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Milton Fernàndez- L’Argonauta –  Rayuela edizioni, Milano  2011
      
L’argonauta è un tipo di mollusco che si serve della sua conchiglia per navigare sulla superficie del mare in tempi di calma; se le onde si agitano o si presenta un pericolo, l’argonauta ritira i suoi tentacoli usati a mo’ di  remi e la conchiglia discende nel fondo del mare.
Nel notevole romanzo di Milton Fernàndez, l’argonauta è Julio Machado, il protagonista, che attraverso le sedute dallo psicoterapeuta ci racconta la sua storia, da una Montevideo gravida di rabbia e di violenza a una Milano fredda e imperturbabile. In realtà, tra le cose che più colpiscono in questo lavoro, è l’assenza di veri dialoghi che coinvolgano il protagonista: quello con lo psicoterapeuta è un monologo, il dottore non compare mai, ma anche con gli altri personaggi la comunicazione o non esiste o si limita a scambi di parole senza importanza, mentre la valanga di domande e di pensieri repressi cresce in Julio, fino a diventare un pericoloso magma ovattato.
Montevideo è una città paralizzata dalle minacce della dittatura, su ogni muro, ogni volto, ogni strada sembra di sentire il respiro grasso della “bestia”, che odora la preda mentre l’aspetta, prima di quel momento in cui tutto si fa silenzio e scatta l’attacco, mortale. In questo contesto Julio incontra Estela/Silvia, giovane militante, incinta di un compagno scomparso. Per Julio  il massimo  della disubbidienza è attendere il venerdì, ubriacarsi, prendere un fascicolo a caso dal fondo della pila di scartoffie che languono sulla sua scrivania da impiegato, e metterlo in cima, estremo inutile gesto di aiuto a qualcuno che tanto non vedrà mai risolta la sua pratica. 
Al fianco di Estela, Julio ha la possibilità di fuggire da tutto ciò (ma in realtà, “quand’è che si comincia a partire?”)  e di andare in Europa.
Julio si aggrappa alla sua conchiglia senza avere la forza di re-agire, fosse anche solo per dire ciò che pensa, per sputare la sua rabbia. Julio non vive, osserva: osserva la sua città farsi animale e mangiarsi i suoi figli, osserva Estela che si dimena, osserva quell’essere che le cresce dentro senza che lui possa esserne partecipe, osserva Milano, la nuova vita, gli italiani, i latinoamericani, osserva. E accumula insoddisfazione. E nostalgia: “sono malato di nostalgia, mi manca tutto quello che non sono mai stato”.
Il romanzo è generoso di immagini che lasciano il segno, di descrizioni perfette, come quando “la domenica si allungava come un chewing-gum, densa e chiacchierona, e il lunedì sembrava un miraggio sulla linea d’orizzonte”.  Splendido anche lo sguardo del protagonista che dall’Europa osserva l’Uruguay e pensa a chi è partito, a chi è tornato: “Perché partì? (…) Forse per scoprire che dall’altra parte tutto continua come se niente fosse, che un altro cammina sui tuoi passi per le strade che percorrevi ogni giorno e inserisce la chiave nella serratura che fu la tua porta, che quello che era il tuo cane gli va incontro, felice, e lui gli gratta la schiena appena un istante prima di precipitarsi su quello che era il tuo letto, sotto i tuoi draghi, tra le tue lenzuola, tra le gambe della tua donna; proprio un istante prima di colmare ciascuno di quei singoli spazi che una volta sono stati singolarmente i tuoi”. È qui che si afferma l’impossibilità del ritorno:  una volta lasciata la propria terra non si può tornare indietro, perché con il tempo il luogo lasciato non esiste più, e non esiste più la persona che si era prima.
Fernàndez ha scritto questo lavoro in un italiano ricco e scorrevole, e non ha certo i problemi di diglossia di Julio: “Io, per mettere un po’ di chiarezza, quantomeno nelle questioni linguistiche, ho preso una decisione. I giorni pari sogno in spagnolo e i dispari in italiano. Nei festivi mi arrangio coi sottotitoli.”
Un lavoro encomiabile, cesellato con maestria: non basta avere una storia forte da raccontare, bisogna saperla scrivere, e Fernàndez  lo fa con una regia impeccabile; mentre sfilano le pagine e i volti, una lama di veleno e di dolore ti si affonda dentro. E a libro chiuso non riesci proprio a togliertela. 
Bello e terribile, appunto. Come se la violenza iniziale fosse rimasta in attesa di una risposta, di un riscatto, e arriva alla fine, al momento e nel posto sbagliato, così, senza essere chiamata, né desiderata, arriva dove non vorresti mai vederla, mai annusarla.  Ed è atroce. Viene voglia di bloccare il personaggio e dirgli: no, ti prego, questo non farlo.  Questo no.
L’autore deve avere una sottilissima e profonda conoscenza della psiche  umana, delle perversioni che abitano i pensieri, di tutto il non detto, di un flusso di coscienza disarmante che si fa parole.  E uccide. 
Roberta Yasmine Catalano




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