Wolfgang Goethe - Le affinità elettive - Marsilio, Padova 1999 (trad. it. di Paola Capriolo. Titolo originale: Die Wahlverwandtschaften )
Opera pubblicata nel 1809, ma probabilmente ideata precedentemente, nel 1807, nata come idea di una novella da inserire negli Anni di peregrinazione di Wilhelm Meister. È noto che Goethe si era occupato delle discipline più disparate, soprattutto appassionato di scienze naturali. “Le affinità elettive” rappresenta l’influsso di questa passione sulla sua opera di scrittore; egli infatti era rimasto particolarmente colpito dalle teorie di un chimico svedese, un tale Torbern Bergman, che aveva scritto un’opera “De Actractioninus electivis” (da cui il titolo del libro), in cui sosteneva che, così come in natura, anche tra gli uomini taluni si attraggono e taluni si respingono, e che questo avviene anche nei rapporti tra i sessi. Più nel dettaglio la legge di Bergman, in latino attractio electiva duplex, allude a quel particolare fenomeno chimico esistente in natura -e non sappiamo fino a che punto validato dalla scienza moderna - secondo cui due elementi fino ad allora congiunti, sotto l'azione di altri due elementi, si dissociano per congiungersi a questi altri due, formando altre due coppie per reciproca attrazione.
Eduard e Charlotte, coniugi non più giovani, vivono la loro vita coniugale, che è etica per definizione (come ci diranno Kierkegaard e Tolstoj), in assoluto e splendido isolamento nel loro castello, dediti alla cura del giardino, immersi nella lettura e nel godimento dell'arte musicale. Ma sembra questa una felicità al riparo da tentazioni, quieta, chiusa in se stessa, fino a quando non viene minata dall'invito al castello prima del "Capitano" , un amico di gioventù di Eduard, e successivamente della nipote di costui, Ottilie. Il quadrilatero è così formato: la coppia è disfatta dalla sopraggiunta diade; i poli coniugali si dissaldano: Eduard è attratto da Ottilie, il Capitano si invaghisce, ricambiato da Charlotte.
Il TEMA del racconto è molto antico: il conflitto tra la passione e il dovere (sono esempi celebri Medea e Giasone in Apollonio Rodio, Didone ed Enea in Virgilio); ma assume molta importanza anche il conflitto tra l’aspirazione alla felicità individuale e il rispetto delle istituzioni sociali (rispetto del matrimonio e/o dei sentimenti altrui), tra vita estetica, tutta concentrata sulle proprie sensazioni e vita etica, che si preoccupa dell'impatto "sociale" dei propri sentimenti. I due personaggi che sopravvivono (Charlotte e il Capitano) sono omogenei, presentano ossia le stesse caratteristiche, invece i due personaggi che soccombono sono diversi nel modo di vivere la loro passione: infatti mentre Ottilie rifiuta la sua passione, cercando di reprimerla in ogni modo, anche se poi ne è travolta; Eduard invece cerca in ogni modo di esternarla, senza cercare in nessun modo di nasconderla.
Eduard è un “Werther” cresciuto anagraficamente, ma che presenta per il resto le sue stesse caratteristiche: come Werther è egoista, pretende dagli altri ciò che lui non dà, è un dilettante (si cimenta in numerosi campi in cui raramente riesce: si ritira dall’esercito, suona il flauto ma lo suona male…) In lui c’è una passione che travolge tutto; Ottilie al contrario viene travolta dalla passione, ella è il personaggio più puro di tutti e pensa sempre al prossimo, mai a se stessa. Tutti i personaggi vogliono agire, ma, involontariamente, agiscono male.
Eduard agisce soltanto per egoistico, impaziente desiderio d’avventura; è un soggetto psicologicamente immaturo.
Charlotte e il Capitano sono due realisti. Agiscono con metodo e ragione, ma in ogni caso male. Il Capitano è un uomo che ha la consapevolezza di poter fare di più, ma si adatta alla realtà cercando di viverla al meglio. Anche Charlotte si avvale delle opportunità del momento, è un personaggio iperattivo. Sembra guidata dalla massima “E’ necessario fare qualcosa” piuttosto che “È necessario che qualcosa sia fatto”. È impulsiva, non sa aspettare; impaziente, desidera cogliere l’attimo, ma non si preoccupa delle conseguenze che la sua azione potrà ottenere nel futuro. Su tutti i personaggi, però, domina lo sguardo ipersensibile e rarefatto di Ottilie: in più punti il mondo sembra un mondo intravisto attraverso lo sguardo di costei, "creatura di verità".
In questa rigorosa "partita a quattro", un Kammerspiel (dramma da camera), giocato in spazi ristrettissimi e ravvicinati - i protagonisti ridotti quasi a creature da laboratorio - Gothe dispiega tutta la sua sensiblerie "romantica" e ad un tempo la sua preoccupazione "classica" e antiromantica circa i riflessi sociali dei sentimenti, della loro devastante trasgressione della legge morale, del loro rovinoso impatto sulle istituzioni, le uniche, parrebbe, atte a garantire la coesione sociale e a dare un "destino" all'individuo che, altrimenti, abbandonato all'ebbrezza del sentimento, non potrebbe che perdersi, naufragare.
Visto da taluni come un apologeta del matrimonio, da altri piuttosto come un suo pericoloso disgregatore, Goethe, come tutti i veri grandi artisti, non può sostenere questa o quell'altra tesi. I romanzi si scrivono anche per questo: per rappresentare, non per decifrare la verità incalcolabile della vita, lasciando impregiudicata ogni soluzione, ogni possibile scioglimento, che in questo caso è avvolto nelle tristi brume del dramma e nell'elegia sentimentale dell' "amare e soffrire".
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recensione di Isselstein, U. L'Indice del 2000, n. 04
Quando nel giugno del 1809 Goethe sta ancora lavorando alle Affinità elettive e già ne prepara con cura la buona accoglienza presso gli amici, scrive al confidente berlinese Zelter: "Vi ho messo molto, e qualcosa vi ho nascosto". E, usando un misterioso ossimoro, si augura che anche lui trovi gioia in questo "manifesto segreto". Tre mesi più tardi - il primo volume sta uscendo dalla tipografia - prega Zelter di accogliere il romanzo benevolmente e aggiunge: "Sono convinto che il velo trasparente e non trasparente non Le impedirà di penetrare con lo sguardo fino alla forma, così come effettivamente l'avevo in mente". In realtà l'impatto del romanzo è violento, va sì a ruba, ma molti amici (come Wieland, Humboldt e i circoli goethiani di Berlino) non lo capiscono. Fra i tutori della morale cristiana e borghese la reazione è poi negativa fino all'isteria: fermi alla trama, essi vedono nel romanzo un'apologia dell'adulterio. Forse solo alcuni Romantici lo hanno letto nel modo giusto, a nervi scoperti, scorgendo la vera forma sotto i veli: Arnim definisce il romanzo "una cosa dolorosa", raccontando il profondo turbamento dell'amico Brentano, che di veli simbolici e allegorici si intendeva.
La trama è nota. Due aristocratici di mezza età, Eduard e Charlotte, rimasti vedovi entrambi, hanno realizzato il loro sogno di gioventù sposandosi e ritirandosi nel loro feudo in campagna. Li raggiungono un amico di Eduard, "il capitano", e Ottilie, la giovane nipote di Charlotte, e man mano che il tempo passa fra lavori edilizi, migliorie negli orti e nei giardini, serate dedicate a conversazioni, musica e letture nascono due diversi incroci amorosi, che conducono a passioni devastanti. Il punto cruciale è il "doppio adulterio": i coniugi concepiscono un figlio che porterà in viso i tratti delle persone amate evocate nell'amplesso. La passione esplode, ma opposta è la reazione delle due coppie: Charlotte e il capitano rinunciano, per rispetto del matrimonio; Eduard e Ottilie, ineluttabilmente attratti l'uno verso l'altra come due elementi chimici, sperano invece nel divorzio. Prevale la volontà di Charlotte, e gli uomini partono. Le due donne restano sole alle prese con restauri neogotici della cappella, fino all'irruzione del grande mondo con la visita tumultuosa della figlia di Charlotte, Luciane. La visita di un lord inglese costituisce inoltre l'occasione per il manifestarsi dei tratti paranormali di Ottilie, e per l'inserimento di una novella in contrappunto alla storia principale. Il bambino nasce e viene affidato alle cure di una Ottilie melancolicamente serena. Quest'ultima, involontariamente responsabile dell'annegamento del bambino, espierà questa colpa rinunciando al cibo e lasciandosi lentamente morire, seguita dopo breve da Eduard. Durante la cerimonia della sua sepoltura avviene un miracolo. Il romanzo si chiude con le due bare esposte nella cappella neogotica che la stessa Ottilie aveva contribuito a restaurare.
Fin qui la storia del quartetto dei protagonisti, corredata da innumerevoli elementi - azioni, eventi, oggetti, luoghi, gesti - sempre a doppia valenza, realistica e simbolica. Ogni elemento è intrecciato con arte sovrana, quasi virtuosa, e aderisce al corpo della realtà storica e sociale dell'epoca fedelmente rappresentata, come testimoniano i contemporanei. Duecento anni di ricerca filologica hanno svelato molti segreti di questa scrittura, e probabilmente altri ne emergeranno, poiché l'armamentario del poeta sembra inesauribile. Si è visto come Goethe peschi a piene mani nella letteratura antica e contemporanea, nell'iconografia allegorica europea, nella mitologia antica come nelle fiabe e nelle leggende popolari, nell'alchimia come nella scienza moderna, tessendo con questi materiali eterogenei i suoi veli, ora trasparenti, ora enigmatici. Non c'è da stupirsi che i critici postmoderni vi abbiano visto un tessuto di meri significanti sotto i quali non si nasconde alcun significato, dimenticando la "eigentlich intentionierte Gestalt", la forma profonda di cui Goethe parla nella lettera a Zelter.
Giuliano Baioni invece, lo studioso di Goethe di fama internazionale - autore di due libri fondamentali sul poeta (Classicismo e Rivoluzione, Guida, 1969, e Il giovane Goethe, Einaudi, 1996) - affronta proprio questo punto decisivo. Mentre la critica decostruttivista non fa che riproporre il gioco romantico della "semiosi illimitata", Baioni nel suo saggio introduttivo legge il romanzo fondamentalmente come la definitiva resa dei conti del Goethe post-classico con la scuola romantica, della quale il poeta condivide sì la diagnosi del tempo moderno, ma non l'ottimismo. Il Goethe delle Affinità elettive si rivela infatti "il vero romantico" perché porta alla luce e disperatamente affronta - lui che dal tragico è sempre rifuggito - il vuoto ontologico, cioè quel fondo tragico dell'utopia romantica che nemmeno Novalis aveva sfiorato, e che i suoi compagni di strada presto avrebbero scansato salvandosi nel porto sicuro della religione cattolica.(...)