Paul Ginsborg - L'Italia del tempo presente. Famiglia, società civile, Stato 1980-1996 - Einaudi, Torino, 1998, pp.627.

A distanza di quasi un decennio dall'uscita del volume Storia d'Italia dal dopoguerra a oggi - Società e politica 1943-1988 (Torino, 1989) che arrestava la narrazione alla soglia dell'ultimo decennio del secolo, Paul Ginsborg consegna alle stampe questo "aggiornamento" che completa il quadro della storia recente del nostro Paese, aggiungendovi la trattazione degli ultimi tre lustri che ci siamo lasciati alle spalle. Naturalmente il volume che abbiamo tra le mani è qualcosa di più di un sequel; non solo la mole  che qui "copre" con un numero quasi uguale di fogli un  terzo degli anni del primo lavoro (sedici contro quarantacinque)  ma anche il taglio contribuiscono a dare alla presente opera una propria autonomia, sebbene i due lavori vadano considerati il frutto di un'unica impresa intellettuale.
Fa una certa impressione vedere registrato sotto il marchio di "storia" qualcosa che sembra ancora sotto i nostri occhi, che non è ancora "passato". Il magma incandescente della "cronaca" viene infatti racchiuso ancora caldo in queste pagine, ma con gli eventi connessi, interpretati, documentati. Di più: il concetto di "storia" si è allargato a tal punto nella storiografia corrente - dopo la lezione delle Annales  - da abbracciare quasi tutte le modalità del visibile e dell'accaduto, nessuna esclusa, dalla politica, all'economia, alla società, al costume, allo sport, alla vita quotidiana, etc, in un tentativo di storia totale che rende affascinante e temerario il lavoro dello storico moderno, il quale parafrasando le parole di Musil procede come un "violento" che non avendo a disposizione un esercito s'impadronisce del mondo chiudendolo in un volume. Le prospezioni di Ginsborg, infatti, affondano nei più svariati terreni d'indagine degli anni  sotto esame. Anni che  a differenza dei decenni precedenti in cui un '48 o un '68 segnavano dei punti di svolta nella politica e nella società, non esibiscono un anno-spartiacque  ad eccezione del '92 con l'inchiesta "Mani Pulite" (ma qui solo  la piega che prenderanno gli eventi odierni e futuri ci diranno se quella data fu davvero un punto di non ritorno, una frattura reale),  e tuttavia marcano delle trasformazioni notevoli e di vasta portata nel tessuto sociale, economico, politico e di costume del nostro Paese.
  In economia, ci ricorda Ginsborg, avvengono almeno due fatti epocali: la deindustrializzazione (aziende come la FIAT tra l'80 e l'86 riducono di quasi la metà i propri addetti) e la rivoluzione informatica. Contestualmente nell'industria manifatturiera si chiude l'effimera stagione del fordismo a favore della "produzione snella". Ancora: avanza un capitalismo molecolare e il baricentro economico del Paese si posta dal triangolo industriale verso le regioni del Nord-Est e i cosiddetti "distretti industriali". 
Nella società, lo storico registra la profonda trasformazione della famiglia che diventa più "lunga" e "sottile", mantenendo comunque intatta la propria stabilità e coesione interna. È la famiglia dei figli unici soffocati dai nonni e dai giocattoli. Nel '93 l'Italia conquista un primato mondiale: il più basso tasso di natalità assoluta del pianeta (1,21), mentre nel contempo cessa di essere un Paese di emigrazione e lo diventa d'immigrazione (acuta l'osservazione di Ginsborg sull'adozione del termine "extracomunitario": fuori dalla Comunità Europea o dalla comunità italiana tout court?) Le case si riempiono di videoregistratori, salgono vertiginosamente le ore di consumo televisivo. 
In politica accadono fatti non meno straordinari. La caduta del comunismo (1989) e "Tangentopoli" (1992) sconvolgono il quadro politico. Due partiti cambiano nome e si scindono, un altro si frantuma in mille pezzi come uno specchio rotto e altri semplicemente scompaiono. Formazioni nuove nascono e conquistano la scena nello spazio di un mattino. La politica italiana abituata ai progressi o alle sconfitte elettorali da prefisso telefonico (+0,6 % qui, -0,2% lì) viene investita da un terremoto simile a quello dei Paesi dell'Est (paragone che Ginsborg tuttavia esplicitamente rifiuta).

Se questo è il quadro complessivo dell' histoire événementielle, dove ricordiamo per inciso trovano posto anche la trattazione della TV commerciale, del calcio (un cenno per Ronaldo), dell'avanzata della grande distribuzione, delle leggi amministrative più importanti etc, occorre dire che se non la ricostruzione, l'intelligenza completa di altri fatti così a noi vicini ancora sotto il vaglio dei giudici prima che degli storici - la P2, alcuni scorci di "Tangentopoli", la vicenda Gladio, i rapporti tra Mafia e Politica e segnatamente quelli tra  politica "alta " e "bassa" di Andreotti -, resta impregiudicata sul piano della piena valutazione storica. Anzi, tra quei fatti, lo storico purtroppo è costretto a muoversi ancora come Fabrizio Del Dongo nella battaglia di Waterloo della Certosa di Parma.
 È sui fenomeni di lunga durata, cui Ginsborg ci ha introdotti col precedente volume e coi successivi lavori, che occorre però soffermarsi con attenzione, anche perché si inseriscono in un dibattito ormai decennale condotto a più voci tra storici, antropologi e sociologi. Uno di questi è il peso esercitato dal familismo sulla storia del Paese.  (1) Pur respingendo le ipotesi "culturaliste" che vedrebbero, nella carica particolaristica e asociale di questo fenomeno,  un tratto quasi genetico e permanente della società italiana, ma anche rintuzzando le ipotesi negazionistiche che tentano di eliminare questa ingombrante "voce" dal dibattito, Ginsborg ne sostiene invece «la perdurante utilità come concetto esplicativo, a patto che venga accuratamente definito e storicamente contestualizzato». Il concetto di familismo è per Ginsborg un «rapporto tra famiglia, società [...]e Stato. Una forma in cui i valori e gli interessi della famiglia si contrappongono a quelli degli altri principali momenti di aggregazione che identificano una società democratica».Tanto più deboli, ci sembra di interpretare, si manifestano società e Stato  e in Italia lo sono  tanto più la famiglia impone il proprio tono, le proprie istanze, i propri valori, i propri interessi su tutto il resto. È vero d'altronde che da una parte non è nata (o ha dato deboli segni) una "società civile" colta, indipendente, reattiva, pronta ad organizzarsi e ad esprimere valori universalistici di partecipazione e di associazione che possa sconfiggere  la sindrome particolaristica delle famiglie; dall'altro lo Stato ha inviato «alle famiglie messaggi e aiuti così poco convincenti» da spingere il singolo a cercare sempre più nel proprio nucleo familiare il fine ed il mezzo della propria proiezione sociale.
Infine vorrei segnalare l'alta leggibilità del volume e qualche tocco di umorismo britannico. Questa osservazione ad esempio: «Molti elementi del nuovo consumismo erano indubbiamente futili, dannosi o semplicemente insensati, come il compulsivo "zapping" tra i canali televisivi (che dopo qualche tempo induce un profondo senso di depressione), l'assunzione di droghe pesanti (che produce effetti molto piacevoli, ma a lungo andare assai dannosi), o l'uso di un telefono cellulare per dire "ciao mamma" o " ho appena perso il treno"( che non dà luogo a effetti degni di nota)». O il lapidario commento su Mario Chiesa che tenta di far sparire una tangente nella toilette: « Raramente un socialista craxiano aveva mostrato tanta fretta nel tentativo di liberarsi di una somma di denaro anziché incamerarla». Due brani che evidenziano gli occhi  di un fine osservatore della realtà italiana.
E di un osservatore più che  partecipe.

Alfio Squillaci

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(1)  Il dibattito sul familismo italiano è stato introdotto dallo studioso americano Edward C.Banfield (Le basi morali di una società arretrata, Bologna, 1976 titolo orginale The Moral Basis of a Backward Society ). In questa sede Banfield formula il concetto di "familismo amorale" che si rileva quando gli individui si comportano secondo la regola: «Massimizzare i vantaggi materiali e immediati della famiglia nucleare, supporre che tutti gli altri si comportino allo stesso modo». Tale nozione è di carattere antropologico-culturale, ossia è relativamente indipendente rispetto al variare della sottostante struttura economica. Il familista amorale secondo Banfield sviluppa comportamenti non community oriented, ha sfiducia verso la collettività e non è disposto a cooperare con gli altri se non in vista di un proprio tornaconto. Il contrario dei familismo amorale è la civcness, il senso civico.           
Alla voce di Banfield si è aggiunta quella dell'antropologo italiano Carlo Tullio-Altan (La nostra Italia, Feltrinelli Milano 1986, ora Egea Milano 2000), il quale rintraccia il familismo, come universo di valori contrapposto alla Città (politica e vita associata), già nei nostro più remoto passato, e lo battezza col nome di "morale albertiana" (dal trattato Della famiglia di L.B.Alberti). Anche per Tullio-Altan il familismo è una mentalità, una metafisica dei costumi attiva ed operante presso gli italiani di ieri e di oggi, spinti da essa a orientare i propri comportamenti a vantaggio proprio, della famiglia o corporazione, e a discapito degli interessi collettivi. Un altro studioso americano Robert D. Putnam (La tradizione civica nelle regioni italiane, Milano, 1996 vedi in basso la recensione di C.Trigilia) si è aggiunto alla loro scia. Egli rintraccia le differenze profonde tra le regioni d'Italia proprio a partire dalla nozione di "comunità civica" intesa come «il tessuto sociale in cui si intrecciano l'impegno sociopolitico e la solidarietà» che sarebbe più forte al Nord e più debole al Sud. Da ciò Putnam fa discendere il maggiore o minore rendimento delle istituzioni, in questo caso le Regioni.
A queste tesi si sono opposti nel corso del tempo diversi studiosi italiani (A. Pizzorno, G. Gribaudi) e anche Loredana Sciolla (Italiani. Stereotipi di casa nostra, Bologna, 1997) la quale in aperta polemica con Banfield non ritiene che il familismo sia la fonte di tutti i nostri guai, anzi, ne indica la sua carica vitale e anche i suoi riflessi... civici. Nega che esso sia in correlazione negativa con la civcness, ossia che dove c'è l'uno non ci sia l'altra. Osserva che il senso civico non è assente nel nostro Paese ma isolato, incapace cioè di dar vita a forme di partecipazione politica. Afferma infine, sulla scorta di una ricerca, che non si riscontra nelle regioni meridionali un'inclinazione alla civcness significativamente minore rispetto a quelle centro-settentrionali. (Torna supra)
dal 12 giugno 2001
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Edward C. Banfield
Robert D. Putnam
 Dal Corriere della sera del 26 giugno 1998

Italiani sull'orlo di una crisi da consumo. Colonizzati dalle automobili, anestetizzati dalla televisione, intruppati nel mito tribale del calcio. Però capaci di imporre al mondo il sistema della piccola impresa. Culturalmente cresciuti. E avviati a medicare, seppure con lentezza, i mali di un'amministrazione inefficiente. Né catastrofista né elogiativo, il professor Paul Ginsborg, 53 anni, londinese purosangue che da sei anni sta risciacquando i panni in Arno, all'università di Firenze. La sua «Italia del tempo presente», in uscita da Einaudi, riprende a narrare là dove il volume precedente si era interrotto: da quel fatidico anno 1989 in cui un osservatore attento già avrebbe potuto sospettare gli sconquassi successivi. Certo, nemmeno uno storico anticonformista come Ginsborg poteva evitare di pagare un tributo di pagine al fenomeno Tangentopoli. Però il suo libro, scritto in quello stile anglossassone piano e gustoso che da noi viene definito «giornalistico», contiene una sorpresa. Proprio da lui, che non esita ad autodefinirsi «radicale di sinistra», e dichiara di ispirarsi a personalità come Thompson e Hobsbawm, viene una riserva sul governo Prodi. Sia pure temperata dal riconoscimento di uno storico successo: l'ingresso in Europa. Non deve essere stato facile occuparsi di avvenimenti in corso, conservando allo stesso tempo il distacco dello storico. «Ho potuto attingere a fonti diverse, e credo di aver tracciato una mappa seria dell'Italia di oggi». Secondo un pu nto di vista marxista? «Mi identifico piuttosto nel radicalismo di sinistra di un Edward Thompson, con il suo interesse per la storia sociale e i fenomeni che si sviluppano dal basso. Ammiro molto anche Mack Smith, naturalmente: ho imparato il mest iere da lui, anche se la sua visione è più moderata». Eppure, proprio dall'ultima opera di Denis Mack Smith è venuto il più entusiastico apprezzamento per il governo dell'Ulivo. «Che il mio giudizio sia diverso non deve stupire: io vivo da anni i n Italia, non posso avere una visione troppo idealizzata della realtà. Prodi si è già guadagnato un posto nella storia facendo entrare il Paese nell'Europa monetaria, cosa che veniva considerata ancora altamente improbabile solo tre anni fa. Io criti co però gli attuali rapporti fra governo di centro-sinistra e società italiana. Per esempio, Prodi aveva promesso la riforma del sistema educativo, invece il progetto va avanti con lentezza, senza rispettare certe priorità». Anche verso il capo del l'opposizione, che lei considera soprattutto un oligopolista televisivo, non è molto tenero. «Rimpiango la destra inglese, quella della Thatcher: aveva una serietà d'impostazione e una capacità di elaborazione culturale assente da voi».. Culto es agerato della famiglia, maschilismo congenito, overdose di televisione e di calcio: sono molti i difetti nazionali che lei denuncia. «Senza catastrofismi, però, perché credo nei molti lati positivi dell'Italia. Vorrei soltanto che i consumi venisse ro vissuti più criticamente. E che gli italiani si liberassero dal difetto storico del clientelismo, legato al rapporto fra protettore e cliente, cementato dalla diffidenza verso lo Stato. Esiste un nesso, anche se non automatico, fra clientelismo, c orruzione e criminalità anche mafiosa». Lei descrive i cinque volti della crisi italiana: l'azione giudiziaria del pool di Milano, l'osservatorio della Banca d'Italia, il secessionismo padano, il crollo della partitocrazia di Montecitorio, la lotta della società civile siciliana contro il potere mafioso. Li considera aspetti decisivi nella nascita della la Seconda Repubblica? «Sarà decisiva la comunicazione fra due aree sociali: l'una formata dai piccoli industriali, l'altra dal ceto medio i struito. Il dramma italiano è che queste due componenti non riescono a dialogare tra loro, cominciando dalla politica. È un grave pericolo: ma il muro dell'incomunicabilità, alla fine, potrebbe cadere». 
  a cura di Dario Fertilio

<<<Vedi anche l'analisi di un altro testo di Paul Ginsborg
Vedi in fondo pagina una  sintesi del dibattito sul "familismo amorale" in Italia.
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For those of us that wish to look at the foundations of the case study, Banfields book is a good start. The only problem is his definition of what constitutes a backwards scoiety. His work was new and intruiging, but it explains the human nature without addressing human nature. By nature, humans are selfish. In the case of an isolated village, the people of Montegrano were not backwards. Instead they were doing what was necessary to survive. They did not organize for the greater good of society because they were too busy searching for food for that day and the next. That does not seem backwards. That seems like survival of the fittest,to use a tired cliche. Whenever examining a case study, we need to be sure that we do not generalize the subject.
recensione di Trigilia, C., L'Indice 1994, n. 3
(recensione pubblicata per l'edizione del 1993)

Il politologo americano Robert Putnam ha studiato per più di vent'anni, in collaborazione con Robert Leonardi e Raffaella Nanetti, il funzionamento dei governi regionali in Italia. Si tratta di un caso piuttosto raro nelle scienze sociali, e quindi di indubbio interesse, di ricerca longitudinale. Lo stesso oggetto è stato cioè studiato più volte nel tempo al fine di verificare i cambiamenti via via intervenuti. In particolare, l'obiettivo di Putnam e dei suoi collaboratori era quello di seguire le regioni dal momento della loro creazione "per esaminare il destino di questi nuovi organismi, formalmente identici, ma inseriti in ambienti sociali, politici e culturali lontanissimi". Si trattava in sostanza di valutare "l'impatto della riforma regionale" per verificare quali cambiamenti le nuove istituzioni hanno portato nel modo di fare politica e nel modo di governare. È bene tenere presenti queste domande formulate nell'introduzione al recente volume su "La tradizione civica nelle regioni italiane". Infatti, rispetto a precedenti scritti (tra i quali va ricordato in particolare "La pianta e le radici" pubblicato presso Il Mulino nel 1985), quest'ultimo lavoro tende in realtà a travalicare la questione del funzionamento e dell'impatto delle regioni nella politica italiana e finisce per misurarsi con un problema molto più complesso, ma per il quale è inevitabilmente meno attrezzato: le cause del differente sviluppo tra il nord e il sud del paese. Questa chiave di lettura è stata peraltro fortemente enfatizzata - più di quanto non avvenga nel testo - dalla presentazione giornalistica del volume, e anche da alcune interviste rilasciate dall'autore.
Vediamo anzitutto come sono state studiate le regioni. Gli autori hanno condotto numerosi cicli di interviste con consiglieri regionali e con esponenti della vita politica locale in sei regioni, e sono stati anche ripetuti nel tempo vari sondaggi con gli elettori. Con questi strumenti si è cercato soprattutto di valutare come è cambiato il modo di fare politica a livello regionale, quali caratteristiche ha assunto il sistema politico regionale, quale giudizio si siano fatti gli elettori del funzionamento delle regioni. Ma quest'ultimo aspetto è stato anche esplorato attraverso l'analisi di materiale documentario relativo all'attività delle venti regioni a statuto ordinario, e specialmente attraverso un'indagine più approfondita sulle sei regioni campione.
Nel primo capitolo sono sintetizzati i risultati raggiunti con riferimento al "modo di fare politica". Tra questi Putnam attira in particolare l'attenzione su "una più che straordinaria metamorfosi: la classe politica regionale aveva subito una profonda depolarizzazione ideologica a cui si era aggiunta una concezione più pragmatica della gestione pubblica". Il numero di consiglieri che riteneva che "giungere a compromessi con i nostri avversari politici è pericoloso" è calato dal 50 per cento del 1970 al 29 del 1989. Gli "estremisti" tra i consiglieri sono scesi dal 42 per cento del 1970 al 14 del 1989. Il politologo americano ne trae la conseguenza che il miglioramento dei rapporti e l'affermarsi di uno stile politico più pragmatico hanno reso più facile il raggiungimento di intese per la soluzione di problemi concreti. Sarebbe in particolare la pratica di governo a produrre una "socializzazione istituzionale" degli eletti più favorevole a uno stile meno ideologico e più concreto.
Tutto bene dunque? Forse non si può esserne così sicuri. Guardando i dati indubbiamente interessanti raccolti da Putnam sorge infatti un sospetto. Certo essi mostrano un avvicinamento nei valori, nei programmi e negli obiettivi espliciti della classe politica regionale. Ma non potrebbe darsi che lo stile ideologico originario sia stato sostituito - specie in alcune regioni - non da un pragmatismo orientato alla produzione di beni collettivi, ma piuttosto da uno stile "spartitorio"? In questo caso l'esperienza regionale invece di aver contribuito al miglior funzionamento della democrazia italiana attraverso la depolarizzazione, come suggerisce Putnam, potrebbe in realtà aver favorito quelle pratiche consociative di cui negli ultimi anni abbiamo potuto meglio valutare le conseguenze negative.
Una risposta su basi meno impressionistiche all'interrogativo precedente potrebbe essere data attraverso studi dettagliati del processo di decisione a livello regionale e attraverso un'analisi della qualità delle politiche. Ma mentre ricerche di questo tipo - che confermano i guasti del consociativismo - sono ormai disponibili per il livello centrale (analisi delle decisioni legislative e studi di numerose politiche pubbliche), esse sono più carenti per quello regionale. Da questo punto di vista il disegno della ricerca di Putnam non consente di approfondire i vincoli istituzionali e finanziari posti alle regioni e le conseguenze che ne sono derivate: frammentazione istituzionale, deresponsabilizzazione, contesto decisionale più favorevole a pratiche consociative. La valutazione dell'output delle regioni si basa infatti essenzialmente su un "indice di rendimento istituzionale" costruito con dodici indicatori tra i quali viene rilevata una forte concordanza. "Le Regioni che hanno giunte stabili preparano anche i bilanci entro i tempi stabiliti, destinano i fondi conte preventivati nel bilancio, sono in prima linea nell'ideare leggi innovative, e sono anche quelle che hanno un maggior numero di asili nido e di consultori familiari, sviluppano piani regolatori globali, stanziano sussidi per gli agricoltori e rispondono con sollecitudine alle richieste". Come si vede, questi indicatori toccano aspetti rilevanti dell'assetto politico, dello stile legislativo, e di quello amministrativo, ma non consentono una valutazione più approfondita della qualità delle politiche regionali. Per fare solo un esempio, il fatto che ci sia in alcune regioni una legislazione più orientata a criteri di pianificazione formale non è di per se garanzia sufficiente circa l'efficienza e l'efficacia degli interventi.
Per tali motivi i dati presentati nella ricerca sono più interessanti come indicazione delle differenze relative tra le regioni considerate piuttosto che del rendimento complessivo delle istituzioni regionali. In effetti, il giudizio su quest'ultimo aspetto dovrebbe essere forse meno ottimistico di quello di Putnam e collaboratori, anche se le responsabilità non sono da attribuire soltanto alle regioni. Comunque, in termini di differenze relative, regioni come l'Emilia, la Lombardia, l'Umbria, la Toscana guidano sistematicamente le classificazioni proposte, mentre Calabria, Campania e Sicilia sono sempre i fanalini di coda. Emerge, in particolare, una differenza costante tra regioni del nord e del sud che vede queste ultime ai livelli più bassi dell'indice di rendimento. A questo punto l'attenzione della ricerca si focalizza, con la consueta chiarezza stilistica e metodologica, sulle possibili cause del peggior funzionamento delle regioni meridionali.
Già negli scritti precedenti di Putnam tra le cause appariva di particolare rilievo il ruolo della tradizione civica: ovvero l'esistenza, consolidatasi nel tempo tra i cittadini, di orientamenti volti a perseguire l'interesse personale nel contesto di un più globale interesse pubblico. Come si può verificare sul terreno empirico questa immagine dell'impegno civico che si richiama a Tocqueville? Putnam propone quattro indicatori: la vivacità associativa, la diffusione della stampa, la partecipazione ai referendum, e in negativo la diffusione del voto di preferenza. La ricerca mostra un'elevata concordanza tra questi indicatori. Nel complesso essi connotano negativamente - in termini di più basso impegno civico - le regioni meridionali. D'altra parte, la carenza di impegno civico appare l'elemento che meglio: spiega, sotto il profilo statistico, il rendimento delle regioni del sud rispetto a quelle del nord; meglio, in particolare, del grado di sviluppo economico.
Un tentativo di stimare la tradizione civica, cioè la continuità nel tempo dell'impegno civico attraverso dati relativi alla partecipazione associativa e elettorale, mostra infine un'elevata correlazione tra le condizioni di comunità civica misurate oggi e quelle riscontrabili tra fine Ottocento e primi decenni del Novecento.
È a questo punto che si manifesta quell'allargamento della tematica della ricerca di cui dicevamo all'inizio. Giustamente incuriosito dai risultati dell'analisi statistica, Putnam si allontana dalla questione del funzionamento delle regioni per cercare di "ritrovare le radici della comunità civica". Con un rapido excursus storico, posto all'inizio del capitolo V, egli individua la causa del differente sviluppo delle tradizioni associative nella mancanza al sud dell'esperienza comunale. Questo fattore avrebbe impresso alla storia del Mezzogiorno dei caratteri che non hanno facilitato il formarsi di una comunità civica e sono stati poi, in ultima istanza, responsabili non solo del peggior funzionamento delle regioni, ma più in generale delle carenze dello sviluppo economico del Mezzogiorno.
Come ho già anticipato, questa parte conclusiva del lavoro è quella che suscita maggiori perplessità. L'argomento che viene sollevato è certo rilevante. Non c'è dubbio che sia riscontrabile nel sud una carenza di impegno civico rispetto ad altre regioni del paese. Putnam ha inoltre ragione a sottolineare come l'influenza degli aspetti socioculturali sul problema dello sviluppo del Mezzogiorno sia stata sottovalutata da approcci troppo economicistici. Tuttavia, il modo in cui l'argomento è sostenuto non appare convincente. Viene riscontrata una forte correlazione statistica non solo tra comunità civica, all'inizio del Novecento, e rendimento delle istituzioni regionali oggi, ma anche tra la stessa tradizione civica e lo sviluppo socio economico. Ma, come si sa, una correlazione non è ancora una spiegazione soddisfacente. Per passare dalla prima alla seconda è necessario ricostruire la logica di comportamento degli attori coinvolti e gli esiti che discendono dalla loro interazione.
È proprio su questo terreno che il lavoro appare più debole. Non basta infatti rimandare molto indietro nel tempo - al periodo comunale - l'origine di una tradizione civica più solida nelle regioni del nord e più fragile in quelle meridionali, che dall'esperienza comunale non sono state segnate. Occorrerebbe chiarire perché queste tradizioni persistono anche nella fase più recente, e soprattutto attraverso quali meccanismi specifici condizionano il rendimento istituzionale e lo sviluppo economico di oggi. Occorrerebbe, quindi, un disegno della ricerca più complesso e comunque diverso da quello originario di Putnam, centrato sullo studio delle regioni. Senza uno sforzo di questo tipo, volto a una spiegazione pluricausale, vi è il rischio - peraltro avversato dall'autore stesso - di ridurre la carenza di impegno civico nel sud a un mero dato antropologico-culturale soggetto a elevata continuità. È comprensibile che nell'attuale temperie politico - culturale del nostro paese l'idea di imputare il problema dello sviluppo del Mezzogiorno alla cultura poco civica dei meridionali possa suscitare interesse. Ma è proprio quello che uno studioso serio e impegnato come Putnam certo non si proponeva.

Il titolo originale del libro di  R.Putnam è Making Democracy Work e, nel suo nucleo più profondo, è uno studio sul "rendimento delle istituzioni", ovvero su quelle  basi "strutturali" nonostante la loro essenza  immateriale, le Istituzioni appunto (in questo caso le Regioni italiane), in cui si invera una democrazia. Nel discorso di Putnam le Istituzioni funzionano, "rendono", se si radicano su un humus "culturale" fecondo - e qui si rintraccia il raccordo sotterraneo con le tesi di Banfield - , su una moral basis consentantea e favorevole a quelle istituzioni medesime. Da qui il maggior rendimento dell'Istituzione-Regione al Nord Italia - dove gli orientamenti collettivi alla cosa pubblica, fin dal lontano Medio Evo, sono  di tipo orizzontale-collettivo-cooperativo-inclusivo, rispetto al Sud dove le mentalità  determinano invece comportamenti di tipo verticale-individuale-concorrenziale-esclusivo. In altre parole al Nord, secondo Putnam, il comportamento dei cittadini è community oriented e favorisce il funzionamento delle Istituzioni in quanto - e qui sia Putnam che Banfield seguono le indicazioni di Tocqueville - favoriscono l'associazionismo, ossia la molecola originaria di ogni democrazia, il luogo "mentale" prima che istituzionale in cui i cittadini, spontaneamente sviluppano il massimo dei comportamenti community oriented. Più associazioni ci sono in un territorio, più i cittadini sono disposti a "perdere" il loro tempo per scopi collettivi, più funzionano, "rendono" le Istituzioni - che sono le associazioni pubbliche per antonomasia - più in ultima istanza funziona la democrazia. Il contrario vale per le società rette dal familismo amorale, e per questo definibili "arretrate", perché si basano su fondamenti culturali che sviluppano comportamenti incapaci di sorreggere e far funzionare istituti democratici, più evoluti rispetto a quelli di una comunità che non riesce a farsi società.

Si può ovviamente consentire o dissentire con e dalle posizioni di Putnam - e  la maggior parte degli intellettuali italiani che si sono occupati di queste tematiche hanno dissentito con lui - resta il fatto che lo studio di Putnam è un tentativo coraggioso di spiegare in vitro - all'atto della nascita di una Istituzione - il funzionamento degli istituti democratici. Resta sullo sfondo - e qui sarà difficile dissentire - la correlazione diretta  tra associazionismo e democrazia, già posta da Tocqueville. 

Poiché gli studi sia di Banfield che di Putnam hanno puntato sul nostro Paese - e a nessun può piacere di essere tacciato di arretratezza o di non saper far  rendere le proprie istituzioni - occorre sottolineare, almeno per l'approfondimento di quella correlazione, che Putnam  ha proseguito i suoi studi negli States, e qui, in un successivo volume,  Bowling alone   - senza più irritare gli italiani, ma anche senza più destare la loro curiosità -, ha approfondito sul territorio americano l'infiacchiamento della democrazia, proprio dalla constatazione del  decremento del numero delle associazioni e dall'aumento del numero dei ...giocatori solitari di bowling!
(nota a cura di Alfio Squillaci)
In a groundbreaking bestseller based on vast new data, Putnam shows how we have become increasingly disconnected from family, friends, neighbors, and our democratic structures--and tells how we may reconnect.

Nella prima edizione (1986)  di questo libro Carlo Tullio-Altan lanciava un grido d'allarme sul futuro del nostro Paese rivelando una sostanziale dicotomia tra progresso tecnologico, sviluppo economico e tradizionalismo culturale in seno al quale trovare spiegazione dei fenomeni di disgregazione sociale, di malcostume, di carenza di spirito pubblico, di assenza di corresponsabilità sociale che interessavano la società italiana. Un insieme di contraddizioni che a suo avviso andava ben oltre le semplici difficoltà di una crescita distorta, spiegabile con la giovinezza delle istituzioni politiche ed economiche del Paese, penetrando profondamente nei gangli della società e permeando le mentalità dei singoli. Carlo Tullio-Altan pone l'insieme di questi comportamenti, che denomina arretratezza socio-culturale, nel lungo periodo e la tratteggia nei termini di una "sopravvivenza anacronistica" di modelli di comportamento originati nei secoli passati, tenuti in vita dalla resistenza inerziale che oppongono al cambiamento, in un contesto economico-sociale e politico-istituzionale radicalmente mutato. 

Vedi anche:
Dorothy Louise Zinn 
La raccomandazione. Clientelismo vecchio e nuovo
Donzelli 2001
(recensione in questo sito)
Secondo una radicata tradizione di studi antropologici il clientelismo è uno dei caratteri costitutivi della realtà del nostro Mezzogiorno. Ad esso viene strettamente connessa l'idea della raccomandazione, cioè di una qualche forma di relazione sociale tesa a forzare le regole, dalle più piccole e innocue richieste di favore, alle gravi forme di sopraffazione. Ma la raccomandazione è un fatto meridionale? Tutta la vicenda di Tangentopoli in Italia, come le crisi economiche dell'Asia e della Russia indicano che i tempi sono maturi per una riconsiderazione del clientelismo. Questa indagine, basata su una ricerca etnografica condotta nel Materano, conferma come la raccomandazione rappresenti ancora un'istituzione decisiva, ma sia profondamente mutata. 

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