Sergio Garufi, Il nome giusto, Ponte alle grazie, Milano 2011


Un buon esordio questo di Sergio Garufi. Conoscevamo la sua scrittura saggistica, acuta, serrata, straordinariamente densa di sapienza letteraria. Ne conoscevamo anche gli esercizi da blogger (alcuni confluiti nei capitoli di questa narrazione). Ci era nota la sua  attività di postatore di calibratissimi interventi  ai tempi, ormai mitici ed è solo passato un decennio, di Usenet  e dei newsgroup. Nulla sapevamo delle sue prove sulla carta stampata, ma l’assenso andava dato a prescindere, visti i precedenti carotaggi. Del narratore, seppure in fieri – visto che questa è la sua opera prima–, ignoravamo tutto ma dubitavamo in anticipo:  non per malanimo, ma perché  sappiamo che  nella narrativa il gioco si fa davvero molto duro. Si sono già visti splendidi prosatori saggistici, fior fior di critici o giornalisti, afflosciarsi miserabilmente già davanti ai primi verbi narrativi che sono  delle corvée fastidiose ma necessarie se devi “portare” una storia,  che per di più,  al passato remoto, sembrano  nella nostra lingua delle vere e proprie pietre tombali: “pensò”, “uscì”, “commentò”… Li abbiamo visti smarrirsi quei bravi prosatori nell’incapacità di  costruire  con sagacia una narrazione che dall’inizio alla fine sappia stare in sesto come certi muri a secco  o  in grado di  “tenere la nota” come certe, lunghe, complesse orchestrazioni musicali. Insomma, abbiamo visto molti “scrittori di pagine” fallire  davanti all’opera unitaria la quale rivendica  precisione e raffinatezza nel saper calibrare le parti della composizione e nel dare loro  forza interna e armonia d’insieme.

Sergio Garufi ha vinto la scommessa perché intelligentemente  s’è tenuto discosto dall’ampia narrazione consecutiva e ha cucito piuttosto, come in un patchwork,  la semplice narrazione dei fatti della propria vita. I punti di cucitura si vedono e sono presenti allo stesso autore che è così vigile da denunciare i limiti di questa operazione, con eccessiva autocritica, quando afferma che la sua scrittura è un assemblaggio di materiali  eterogenei: «sapevo riconoscere il bello e dargli forma, come il rapsodo greco, il “cucitore di canti”, ma non possedevo una fantasia di primo grado». p.94.

E poi c’è l’insidia vera e propria di saper trovare l’intonazione giusta o talora inventare  l’espediente redazionale  atto a  crearti un varco nel mondo dei tuoi fantasmi e uscire in un incipit uncinante per l’ipocrita lettore. E qui  abbiamo avuto subito un soprassalto davanti all’artificio del “morto che parla” (l’autore finge di essere morto in un incidente stradale) che avrà i suoi  referenti letterari d’alto lignaggio che vanno da  ’A livella  di Totò all’Antologia di Spoon River di Lee Masters, ma che ci è sembrato un espediente per lettore medio o per lettrice bas-bleu.  Detto così è una obiezione che farebbe indietreggiare ogni volenteroso lettore. Ma, visto che l’artificio  ha la funzione di crearsi, in un modo come un altro, una prima persona narrante – distanziata e interposta dalla terza, defunta – e verificato  che Garufi non eccede più di tanto nell’espediente narrativo “funerario” abbiamo potuto  immergerci nel flusso della narrazione distendendo le sopracciglia: dopotutto l’espediente del “manoscritto ritrovato”,  abusatissimo anche dai Grandi, non è più originale dell’io narrante defunto,  e come “mezzuccio” gli equivale.

Fortunatamente non siamo davanti a quella  narrazione di risoluzione ( giallo o noir) che francamente non amiamo  ma che in Italia per il noto fenomeno della dislocazione storica (leggi “ritardo”) furoreggia, mentre dove è nata (mondo anglosassone) langue dopo i fasti del secolo scorso.  La narrazione di Garufi appartiene all’altro blocco in cui si addensa la nostra letteratura di oggi, all’autofinzione  ossia  –  che è una  narrazione di rivelazione, innanzitutto della propria esistenza precipua –  e da cui sono venute certamente le cose migliori  a parer nostro (vedi Cappelli , LagioiaPennacchi e ora Nesi).

Questa narrazione è come piace a noi, tutta condotta per linee interne, rinunciante  ai facili appigli di una trama robusta (qualcuno direbbe “il romanzesco”). Ed è molto lineare, tanto da potersi riassumere  in un giro di frase: il “morto che parla” ritorna sui suoi passi e spia Lino, il rigattiere  che ha acquisito il suo sommo bene, la biblioteca personale. Dalla vendita di questo o quel libro che se ne fa  presso la bottega di Lino,  il narratore-fantasma  attorce  il filo narrativo dei capitoli della propria vita, segnati da una donna o da un libro, da uno scrittore come anche da un quadro e da un pittore.
  In questo genere di scelte di fondo che hanno la letteratura e non la vita come fonte di ispirazione è in agguato il calligrafismo più bieco, ma a nostro avviso,  e lo diciamo con piena convinzione,  Garufi  riesce a schivarlo   nonostante le pericolose premesse  (segno aggiuntivo di bravura quando uno riesce a trarsi d’impaccio anche dalle proprie macchinazioni), grazie ad una prosa ispirata e superbamente sorvegliata che si avvantaggia anche di una notevole precisione lessicale  che non ci ha disturbato neanche quando abbiamo dovuto ricorrere, piuttosto spesso, ai vari dizionari on line davanti all’affiorare sulla pagina di termini quali anosmico, bruxismo, ierofania, adorcismo, kenosi, siliquastro, atarassia bromurica, paremiologia,  sorriso eginetico, tonchio, scotomizzare, vitoacconci, cella ialina, flusso banausico, ecc. L’espediente poi di intestare ogni capitolo a una donna o a un oggetto culturale (libro o quadro) è giustificato  dal carattere acquisitivo, seriale, ossia dalla similare “lussuria” compulsiva con la quale  tutte  queste ossessioni abitano la  nostra mente. 

Il  libro sembra scritto sulla pelle dell’autore senza alcun diaframma metaforico e letterario a separare il reale –  sussunto nella pagina,  live –,  dalla narrazione. Il diaframma del “morto che parla” funziona poco nella circostanza, soprattutto quando la storia si addentra nelle vicende biografiche e familiari:  il fallimento del negozio, la separazione tragica e grottesca dei genitori, il suicidio del padre, che ci sono sembrate le pagine più belle e intense dell’intera narrazione. Per altro verso, se si guarda da vicino la tessitura narrativa, che è a patchwork come si diceva,  specie  nei brani che riportano le storie d’amore,  il libro sembra ritrarre un’atmosfera di dilettantismo delle sensazioni, che non sappiamo fino a che punto sia presente all’autore  o se egli intenda consapevolmente esorcizzare rappresentandola: è vero che  i protagonisti si muovono in un clima di   rarefatto estetismo tra  dipinti,  libri e oggetti d’antiquariato (l’autore  ha fatto questo di mestiere: l’arredatore) ma il centro del quadro narrativo sembra occupato piuttosto da questi irrisolti quanto raffinati adolescenti- quarantenni alle prese con una  perenne transumanza sessuale e vittime di una sconfinata confusione negli obiettivi concreti di vita. 

Alla distanza, l'aspirazione alla sincerità della narrazione (anche se “il poeta è un fingitore, finge così completamente che arriva a fingere che è dolore il dolore che davvero sente"), dell’autofinzione dicevamo, si manifesta come un atto di ferocia aggiuntiva verso se stessi: dire tutto, dire i dolori intimi, i fallimenti commerciali ed esistenziali, gli amori perenti, non è solo scotomizzare – rimuovere dalla coscienza i ricordi più penosi – (p.127); o meglio  è farlo senza garanzia di catarsi, benché invocata sottotraccia: è bruciare dei granelli d’incenso davanti all’altare della più volubile o distratta delle dee, la letteratura, sperando però che avvenga il contrario, che la purificazione del racconto e nel racconto  (o forse più ingenuamente lo sperato successo letterario),  appiani tutto il dolore del vivere. Da qui un senso di disagio e insieme di partecipazione emotiva  del lettore verso tanta esibizione senza schermo delle proprie viscere. Può non piacerci, ma è così quantomeno dai tempi de I dolori del giovane Werther passando per il Bardamu del Viaggio al termine della notte: rassegniamoci, la letteratura occidentale è anche tutto questo.


Alfio Squillaci
dal 11 luglio 2011
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Alla vigilia del suo quarantottesimo compleanno, un milanese giace in fin di vita sull'asfalto della circonvallazione Trionfale, a Roma. Come ci è arrivato? A narrare la storia è lui stesso o meglio il suo fantasma, dalla sede del suo limbo terreno: un negozio di libri usati al cui proprietario è stato venduto l'unico bene che aveva: la sua biblioteca. Ogni volta che le figure più disparate entrano nella bottega e comprano i volumi, il protagonista ne segue i passi: l'incontro fra i testi (di Borges o Kafka, Leopardi o Foster Wallace o Celine) e i nuovi proprietari presenta sempre una coincidenza bizzarra, che gli dà la sponda per raccontare un pezzo della sua vita di spirito solitario e inconcludente, di creatura dolcissima e spacciata, capace di umorismo nella tragedia e di riflessione nella farsa. Un uomo che vagando in morte, come ha vagato in vita, alla ricerca di un senso e un'identità, conserva ancora in sé la febbrile apprensione del naufrago. Un uomo qualunque e al contempo speciale, com'è speciale e qualunque la vita di ogni lettrice e lettore: segnata dall'amore per la letteratura come chiave profonda di comprensione dell'esistenza e del mondo, dalla convinzione riposta che non siamo noi a leggere i libri, ma i libri a leggere noi.