,  Rizzoli editore, unitamente ad altri saggi - frutto dell'attività pubblicistica di Macdonald soprattutto per la "Partisan Review" - nel volume Controamerica (tit.orig. Against American grain)Ancora prima era stato editato sciolto nell'Almanacco Bompiani 1963, e venne ampiamente commentato da Alberto Arbasino ed Umberto Eco, nelle loro  opere, rispettivamente "Certi romanzi" e "Apocalittici e integrati". Di tutto ciò l'attuale editore romano e/o, non fa il minimo cenno...


"Against the American Grain" is a collection of essays and critical reviews that Macdonald wrote between 1952 and 1962. 
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Vedi anche "Il vecchio e il mare" di Hemingway letto da Macdonald>>>
dal 21 settembre 2001
Brani scelti

- Lo stesso  scrittore, in effetti lo stesso libro o perfino lo stesso capitolo, possono contenere elementi sia del Masscult che dell'Alta Cultura. In Balzac, ad esempio, la più acuta analisi psicologica e l apiù acuta osservazione sociale  sono sorprendentemente inframezzate di melodramma, del tipo più inconsistente e a buon mercato. 

- Eppure questa mostruosità collettiva, le "masse", il "pubblico", vien presa come norma umana dai tecnici del Masscult. Costoro degradano il pubblico trattandolo alla stregua di un oggetto da maneggiare con la stessa mancanza di riguardo con cui gli studenti di medicina sezionano un cadavere, e in pari tempo lo adulano  e ne assecondano i gusti  e idee prendendoli come metro della realtà.

- Qualora un Signore e Padrone del Masscult venga biasimato per la bassa qualità della sua produzione, automaticamente risponde: "Ma è ciò che il pubblico vuole, che ci posso fare, io?". Si tratta, a prima vista di una difesa semplice e conclusiva. Ma a ben guardare essa rivela che : 1) nella misura in cui il pubblico "lo vuole", il pubblico stesso è stato, entro certi limiti almeno, condizionato dalla produzione suddetta, e 2) gli sforzi del Signore e Padrone del Masscult hanno preso tale direzione perché a) anch'egli "lo vuole" (mai sottovalutare l'ignoranza e la volgarità di editori, produttori cinematografici, dirigenti radio-televisivi e altri architetti del Masscut e b) la tecnologia della produzione di "divertimenti" di massa (e anche in questo caso le citazioni sono prudenti) impone uno schema semplicistico, ripetitivo in modo che sia facile dire che è il pubblico a volerlo.

- Le masse annettono un valore assurdamente alto al genio personale, al carisma dell'esecutore, ma esigono anche una segreta rivincita: egli deve stare al gioco - al loro gioco - deve distorcere la sua personalità per adeguarsi al loro gusto.

- La [...] condizione per ottenere successo nel Masscult è che lo scrittore, artista, direttore di giornale, regista o attore deve racchiudere in sé una buona porzione di uomo di massa [...] come può prendere sul serio il proprio lavoro se non possiede quel tocco istintivo, quella banalità interiore?
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In "Apocalittici e integrati" (1964), Umberto Eco, dopo aver trattato della critica alla società di massa condotta da posizioni aristocratiche (Ortega y Gasset, Ugo Spirito) commenta anche "Masscult e Midcult" di Macdonald, con queste parole: 

" Ma non tutti i critici della cultura di massa sono ascrivibili a questo filone [quello 'aristocratico, ndr]. Un esempio tipico è quello di Dwight Macdonald, che negli anni trenta fu su posizioni trotskyste, e quindi pacifiste e anarchiche. La sua critica rappresenta forse il punto più equilibrato raggiunto nell'ambito di questa polemica e come tale va citata. 
Madonald parte dalla distinzione, ormai canonica, dei tre livelli intellettuali, highmiddle e lowbrow mutandole la denominazione secondo un più violento intento polemico: contro le manifestazioni di un'arte di élite e di una cultura propriamente detta, si ergono le manifestazioni di una cultura di massa, che non è tale, e che perciò egli non chiama mass culture ma masscult e di una cultura media, piccolo borghese, che egli chiama midcult." 

Dopo aver riportato gli esempi di midcult proposti da Macdonald ("Il vecchio e il mare" di Hemingway e "Piccola città" di T. Wilder) Eco aggiunge:

 "Critica, questa, che colpisce nel segno e ci aiuta a comprendere perché tanti prodotti di facile smercio commerciale pur ostentando una esteriore dignità stilistica in fin dei conti suonano falso; ma che in fin dei conti riflette una concezione fatalmente aristocratica del gusto".


Esempio 1
Risorse in Rete su Dwight Macdonald:

- Enzo Traverso: La responsabilité des intellectuels. Dwight MacDonald et Jean-Paul Sartre
Estratto dal libro "L'Histoire déchirée. Essai sur Auschwitz et les intellectuels"  © Les Éditions du Cerf 1997  La posizione, gli interventi,  di due intellettuali marxisti di fronte alla tragedia dell'Olocausto.


- Dwight Macdonald:  sunburned by ideas - by Joseph Epstein. Una riflessione generale, con un breve profilo biobibliografico, sul lascito  di un protagonista della Left americana.

"The New York Review of Books" - Raccolta di scritti di e su Macdonald. (a pagamento o con sottoscrizione gratuita di account)

Michael Wreszin - A Rebel in Defense of Tradition: The Life and Politics of Dwight Macdonald - New York: Basic Books, 1994
590 pp., recensione di Henry Gonshak




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[...] Ma chi era Dwight Macdonald? Saul Bellow l'ha immortalato, nelle vesti del balbuziente Huggins, nel romanzo "Il dono di Humboldt": "Lui era ancora il radicale harvardiano, alla John Reed, uno di questi intellettuali americani sempreverdi, pesileggeri sempre su di spirito, fedeli al loro Marx o al loro Bakunin, a Isadora, a Randolph Bourne, Lenin e Trotsky, a Max Eastman, Cocteau, André Gide, ai Balletti Russi, a Eisenstein... il magnifico Pantheon d'avanguardia dei vecchi bei tempi. Lui non poteva rinunciare al proprio delizioso capitale ideologico, così come non avrebbe dato via i titoli obbligazionari ereditati da suo padre".
In un'intervista con Diana Trilling pubblicata sulla "Partisan Review" del 1985 è lo stesso Macdonald a fornirci alcune preziose indicazioni sulla sua personalità e sulla genesi di "Masscult e Midcult". Qui parla l'ex allievo delle raffinate accademie di Exeter e Yale e al contempo il militante trotskista, il redattore del mensile yuppistico "Fortune" e il fondatore della impegnata rivista "politics" (cfr. la recensione a Gregory D. Summer, "Dwight Macdonald and the "politics" Circle", in "L'Indice", 1997, n. 5). Insomma, la sua è la voce di "un ragazzo molto moralista" e innamorato dell'empirismo statunitense, il "giornalista, contestatore, bohémien e rivoluzionario" descritto da Saul Bellow. Il giudizio sulla Arendt - "penso che l'unico problema di Hannah Arendt fosse quella sua educazione scolastica tedesca" - è un ottimo esempio del gusto di Macdonald per il paradosso e per l'eresia intellettuale, caratteristico delle sue ambigue prese di posizioni sulla cultura di massa.
Se vogliamo aggirare la corretta diagnosi di Umberto Eco, per il quale in Macdonald "la critica della cultura di massa diventa in questi casi l'ultimo e più raffinato prodotto della cultura di massa", non dobbiamo commettere l'errore di leggere "Masscult e Midcult" come opera di sociologia o di filosofia della cultura. In effetti, le tesi esposte in quel saggio costituirono un fortunato incidente di percorso e, per quanto volutamente contraddittorie e asistematiche, risultarono fin troppo costruttive e teoriche per un autore che amava definirsi un "giornalista letterario". Macdonald è il primo a chiarire questa circostanza: "Forse l'unica grande idea che io abbia avuto nella mia vita, e che forse ho sfruttato un po' troppo, è questa storia della cultura di massa - ho creato anche la frase - io stesso la chiamai all'inizio cultura popolare ma poi Meyer Schapiro disse che sarebbe stato meglio definirla "mass culture". Comunque sia, mi chiedo com'è che io assumessi lì una posizione del tutto antidemocratica. Per esempio, sono a favore delle biblioteche pubbliche e dei musei d'arte, ma sono contrario agli sforzi di indurre la gente a servirsi delle biblioteche pubbliche e dei musei d'arte".
Piuttosto, poiché il saggio di Macdonald è divenuto ormai un monumento della cultura "radical" newyorkese del dopoguerra, converrà trattarlo come farebbe un restauratore attento sia all'equilibrio delle forme originali che alla sovrapposizione storica degli avvenimenti. È difficile infatti dire "ciò che è vivo e ciò che è morto" in Dwight Macdonald e nei suoi critici. 
Quando su quella stessa "Partisan Review" di cui Macdonald fu animatore e redattore venne pubblicato "Note su "camp"" di Susan Sontag (in "Contro l'interpretazione", Mondadori, 1967, ed. orig. 1964), l'obiettivo implicito fu proprio l'accoppiata di "masscult" e "midcult". La diagnosi della Sontag - "Il tempo libera l'opera d'arte del suo peso morale e la consegna alla sua sensibilità "camp"" - giunse come il suono delle campane a morto per il disperato modernismo di Macdonald. L'uomo che nel 1960 Alvin Toffler definiva "il grande sacerdote degli snob culturali", che amava le avanguardie pur ritenendone esaurita la stagione, si ritrovò sommerso da un imprevedibile riflusso di avanguardismo. L'assenza del termine "masscult" dai nove milioni di titoli della Library of Congress dipende certamente dagli esiti di quell'antica battaglia.
Ciò detto, il lettore di "Masscult e Midcult" non può che rimanere colpito dall'incensurabile ma straniante apparenza dialettica delle sue argomentazioni. La violenta messa in scena di un "j'accuse" antimoderno scaturisce infatti dalla tribuna di una rivista "radical" militante, e l'ideale organico comunitario di produzione artistica è cinicamente sovrapposto ai mezzi della propaganda commerciale: "Il pubblico di massa è divisibile, abbiamo scoperto - e tanto più è diviso, tanto meglio è". E così, se da un lato il teorema o meglio l'equazione di Macdonald è esprimibile nella formula democrazia = massificazione = conformismo = "masscult/midcult", dall'altro, come spesso accade agli evocatori di mostri, tali improbabili creature si animano e terrorizzano il loro esorcista: "Il "masscult" è una forza dinamica, rivoluzionaria, che spezza le antiche barriere di classe, di tradizione e di gusto, dissolvendo ogni distinzione culturale".
Macdonald decise di incarnare sino in fondo il disagio tipico del modernismo, la doppia antinomia rappresentata dalla difficile convivenza di conservatorismo politico e radicalismo artistico (Thomas Stearns Eliot, James Joyce) e di radicalismo politico e conservatorismo artistico (Jean-Paul Sartre, György Lukács). [...]

Estratto da  L'Indice 1997, n. 7, recensione di Luisetti, F. 

Here in one volume is a comprehensive selection of letters from the correspondence of one of the most astute observers of American politics, society, and culture in the 20th century.

 
The Mass Culture ("Masscult" is his term) is not really culture at all. It is a parody of High Culture, a commodity created especially for the marketplace. It is not simply unsuccessful or bad art. Rather, it is non-art, even anti-art. Masscult offers its customers "neither an emotional catharsis nor an aesthetic experience." It asks nothing of its audience and it gives nothing to them. Its goal is not even entertainment, but merely distraction.

   


American journalist Dwight Macdonald was an editor, cultural critic, and essayist for a number of major publications during the mid-20th century. 
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