Silvana Grasso - L'albero di Giuda - Einaudi, Torino, pagg.264.
Dalla terrazza del giardino pubblico di Acireale si scorge un mare immenso e turchino; dalla terrazza in cui è ambientata buona parte di questo romanzo - la stessa di Acireale, città, che qui si chiama, chissà perché, Bulàla - non si vede che nulla. Un nulla narrativo beninteso, ché il mare vi è evocato in maniera iterativo-lirica, quasi ottundente.
La storia sarebbe il resoconto volutamente non lineare, ma a spirale, a volute, a cavaturaccioli, di una castrazione paterna: il divieto del matrimonio di Sasà, il protagonista, con una friulana, per via della mancata illibatezza di costei. Sicilia perennis! Questo l'esile filo narrativo. La scrittrice rinuncia infatti per programma alle miserie (ma anche alle grandezze) dei plot, delle narrazioni consecutive e delle descrizioni realistiche per concentrarsi sulla lingua, sullo spappolamento lirico e metanarrativo. E ne viene fuori un pastiche lutulento, praticamente illeggibile per quelli di Busto Arsizio. Di più: la scrittrice talora, forse pentita dal menu linguistico offertoci, tradisce le proprie scelte lessicali - che sono quelle di non farsi risolutamente intendere da chi ha avuto la (s)fortuna di nascere fuori dalla fascia pedemontana etnea -, confondendo ancor più i piani redazionali. Perché, infatti, preoccuparsi di tradurre ferribotto (traghetto) che pure ha una sua rinomanza extra-regionale dai tempi de I Soliti Ignoti e del tormentone Uora uora arrivò il ferribotto, e lasciare invece intradotto sulla pagina un cazzicatumbula (capriola) o muscarolo (ventaglio)? E una volta che si è scelto il registro del mistilingue italo-siciliano, perché dire di uno che è ricchione o frocio (p.98) - evidenti prestiti romaneschi -, e non i più appropriati puppu o jarusu?
La prosa italiana di Sicilia negli ultimi anni ha subito delle gravi involuzioni che fanno rimpiangere vivamente il sobrio illuminismo di Sciascia. Dai tempi di D'Arrigo (il cui Horcynus Orca è citato seppur con l'ortografia scorretta (p.170), fino a Consolo, Bufalino, ed escluso il grande Camilleri, che tratta la lingua in tutt'altro modo, gli scrittori siciliani hanno abbandonato ogni proposito di "ritrarre dal vero" lo sconquasso siciliano di questi anni, per rifugiarsi in un'arcadica regione linguistica dove poter zufolare ad libitum il proprio scabroso dialetto pieno di "u" come un lavandino sturato o di avvoltolarsi in un italiano raro, arcaico, prezioso.
In Sicilia, quando qualcuno parla un italiano forbito e ripicchiato da vocabolario è invitato perentoriamente a parlare alla carcaràra (v.p. 58), ossia in dialetto. A questo romanzo (?), ma più che altro una prosa pre-narrativa o post-narrativa - a seconda che si vedano i fallimenti o le ambizioni della scrittrice - verrebbe solo la voglia di dire «Parla tosco!». E chiuderla lì.
«In Sicilia più che altrove è arduo discriminare moti di umanità autentica e motivi di disumanità mascherata. Nello stato di crisi perenne in cui versano tutti i rapporti dell'io con gli altri e con se stesso, unica legge di comportamento universale è la doppiezza: mai confidare, neanche alla propria cosceinza, ciò che si pensa, si fa e si vuole davvero. Così, le apparenze più grandiose celano le realtà più meschine; le proclamazioni di idealità più pure hanno un rovescio di filisteismo spregevole. La finzione è non solo necessità ma istinto e assieme arte di vita».
Vittorio Spinazzola, Il romanzo antistorico, Editori Riuniti, Roma 1990, pag. 18