Alessandro Fabbri, Mosche a Hollywood, Minimum Fax, Roma, 2000, pp. 345.
"Il romanzo scritto non può più non tener conto della nuova organizzazione dei tempi e degli spazi narrativi sviluppati dal cinema: i romanzi assomigliano a sceneggiature, emulano i tempi e i modi di raccontare delle immagini in movimento".
A volte, la lettura parallela di libri diversi dà luogo a interessanti e significativi cortocircuiti letterari, inaspettati by-pass di parole, divertenti scontri e rimandi testuali tali da lasciare i lettore col dubbio se il Caso sia davvero "il modo in cui Dio interviene sulla realtà senza farsi riconoscere".
La frase iniziale di questo testo è tratta dal saggio di Adolfo Fattori "Il cinema: breve storia possibile" (Cues editore), e si attaglia perfettamente, come si è visto, al libro di Alessandro Fabbri.
( noto adesso che le iniziali dei due autori sono le stesse).
Il romanzo del giovane Fabbri è, in pratica, una sceneggiatura senza didascalie.
Luca e Chiara, su invito di Lorenzo- amico di Luca, da tempo residente negli Stati Uniti- partono assieme per un viaggio negli States, destinazione Los Angeles. Hanno un' auto, sono felici e innamorati. Tutto procede bene, fino a quando Luca, lungo la mitica strada 190, nella valle della Morte, dà un passaggio a due (apparentemente) automobilisti in panne, il messicano Emilio e l'irlandese dai capelli ossigenati Sean. I due, si scoprirà in seguito, sono freschi di una rapina ultramilionaria al Casinò di Reno (Nevada), e sulle spalle, oltre a una borsa verde che contiene sette milioni di dollari, si portano metaforicamente pure l'omicidio di un poliziotto che li aveva fermati per un controllo. Accanto alla vicenda dei due sfortunati turisti italiani, si sviluppa poi il racconto di Reginald Zedoch, vecchio e paralitico miliardario americano, che assolda un cinico e richiestissimo killer, Ray Siegal, al quale affida il compito di ritrovare e riconsegnarli (viva) la bella Shari, ex-spogliarellista dal corpo mozzafiato, che ha avuto l'ardire di abbandonarlo nottetempo e dileguarsi con lo scopo di raggiungere Mickey Swan, il suo vero amore, uno spacciatore di poco conto col naso perennemente imbiancato e il portafogli vuoto.
Inutile dire che le due vicende, in apparenza autonome, a un certo punto si intrecceranno dando vita a fughe, posti di blocco, sparatorie, inseguimenti, pedinamenti, omicidi, e chi più ne ha più ne metta.
Sullo sfondo, Hollywood. Capitale del cinema, fabbrica dei sogni, culla e tomba di centinaia di migliaia di film, produttori, registi, attori, case di produzione, sceneggiatori. L' Hollywood del romanzo di Fabbri, però, non ha assolutamente nulla di patinato, celebrativo, non porta dietro di sé una scia di luci e paillettes, ma anzi si trascina stancamente, triste, come un inutile orpello, i miti ormai morti o dimenticati del bel tempo che fu, quello in cui perfino grandissimi autori della letteratura (penso a Chandler o Faulkner) preferivano buttare all'aria carta e penna e trasferirsi a L.A. a fare la parte (che riusciva loro malissimo) degli strapagati sceneggiatori.
Il romanzo è sicuramente riuscito bene, la scrittura di Fabbri, nonostante la giovane età dell'autore- 22 anni-, e nonostante la mole del romanzo, è già solida, compatta. Il libro non presenta sbavature o inutili allungamenti di brodo. Qualche riserva, forse, la merita la (brutta) copertina di Marina Sagona, assai poco in linea con la freschezza e, soprattutto, la storia del romanzo.