Sergio Garufi, Il superlativo di amare, Ponte alle grazie,  2014

Gino ha la piccola mania di contare le lettere delle parole nella convinzione tutta sua che nel caso in cui la loro somma dia dei numeri primi vi si nasconda una trappola, una fregatura, un inganno. È sul limitare dei cinquant’anni e si è trasferito da poco a Roma dal paese natio di Bevagna in Umbria. Uomo marginale, vive ancora a questa età di piccoli impieghi nel mondo sottopagato e precario dell’editoria e delle produzioni televisive. È stato ingaggiato da un editore per la traduzione del carteggio dello scrittore argentino Julio Cortázar e da una emittente per una trasmissione televisiva di massa. Vive da solo in compagnia del cane Tito, un protagonista a pieno titolo nel romanzo, confortato da amori occasionali con donne sposate. Ha già scritto un libro che gli ha procurato una certa fama ma non un grande reddito. Sembra in attesa del grande amore, che arriva con il nome di Stella. Questa la vita piatta e ordinaria dell’ennesimo inetto di genio della nostra letteratura. Ma ecco che alla fine un evento straordinario e davvero “romanzesco” connesso con la sua attività di scrittore  sconvolgerà  la sua vita fino ad allora puntellata da un grande ego e da una originale visione letteraria del mondo. Ma sarà stata veramente la letteratura la responsabile di tale evento?

Facile è costruire un universo romanzesco, non altrettanto è saperlo rendere coeso e metterlo in tensione, come sa fare con maestria e scioltezza il nostro autore.  Questi  i motivi della partitura del romanzo oltre alla Letteratura (Cortázar, Perec, e altri) che attraversa tutta la narrazione e ne è un po’ il basso continuo:  il rapporto con il paese natale, Bevagna (segnaliamo l'entrata nell'Atlante letterario italiano di questa contrada umbra), il cane Tito (nel mio mondo i cani sono quei pretesti per  le non-notizie del TG2, adesso scopro che possono avere una loro dignità letteraria e addirittura segnare il coup de théâtre della trama), la mamma anziana, i ricordi di infanzia,  i soldi che mancano e la condizione di spiantato, il tabagismo, il senso di Gino per il sesso (zona Philip Roth), gli studi televisivi e la letteratura (zona Walter Siti), Miss Gaige: il  tutto sotto il bel titolo che tange la zona Moccia, forse sbeffeggiandola pure, dimostrando che si può scrivere di sesso-amore  a Roma e fare dell'ottima letteratura. 

Tutto ciò costituisce il materiale grezzo  del romanzo che abbiamo tra le mani e che Garufi orchestra con sapienza e grande capacità di intrattenimento.  Quando infatti  si riesce a controllare le scene con molti personaggi, come le cene -  ove non succede niente, nel senso che la trama non avanza e bisogna saper lavorare di pennello, di colore, di appunti visivi, di svelti dialoghi, brevi osservazioni, battute che virano alla massima-, vuol dire che si è buoni padroni della macchina narrativa. Le scene corali sono il banco di prova del prosatore.   Qui i dialoghi sciolti, eleganti, ariosi e con una allure di svagata conversazione colta, sono sempre ben fatti.  La scelta delle parole per chi ha questa abitudine bislacca e originale di contarne le lettere e di trarre le proprie  deduzioni   non può che essere oculata  e costituire un item narrativo ricorrente,  di cui l’autore non abusa,  che stuzzica il lettore.  Inoltre il genietto caustico dell’emarginato sociale celebra le sue vendette verso certi scrittorelli  di successo, uno tra questi è il tipico opportunista che infesta lo scenario delle patrie lettere:  quello che si fa portavoce della vita precaria dei “lavoratori della conoscenza” ma è molto  svelto a trovare posti di sottogoverno e a risolvere innanzi tutto l’equazione della propria esistenza.  Verso simili soggetti è bello poter assestare dei micidiali colpi:  il romanzo può diventare il luogo delle vendette personali;  già fatto si dirà,  si chiama "Inferno" e Dante ne ha la primogenitura, ma anche quando, come qui,  tale procedura viene adottata in scala ridotta e al momento giusto non perde il suo scopo risarcitorio e catartico nell’invocare quell'equilibrio tra meriti e destino che tutti vorremmo fosse il segno della vita autentica, della vita giusta, della vita vera. 

Come esiste una produzione di merci a mezzo di merci  così le narrazioni di Garufi sono produzioni di letteratura a mezzo di letteratura. Non ci si aspetti una narrazione che attinga alla sua fonte primigenia, la vita, come le merci alla loro, la natura.  Prima di essere uno scrittore (un artista con una propria  robusta visione del mondo)  o un narratore (un tecnico di ordigni narrativi) Garufi è innanzi tutto un letterato. A prima vista potrebbe sembrare un limite, e forse per alcuni  lo è:  ogni citazione di un autore, di un libro, di un quadro,  che nella scrittura di Garufi abbondano  -  l’aggettivazione “magrittiano” per il  cielo di Bruxelles l’avrei francamente evitata - potrebbe  suggerire un certo effetto di Midcult o un effetto imposto, l'indicazione ossia di un mondo estetico alto di gamma  e gratificante per il lettore "promosso" nell'empireo della  letteratura  quintessenziale – effetto che  dovrebbe essere il compito primario, a dire il vero, del proprio libro che si sta scrivendo. Ma Garufi sfugge a questa obiezione: per prima perché nel nostro mondo contraffatto e carico di oltre tre mila anni di civiltà letteraria, l'estetica di secondo grado può degnamente sostituire un'emozione primaria  (e l'homo fictus vale in noi tanto quanto l'homo naturalis),  e poi perché Garufi gioca deliberatamente con il mondo n° 2 della letteratura incorporato  nel romanzo che stiamo leggendo, allo scopo di creare un effetto "raddoppio"  o un sapiente assedio del lettore, considerato che l'approntamento di quella trappola narrativa che è la mera trama sembra essere la sua ultima preoccupazione (vivaddio visti  tutti i commissari in circolazione nella nostra narrativa). E infine,  questa pratica di alludere alla Biblioteca (o alla Bipliopoli come si fa qui) ci pare di  grande lignaggio letterario,   e, soprattutto, molto presente nella letteratura prediletta da Garufi, quella ispano-americana: in questo mondo letterario, da Cervantes a Borges, l’impazzimento per i libri è materia di vita oltre che di letteratura.    

Una bella prova questa di Garufi dopo il felice esordio  de Il nome giusto che conferma  la sua forza di scrittore autentico e diretto nonostante la spessa  coltre letteraria dietro la quale ama nascondersi.  Ci attendiamo grandi cose dalla sua penna, siamo sicuri  che sono in rampa di lancio. 

Alfio Squillaci
dal 11 luglio 2011
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Gino, quasi cinquant’anni, umbro di origine, scrittore di un solo libro, campa a Roma come traduttore (ora è alle prese con Cortázar, ma poi non si prospetta niente di buono), trascina una relazione con una donna sposata, non ha soldi, non ha certezze, non ha legami. Insomma, all’apparenza, è uno dei tanti sfigati ultraquarantenni che popolano la narrativa italiana. Ma non è così. Il problema di Gino è che, uno a uno, i suoi desideri sembrano avverarsi: lo scotto da pagare sarà notevole, sarà paradossale, ma quello che avete in mano, cari lettori, in piena controtendenza, è la tragicommedia di un uomo che ce la fa.
Ambientato tra Roma, Parigi, Bruxelles e l’Umbria, Il superlativo di amare è un romanzo che ne contiene molti: il romanzo di un uomo nel pieno della maturità che deve fare i conti con l’eterno conflitto tra le aspettative giovanili e la loro evaporazione; il romanzo di una generazione che è stata tenuta in panchina e a cui ora viene chiesto di farsi completamente da parte; ma anche, e prima di tutto, il romanzo di un amore e di una cocciuta, ironica, romantica fedeltà a sé stessi e alla propria storia, alle passioni mai spente e agli ideali inattinti della giovinezza, unico antidoto contro la vanità e l’indifferenza di un mondo che promette sempre di mutare per rimanere sempre uguale. 
 
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