Dario Fo, - Mistero buffo - Einaudi, Torino, 1997, pp.171.

È con sentimenti di nostalgia per i nostri vent'anni, quando da ogni parte d'Italia si accorreva nei perduti '70 agli spettacoli di Fo-Rame, e di riconoscenza ai vecchi di Stoccolma che hanno assegnato il Nobel al grande giullare lombardo, che presentiamo questo libro di Dario Fo. Libro? Mai come qui i caratteri a stampa rendono poca giustizia a un testo destinato a quell'oralità "spastica"  nel senso che gli dava Gadda , a quel linguaggio teatrale di cui la voce e il corpo disossato dell'attore Fo erano il necessario completamento. Si legga allora in piedi questo Mistero buffo, e nel chiuso della nostra stanza ci si improvvisi giullari integrando il testo con personali grammelot, quella fanta-lingua in cui i dialetti si mischiano a suoni inarticolati a mimare un determinato idioma; e se qualcuno ci sorprende "in scena", diciamogli che questo è l'unico modo di leggere questo canovaccio, secondo la migliore tradizione italiana della Commedia dell'Arte. Quando poi torneremo alla nostra sedia e rileggeremo con calma il volumetto vedremo che conserva traccia di quei folli '70  citazioni da Brecht e dal presidente Mao incluse, e il pubblico identificato coi "compagni" tout court  tanto che ci senti quasi registrata "l'aria del tempo" di un decennio che non fu proprio tra i migliori. Questo è l'elemento transeunte in cui chi vorrà potrà non riconoscersi. Resta il dato immanente a un testo che usa le laudi e le giullarate di un Medio Evo da Il Nome della Rosa per dar voce all'irresistibile sberleffo degli oppressi alle classi dominanti.
Alfio Squillaci

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