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Wolfgang Goethe - Viaggio in Italia - Garzanti, Milano 1997


Goethe è nel nostro Paese tra il 1786 e il 1788, ma pubblica la prima parte del Viaggio in Italia ventotto anni dopo, sulla base di diari e lettere che erano destinati alla signora von Stein, a Herder e agli "amici" di Weimar. (vedi estratto a lato)
Goethe è alla ricerca di un Italia metastorica, di minerali e di strati
geologici da classificare e di opere d'arte da studiare: non si propone, dunque, come meta primaria lo studio delle condizioni sociopolitiche. I caratteri e i costumi degli italiani sono osservati con un senso acuto per la realtà della loro natura.
Egli  non si ferma più di tre ore a Firenze, passa per Assisi e non degna di uno sguardo la chiesa di S. Francesco; a Roma trascura i mosaici di S. Maria in Trastevere, e a Palermo le meravigliose cattedrali arabo-normanne.
Educato sencondo il canone di Winckelmann di "nobile semplicità e tranquilla grandezza", Goethe non trascura Giotto o i pittori del Quattrocento per astio polemico o per ignoranza specifica; passa fuggitivo per Firenze solo per la smania di essere al più presto nella Città Eterna.
L'arte è solo una parte, la più cospicua, di un programma fissato in
anticipo; le altre sono l'osservazione scientifica e di costume.
Si veda uno dei passi più suggestivi in cui Goethe descrive un'ascensione al Vesuvio, mentre era Napoli nel marzo del 1786 (fece visita peraltro a sir William Hamilton residente con lady Emma, di cui traccia una significativa descrizione, a palazzo Sessa).

Viaggio in Italia non mancherà mai di meravigliarmi e sono sicura che se lo rileggessi troverei altre novità e motivi di sorpesa.

Artemisia Gentileschi

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GOETHE, JOHANN WOLFGANG, Viaggio in Italia
recensione di Marenco, F., L'Indice 1997, n. 9

Non è certo esagerato vedere in quest'opera il culmine di un processo in cui l'io dell'autore, rimasto fino allora sommerso dalla programmatica pretesa all'oggettività e all'impersonalità propria della scienza, giunge a occupare il centro della storia - nella doppia versione di storia personale e di storia collettiva, già fermamente collegate da un significato ultimo, che la narrazione si incarica di scoprire, selezionando e ordinando armonicamente i mille incidenti del percorso.

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Albert Meier
Goethe padre e figlio: due generazioni di viaggiatori tedeschi in Italia

Johann Wolfgang Goethe ha inaugurato il modo di vedere l'Italia che determina ancora oggi l'interesse dei tedeschi per questo paese. Da Goethe in poi l'Italia viene considerata come una « terra promessa », ed è nella famosa canzone di Mignon del romanzo goethiano Anni di noviziato di Wilhelm Meister che si trova l'espressione più tipica di questa idea: « Conosci tu il paese dove fioriscono i limoni...? ». Benché composta alcuni anni prima dell'arrivo in Italia del poeta, questa canzone, nel seguito, ha influito non solo sugli artisti romantici, ma può passare da allora come inno della nostalgia tedesca dell'Italia.
Tuttavia, il viaggio in Italia di Johann Wolfgang Goethe non significa solo l'inizio d'una nuova epoca nella storia dei rapporti tra l'Italia e la Germania, ma denota anche, per più d'un riguardo, la fine d'una tradizione. Questo viaggio non ha niente in comune con quelli dei pellegrini che attraversavano l'Italia andando a Gerusalemme, né con i cosiddetti Kavaliersreisen dei giovani nobili europei, per i quali le grandi città italiane erano delle tappe importanti del loro « grand tour » attraverso quasi tutta l'Europa occidentale. La vera tradizione che ha esercitato un'influenza decisiva su Goethe è piuttosto quella della borghesia tedesca, che durante il secolo XVIII scopriva per proprio conto i pregi del viaggiare e visitava l'Olanda, la Francia e, non da ultimo, l'Italia, per motivi ben diversi da quelli dei nobili. Questi borghesi non intendevano per prima cosa divertirsi. Al contrario, viaggiavano per imparare. All'inizio del Settecento furono quindi più che altro i membri dell'alta borghesia tedesca a fondare la tradizione di un nuovo tipo di viaggio, e non solo in Italia. Si potrebbe parlare di viaggi « curiosi », espressione allora di moda, perché l'idea della « curiositas » serviva come motore a tutte le attività. Uno di questi viaggiatori curiosi fu Johann Caspar Goethe, il padre del poeta.
[...]

Albert Meier
Vater und Sohn Goethe. Zwei Generationen deutscher Italienreisender

Johann Wolfgang Goethe hat eine Art der Italienwahrnehmung begründet, die das Interesse der Deutschen an diesem Land auch heute noch entscheidend beeinflut. Italien erscheint seit Goethe als eine Art « Gelobtes Land », was in Mignons berühmtem Lied aus Goethes Roman Wilhelm Meisters Lehrjahre mustergültig zum Ausdruck kommt: « Kennst du das Land, wo die Zitronen blühn ...? ». Dieses schon etliche Jahre vor Goethes Italienerlebnis entstandene Lied hat in der Folgezeit nicht nur auf die romantischen Künstler Signalwirkung ausgeübt, sondern darf seitdem allgemein als Hymne der deutschen Italiensehnsucht gelten.
Die Italienreise Johann Wolfgang Goethes markiert aber nicht nur den Beginn einer neuen Epoche -  in mancher Hinsicht bedeutet sie auch das Ende einer Tradition. Sie hat zwar nichts mit den Reisen der Pilger zu tun, die seit vielen Jahrhunderten auf dem Weg nach Jerusalem auch Italien durchqueren mussten, und auch nicht viel mit den sog. «Kavaliersreisen» der jungen europäischen Adeligen, für die  groen Städte Italiens wichtige Stationen auf ihrer « grand tour » durch die Länder Westeuropas waren. Die ausschlaggebende Tradition, in der J. W. Goethe steht, ist vielmehr die des deutschen Bürgertums, das im 18. Jahrhundert die Vorteile des Reisens für sich entdeckte und Holland, Frankreich und nicht zuletzt Italien mit ganz anderen Absichten besuchte, als die Adeligen dies taten. Für solche bürgerlichen Reisenden ging es nicht so sehr um das Vergnügen, man reiste im Gegenteil vorrangig um des Lernens willen. So sind es vor allem die Angehörigen des gehobenen deutschen Bürgertums, die in Anlehnung an französische und englische Vorbilder zu Beginn des 18. Jahrhunderts einen neuen Typ des Reisens nicht nur nach Italien entwickelten: man sprach in dieser Hinsicht von « curieusen » Reisen, wie das damalige Modewort lautete, da die Idee der « curiositas » als Motor für alle Aktivìtäiten diente.
Einer dieser « curieusen» Reisenden war Johann Gaspar Goethe, der Vater des Dichters Goethe.
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Tratto dalla edizione bilingue:
Un paese indicibilmente bello  Il viaggio di Goethe e il mito della Sicilia.
Ein unsäglich Land  Goethe Italienische Reise und der Mythos Siziliens
Sellerio, Palermo 1987

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Esempio 1
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dal 5 ott. 2002
Tutto ciò che si può dire su Venezia è già stato detto e stampato, non posso quindi aggiungere che poche mie impressioni personali. Anche qui il popolo è l'idea fondamentale che mi assilla. Massa enorme! e un'esistenza  non diretta dalla volontà, ma dalla necessità. Questa gente non si è rifugiata sopra queste isole per  diporto, non fu la propria volontà che indusse altri ad associarsi ai primi, il loro sito fu reso vantaggioso da un puro caso, fu un puro caso che essi divenissero in seguito scaltri mentre tutto il mondo settentrionale era ancora in preda all'incoscienza, e di necessità ne derivarono il loro ingrandimento e la loro ricchezza, la gente intanto s'affittiva sempre più, sotto i loro piedi la sabbia e la palude divenivano roccia, le loro case in cerca d'aria come alberi chiusi, procuravano di guadagnare in altezza ciò che era loro impedito in larghezza, avari di ogni palmo di terra e sin dai primi giorni costretti a vivere in locali ristretti non accordarono alle vie maggior larghezza di quella necessaria per dividere casa da casa dando agli uomini la possibilità del passaggio e l'acqua teneva quindi per loro le veci della strada, della piazza, della passeggiata; il Veneziano doveva divenire insomma un nuovo tipo di persona e perciò anche Venezia non può essere paragonata che a se stessa. Come il Canal grande non può essere paragonato a nessuna strada del mondo; cosi a quel tratto che si trova dinanzi alla piazza di S. Marco nulla può venir contrapposto. Il grande specchio d'acqua, intendo quello che si trova da un lato della vera Venezia, ha la forma della mezzaluna, di fronte ha l'isola di S. Giorgio, un po' discosto a destra la Giudecca e il suo canale, ancor
più lontano a destra la Dogana e l'ingresso al Canal grande. Per spiegarmi meglio voglio tracciare sulla pianta di Venezia che accludo alcune linee, nei punti principali che colpiscono l'occhio qualora si esca dalle due colonne della piazza di S. Marco / NB desisto dal farlo perché non può dare un'idea sufficiente:/.
Ho considerato ogni cosa con occhio posato e acuto e mi sono rallegrato di trovarmi qui in mezzo a questa vita cosi grande. Dopo la colazione, per procedere gradualmente nel racconto, esco dapprima a piedi e mi avventuro senza guida, nel laberinto della città, badando soltanto ai punti cardinali. Non è possibile averne un l'idea se non la si è veduta. Quasi sempre, sia con precisione che a un dipresso, si può misurare a braccia stese la larghezza delle calli, in viuzze più strette non sarebbe neppur  possibile stender le braccia. Vi sono vie più larghe, ma relativamente tutte strette. Mi riuscì facile trovare il Canal grande e il ponte di Rialto. la vista è davvero bella e spaziosa specialmente dalla sommità del ponte poiché esso s'inalza sopra un arco solo. Il Canale è zeppo di navigli e formicola di gondole, specialmente oggi che per la festa di S. Michele le donne si recano con gli abiti migliori in pellegrinaggio alla chiesa e vi si fanno per lo meno traghettare. Ne ho viste di bellissime.
Poi quando mi sentii stanco mi sedetti in una gondola lasciai le anguste calli e andai lungo il Canal grande intorno all'isola di S. Chiara nella laguna grande, entro il canale della Giudecca fino all'altezza della piazza S. Marco e mi parve d'un tratto d'essere un comproprietario del mare Adriatico come sente di esserlo ogni Veneziano quando si trova nella sua. gondola. Levai mentalmente un onorifico pensiero al mio povero babbo che non sapeva nulla di meglio se non raccontarci di questa cosa.
È un'opera grande venerabile delle forze umane riunite, un monumento meraviglioso, non di un dittatore ma di un popolo, e se le loro lagune a poco a poco si riempiono e puzzano e il loro traffico s'impoverisce e la potenza decade tutto ciò non riuscirà neppure per un istante a menomare il mio rispetto verso l'indole di questa repubblica e la sua essenza. Essa sottostà al tempo come tutto ciò che ha un'esistenza apparente.

Tratto da: Wolgang Goethe
Giornale di viaggio in Italia per la signora von Stein, Eianudi, Torino 1957, a cura di Dario de Tuoni, pp 91- 93


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