Gustave Flaubert - Salambò-  Mondadori, Milano, 1998, pp.276.



Scrive Gustave Flaubert in una lettera a Sainte-Beuve a proposito di questo romanzo: "Notate  che l'anima di questa storia è Moloch, il Fuoco, il Fulmine. Qui il dio stesso, sotto una delle sue forme, agisce; egli domina Salambò." Il riferimento è a Matho, giovane Libico che, nonostante la trama corale del romanzo, emerge da protagonista nell'impresa di conquistare Cartagine e, con essa, il cuore della bellissima Salambò, figlia del Suffeta Annibale.
Enormi massacri, atroci crudeltà e spietate strategie di guerra si stagliano a sfondo di una passione lirica che avviluppa questi due giovani così diseguali. Salambò e Matho, rispettivamente incarnazione di Tanit e Moloch (Luna-Acqua e Sole-Fuoco), vivono gli eventi come gli eroi a metà mitologici delle vecchie epopee: la vergine subisce la fascinazione del Libico, ma allo stesso tempo le ripugna: Matho s'è, infatti, macchiato di un grave sacrilegio col furto dello zaïmph, scintillante mantello della dea Tanit.
Il sacrilegio richiede un sacrificio: Salambò, soggiogata da Shahabarim -il gran pontefice, artefice della sua "fissazione mistica"- si decide a rischiare la propria vita e la propria purezza per riportare il velo alla dea e, con esso, restituire a Cartagine la forza di respingere vittoriosamente l'attacco nemico.
I capitoli del romanzo appassionano il lettore, lo trascinano incredulo tra i cadaveri orribilmente mutilati nei campi di battaglia, nell'accampamento dei Mercenari e poi ancora nella tenda di Matho. Qui, distesa sulla pelle di leone, Salambò viene presa dalla forza del sole. La catenella d'oro - simbolo della verginità delle donne Cananee - si spezza....il languido sacrificio si compie.
Le sequenze narrative, di forte impatto visivo, nascondono rimandi simbolici che un lettore attento può cogliere come gustosi frutti di una superba scrittura. Copiose antitesi si rincorrono nelle pagine caricando di significati cromatici, metaforici e metonimici gli eventi: culti lunari, abluzioni purificanti, atmosfere lattee e simbolismi acquatici sembrano voler disperatamente lenire le atrocità dei riti di sangue e fuoco celebrati in onore del terribile Moloch. Dio avido di carne, sordo alle grida strazianti e impassibile di fronte agli sguardi stravolti delle masse. Nulla può contro la caduta nell'abisso solare verso cui volge tutto il libro: è il critico francese Henri Thomas ad affermare che apparentemente Salambò muore per aver toccato il velo di Tanit, ma in realtà tutto accade perché la fanciulla è preda, strumento o vittima delle forze titaniche sprigionate non solo dalla salvezza di Cartagine, ma anche dal suo stesso corpo. Corpo spossato e ridotto, pagina dopo pagina, all'animalità visionaria anche grazie ad un finale ad effetto.
Insomma, l'Africa mediterranea evoca in Flaubert purpuree accensioni liriche e immagini dalla truculenza impressionante che altrove l'autore non avrebbe di certo potuto esprimere. Cartagine è, dunque, sfondo perfetto su cui proiettare  le forze più oscure e viscerali di un autore oramai disgustato dai borghesi che hanno applaudito Madame Bovary come baluardo della scrittura impassibile.
Patrizia Mongelli



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