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dal 15 settembre 2001
Gabriel García Márquez  - Cent'anni di solitudine - Traduzione di Enrico Cicogna


Un altro luogo comune (pare) è quello di considerare Cent'anni di solitudine (recentemente ristampato) di Gabriel García Márquez un capolavoro. Ciò mi sembra semplicemente ridicolo. Si tratta del romanzo di uno scenografo o di un costumista, scritto con grande vitalità e spreco di tradizionale manierismo barocco latino-americano, quasi ad uso di una grande casa cinematografica americana (se ne esistessero ancora). I personaggi sono tutti dei meccanismi inventati  talvolta con splendida bravura  da uno sceneggiatore: hanno tutti i « tic» demagogici destinati al successo spettacolare. L'autore  molto più intelligente dei suoi critici  sembra saperlo bene: «Non gli era mai venuto in mente fino allora - egli dice nell'unica considerazione metalinguistica del suo romanzo - di pensare alla letteratura come al miglior giocattolo che si fosse inventato per burlarsi della gente... ». Márquez è indubbiamente un affascinante burlone, tanto è vero che gli sciocchi ci sono tutti cascati. Ma gli mancano le qualità della grande mistificazione (« Dante fu un mistificatore? » è la domanda che un dantista tedesco deversò all'orecchio di un suo collega, come riferisce Contini): le qualità che ha, tanto per fare un esempio, Borges (o, molto più in piccolo, Tomasi di Lampedusa, se Cent'anni di solitudine ricorda un po' Il Gattopardo anche per gli equivoci che ha suscitato nella palude del mondo che decreta i successi letterari).

Pier Paolo Pasolini in Descrizioni di descrizioni, Einaudi, Torino, 1979, pp.127-128


***
Perché  la fortuna di questo romanzo, allora? Premesso che rispondere a questa domanda è un compito  più da sociologi della letteratura che da critici letterari (quanti  altri libri hanno avuto un successo planetario e oggi nessuno più ne parla?), avanziamo qualche ipotesi. Il libro, che è del 1967, giunse sullo scenario europeo e primieramente su quello francese - che è in genere quello che decide delle sorti di un libro o di in autore in Europa - in un contesto letterario che aveva già decretato la "morte del romanzo" (vedi i teorici del "Nouveau roman" e il "Gruppo 63" in Italia) e presso una generazione, quella del '68, che aveva rifiutato di narrarsi in letteratura, anteponendo ad essa e a i suoi codici mediati della scrittura quelli situazionali  e immediati della rappresentazione di sé, nelle piazze, nei cortei, nei gruppi di relazione. Può darsi che questo libro venisse accreditato - per la sua cifra magica, irrazionale e irrealistica - come una buona proposta di superamento del romanzo (per lo più  identificato col romanzo "realista") e come una visione allegorica della protesta, e ciò soprattutto da quella frangia delle 'sinistra antropologica' (quella concentrata più sui comportamenti che sulle idee) che cercava un po' dappertutto, anche in India, possibili vie di fuga dall'Occidente.
Vero è che per le stesse ragioni per le quali venne così favorevolmente accolto in quegli anni, risulta oggi francamente illeggibile.
La scelta della rinuncia al principium individuationis (spazio e tempo) che proietta la vicenda del fanta-villaggio Macondo in una dimensione  fiabesca e mitica  risulta poi davvero rovinosa, perché ha come esito diretto di far evaporare in un nulla narrativo e metaforico un intero continente, quell'America Latina che così  appare defraudata del suo faticoso e drammatico carico di storia. Per fare solo un esempio:  quando alla fine delle  prime cento pagine del romanzo scoppia la guerra, essa sembra deflagrare senza alcuna ragione, come un tifone tropicale, e un fatto drammatico come questo viene così privato di tutte le sue ragioni e risonanze sociali ed economiche che sappiamo pur esserci nei Macondo reali. In più, la scelta di sottrarre ai protagonisti la carta d'identità (dove e soprattutto quando nascono, di cosa vivono i Buendìa - vivrebbero di che, di alchimia e di conterìa?) - li condanna ad agire in un limbo fantastico  dove nella migliore delle ipotesi essi acquistano  la consistenza delle figurine di marzapane e nella peggiore sono ridotti a pure 'maschere' , falsificate nell'identità e irreparabilmente   'carnevalizzate'. (Da qui parte,credo, l'illazione pasoliniana di un romanzo scritto da uno scenografo o costumista).
A.S.


Riportiamo alcuni brani dell'intervista rilasciata da García Márquez a Plinio Mendoza e apparsa su "Repubblica" del 16 gennaio 2002

Qual è stato il tuo proposito  quando ti sei seduto a scrivere Cent'anni di solitudine?
Dare uno sbocco letterario, integrale, a tutte le esperienze che in qualche modo mi avevano colpito durante l'infanzia.
Molti critici vedono nel libro una parabola, un'allegoria della storia dell'umanità.
No, ho voluto soltanto restituire peticamente il mondo della mia infanzia, che come sai è trascorsa in una casa grande, molto triste, con una sorella che mangiava terra e una nonna che indovinava il futuro e numerosi parenti dai nomi uguali che non distinsero mai troppo bene la felicità dalla demenza.
I critici riscontrano sempre intenzioni più complesse.
Se ci sono, devono essere state a livello inconscio. Ma può anche essere che i critici, al contrario dei  romanzieri, non trovino nei libri ciò che possono ma ciò che vorrebbero trovare.
Al di là dei critici, il romanzo è molto di più di un recupero poetico dei tuoi ricordi d'infanzia. Non hai detto, qualche volta, che la storia dei Buendìa poteva essere una versione della storia dell'America Latina?
Sì, ne sono convinto. La storia dell'America Latina è anche una somma di sforzi smisurati e inutili e di drammi condannati, a priori, alla dimenticanza.La peste dell'oblio esiste anche tra noi. Trascorsi gli anni, nessuno riconosce come vero il massacro dei lavoratori della compagnia bananiera, ricorda soltanto il colonnello Aureliano Buendìa.
(...)
Parliamo del libro. Da dove viene la solitudine dei Buendìa?
Per me dalla loro mancanza d'amore. Nel libro si avverte che l'Aureliano con la coda di maiale è l'unico Buendìa, nell'arco di un secolo, che sia stato concepito con amore: questo il segreto della loro solitudine, della loro frustrazione. La solitudine, per me, è il contrario della solidarietà.
(...)
Sicuramente c'è qualche aspetto fondamentale del libro che è sfuggito ai critici (i critici per i quali hai tanta avversione). Qual è?
Il suo valore fondamentale: l'immensa compassione dell'autore per tutte le sue povere creature.
Chi è stato secondo te, il migliore lettore del tuo libro?
Un'amica sovietica ha incontrato un giorno una signora molto anziana che stava copiando a mano tutto il libro, cosa che sicuramente ha fatto fino alla fine. La mia amica le ha chiesto perché lo faceva e la signora le ha risposto: "Perché voglio sapere veramente chi è il matto: se l'autore o io, e credo che l'unica maniera per saperlo siariscrivere il libro". Mi è difficile trovare un lettore milgiore di quella signora.



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