Opera di Carlo Emilio Gadda (1893-1973), pubblicata da Le Monnier nel 1943, apparsa poi insieme a La Madonna dei Filosofi (e Il castello di Udine in un unico volume intitolato I sogni e la folgore nel 1955 da Einaudi, edita nuovamente a sé nel 1963 sempre da Einaudi e nel 1973. Il "disegno" che chiude e dà il titolo al libro si incentra sulla vivida figura di Adalgisa, ex cantante lirica di teatri popolari che è riuscita con ammirevole tenacia a coronare il suo sogno di un rispettabile matrimonio con il solerte ragioniere Carlo Biandronni, entrando a far parte di una foltissima schiera di famiglie della borghesia milanese tra di loro variamente imparentate, sollevando le ire e le critiche delle esponenti più anziane, gelose custodi dei gradi sociali. Raccontando il "romanzo" della sua vita alla cognata Elsa, giovane e bella creatura in cui Adalgisa rivede, con un misto di invidia e di compiacimento, se stessa giovane, la ormai vedova Biandronni traccia un quadro della società milanese del tempo che ha nell'amato Carlo un tipico esponente. L'ardente passione del marito, reduce della guerra di Libia, per tutti i minerali in genere, e per i coleotteri e gli scarabei in particolare, non è che un riflesso di quel positivismo che, come l'autore esemplifica in una lunghissima e fondamentale nota influenzò la società milanese tra il vecchio e il nuovo secolo, in tutti gli aspetti più superficiali. Adalgisa non risparmia critiche alla classe borghese a cui ella stessa ormai appartiene, cioè a quel mondo che poggia la sua artificiosa stabilità su tradizioni e abitudini radicate, ma che può venire sconvolto da un avvenimento banale come il fallimento della "Confidenza", la ditta di pulizie a domicilio, dovuto alla bancarotta di una banca "anonima". Nel brano intitolato "Quando il Gerolamo ha smesso" è descritto l'atteggiamento di benevola condiscendenza della padrona e di adesione più o meno di circostanza e di dovuto rispetto dell'inserviente, il Gerolamo appunto, che contraddistingueva i commiati sulla porta in cui si raggiungeva la perfetta identità di vedute e di commenti etico-sociali delle due parti. Il nobile Gian Maria, marito di Elsa, cerca di risolvere la crisi del fallimento della "Confidenza" aggravato dalla disgrazia di un trasloco, assumendo come domestica una delle ragazze del proprio paese, la Brianza, considerate le più fidate e debitamente raccomandate dal parroco. I coniugi si preoccupano per la salute della ragazza ma vengono rassicurati dal dottore: si tratta di una normalissima gravidanza. Con questo il padrone di casa decide di chiudere l'era delle domestiche a tempo pieno. Ritroviamo il nobile personaggio Gian Maria nel brano "I ritagli di tempo": costretto per affari a occuparsi di cioccolato ma ingegnere per "elezione", egli è un tipico rappresentante di quella borghesia "colta" che occupa il proprio tempo libero tra la beata lettura del "Guerrin meschino" e il tenace studio del tedesco, essendo sempre utile continuare a studiare una lingua senza arrivare mai a impararla. Soci della Biblioteca linguistica e spesso anche di quella filologica gli appartenenti a questa categoria coltivano i propri interessi letterari affollando le sale di lettura al sabato pomeriggio, a caccia dei più sdolcinati volumi di storia romanzata. Sempre il nobiluomo Gian Maria, afflitto da disturbi vari oltre che dall'età, è ben lieto di potersi esimere da un concerto a cui la moglie Elsa è in procinto di recarsi con il nipote Valerio, di lei quasi coetaneo. Il pubblico del concerto, descritto nel pezzo intitolato "Un 'concerto' di centoventi professori" (in realtà quella sera i "prefesòr d'orkèstra" si presentano dimezzati), offre all'autore l'occasione per descrivere "la società musogonica della città industre" che affolla la sala, ansiosa di provare tutte le emozioni ricavabili dalla musica; nessuno si salva dalla sarcastica penna dello scrittore: dall' ottantina di ragazze da maritare frequentatrici abituali del concerto alla perenne ricerca di un marito, ai giovani elegantissimi e impomatati, a qualche "vereconda vedova", alle "bisnonne ottantaquattrenni, ma ancora in gamba per un'altra quindicina", agli zii preti o ginecologi e così via, tutti infervorati o stizziti, comunque paonazzi nei loro commenti a fine concerto. La fitta rete di parentele permette a Gadda di giocare linguisticamente con nomi e cognomi creando quei "pasticci" onomastici che gli saranno sempre cari. Il gioco dei nomi è presente anche in "Quattro figlie ebbe e ciascuna regina", in cui l'interno di casa Marpioni è animato oltre che dalle frequenti cadute della vecchia serva e dai passi della monumentale padrona di casa, dall'andirivieni delle quattro figlie, le quattro Marie, che hanno felicemente preceduto l'arrivo tanto più trionfale quanto meno sperato dell'erede maschio, la cui attesa aveva cementato e alimentato l'amore dei due coniugi. In tutti i "disegni" appaiono chiari segni di temi che a questa data sono già comparsi o compariranno in modo spesso ossessivo nell'opera di Gadda: è il caso del paventato e insieme desiderato furto dei "sardanapaleschi orecchini" da parte di mature matrone, che si ritroverà nei romanzi Quer pasticciaccio brutto de via Merulana e La cognizione del dolore, della descrizione delle ragazzotte brianzole, delle impressioni sulla "svergolata Milano" vicine al tono delle prose delle Meraviglie d'Italia, della satira sulle donne diplomate cuoche e allevatrici di polli alla Scuola delle Massaie, di immagini ricorrenti quali quella del "minestrone" sinonimo della congerie di persone e di fatti, o del "pitale" di ferro smaltato. Al di là dei richiami frequenti che legano i vari brani dell'Adalgisa, la vera unità del libro è costituita dalla descrizione fortemente satirica della società milanese. La narrazione a volte colloquiale, manzoniana, è resa più ricca da un mezzo del tutto personale, le note, con cui lo scrittore commenta, precisa, spiega, divaga. Nell'Adalgisa è per la prima volta massiccio l'uso del dialetto milanese, essenziale alla rappresentazione di quel mondo al quale l'autore stesso appartiene. Egli ne sorride, talvolta ne ride, più spesso ne è irritato, ma lo comprende a fondo e senza giustificarlo, attaccandolo nei suoi ideali più celebrati come l'economia, la cultura, la famiglia, ne coglie le debolezze profonde e anche i tratti patetici. Compaiono in questo volume due "disegni" - "Strane dicerie contristano i Bertoloni" (con una descrizione delle ville e dei relativi parafulmini della Brianza particolarmente felice) e "Navi approdano al Parapagàl" (contrassegnato da amarezza e da un violento sarcasmo contro certa parte della borghesia) che costituiranno due capitoli del romanzo pubblicato in volume col titolo La cognizione del dolore.
Antonio Banfi
da Dizionario delle opere e dei personaggi - Bompiani
Chiusi, onesti, pieni di meschinità celtica Odiano i meridionali senza averne la forza
SCELTE «Se preferisci l' Ariosto a una maniglia d' ottone ti credono pazzo»
I Rusconi non fumavano: non si sa bene perché non fumassero, forse per igiene, forse per economia. Ma certo le sigarette con quello stemma d' Italia non erano cosa che doveva entrare nelle loro grazie: associavano l' idea delle Macedonia a quella delle guardie di finanza, della Regìa, dello Stato Italiano, dello Stato dei meridionali. Comperare delle Laurens, o delle Capstain non gli era passato mai per il cervello: buttare in fumo tanti denari. Compatti, orgogliosi, borghesi, avevano dei celti il morboso culto della propria supposta intelligenza, non il franco eroismo dei celti: brontolavano contro i meridionali, ma nessuno di loro avrebbe mai osato contrastare ai dettami d' un meridionale, anche perché non ne avevano il potere o la forza o l' ingegno: appartenevano a quella stirpe chiusa, onesta, che può essere simboleggiata, in biologia, dal grosso topo detto «pantegana» da noi, che corre i fossi e sbuca subito di tra il folto delle urtiche e subito si rintana, sapiente nella sua cotenna e codardo. Appartenevano a quella gente che sorride di pietà e di superiorità quando parla del governo, ma che è assente da tutte le attività del governo: assente dall' amministrazione, dalla magistratura, dall' esercito, dalla marina, dall' insegnamento. Non esistono milanesi della classe colta e «dirigente» che siano generali, ammiragli, giudici, ingegneri del genio civile, ufficiali del genio navale, o professori di università. La ricca borghesia milanese sorride di commiserazione a sentire che uno è professore d' università: il presentarsi come professore di filosofia o di diritto romano o di storia antica in un salotto milanese equivale a farsi ricevere con un' occhiata di commiserazione. Soltanto chi fabbrica scaldabagni o maniglie di ottone stampato è una persona degna di considerazione a Milano. La degenerazione della tendenza industriale, l' unilateralità della cultura, la meschinità celtica della loro boria, il bongeismo bastonato dalla caporalaglia del Bonaparte, il secolare cattivo gusto rendono impossibile la vita in Milano 1930, a uno che voglia dedicarsi agli studi. Lo studio nel giudizio milanese è un mezzo di «laurea»; la laurea è come un foglio di congedo dal servizio militare, null' altro. I giovani della borghesia milanese studiano otto anni il latino per essere incapaci di tradurre una frase di Cicerone. Quando in un piccolo villaggio d' Abruzzo o di Sicilia un tale è salutato «professore», il titolo di professore gli vale qualche rispetto, se altre qualità negative non lo additano alla severità delle comari. Ma a Milano essere professore è cosa ritenuta indegna di persona che si rispetti: spazzino municipale è già una carica molto superiore nell' esternazione dei milanesi. Interminabili tiritere contro i professori e le scuole si sentono ad ogni piè sospinto negli illuminati salotti della borghesia pacchianissima, lodi dell' attività pratica, inni allo scaldabagno, ditirambi verso le maniglie di ottone stampato. Il professore è un essere meschino, dalle idee ristrette, incapace di attività e di modernità, che vive del suo Cicerone come il tarlo nella vecchia mensola, che non capisce nulla della vita; anche se il professore è una donna, e se questa donna alleva, poniamo, i suoi figli a furia di sacrificio e di attività. Nessuna pietà, verso chi studia o desidera studiare, nella Milano 1920-30. Il ladro, il ruffiano, la prostituta, il cocainomane, l' omosessuale di professione, il ricattatore, il ricettatore, il contrabbandiere di stupefacenti, la meretrice malata, il finto prete e l' oblato francescano in cerca d' avventure vengono a Milano aiutati, nutriti, confortati, soccorsi, difesi: ma se uno vuoi leggere Orazio o Spinoza, poiché la natura gli fa preferire l' Ariosto allo scaldabagno e l' Analitica del Könisberghese alle maniglie di ottone stampato, quest' uomo è sicuro di essere ritenuto un pazzo da tutte le più aforistiche donne lombarde. I cinquemila e cinquecento pisciatoi della virtuosa città pullulante di persone «pratiche della vita»: ma il professore che un po' curvo per ragione del mestiere legge e lavora e pensa, e può dir cose utili e sagge alle nuove generazioni istupidite dalle sciocche iperboli della Gazzetta dello Sport, il professore è additato al disprezzo pubblico, conspiré, bafoué. Questa è l' intima "cultura" milanese in questi primi decenni del sec. 20. Eppure, come nel passato erano i cadetti a occuparsi delle cose della guerra e dello spirito, militari e preti, perché la terra non consentiva ai suoi nati una moltiplicazione infinita: così anche oggi molte famiglie agiate d' una città che in ragione della sua grandezza offre motivo di più vasta pratica ed esperienza di vita, che non altre, anche oggi molte famiglie potrebbero utilmente avviare i loro secondi e terzi nati alla marina, all' amministrazione, al foro di giustizia, al magistrato dell' acque e dei lavori di strada, all' esercito e a qualunque bisogna che si dia, dove lo scarso ma certo emolumento del Regio Governo può venir integrato da quella dote che l' agiatezza famigliare consente di conferire al suo giovine. Così si avrebbero, presenti all' Amministrazione, elementi buoni e fedeli e relativamente disinteressati. E invece di scaldabagni, a tutti i costi e contro ogni verosimile criterio di opportunità. E così si moltiplicarono le fabbriche e le fabbrichette, le officine e le officinette, le maniglie e le manigliette: ma non troverete una porta che chiuda né una finestra che tenga, perché il genio della meccanica e della vita pratica suggerisce sì le maniglie e il cavatappi contro il Maledetto Spinoza, ma non ha né mai avrà virtù tali da far maniglie tali che servino a chiuderle.
Attraverso l'utilizzazione di geniali miscugli dialettali, gerghi, tecnicismi e linguali diversi, e grazie al continuo e imprevedibile stravolgimento delle strutture romanzesche tradizionali, Carlo Emilio Gadda ha profondamente rinnovato la narrativa italiana. Nutrito di cultura umanistica e scientifica, acceso di ribollenti umori e di una acuta passione morale e civile, si può considerare al tempo stesso un grande scrittore sperimentale e un classico.