Ragazzi che nel dopoguerra giocano con quel che trovano, fossero anche residuati bellici; giovani partigiani nascosti nei boschi dell'Appennino; bambini che assistono stupefatti alle complicate macchinazioni degli adulti. E indigeni astuti, pensionati ormai al finale di partita, cocchieri palermitani che devono saper tenere un segreto. Sette racconti poetici, ironici, anche crudeli in cui Guccini tratteggia delle figure, inquadra dei dettagli, ne sottolinea altri, in una successione di vicende che sono altrettanti squarci di esperienza, lampi di vita ora malinconica, ora arguta, ora straziata.

Montanaro di pianura, nato a Modena, diffidente, avaro di sé, sobrio e bevitore, pigro e serissimo, ma chiacchierone instancabile, Francesco Guccini ha scelto, per la prima volta, di raccontare la sua vita. E ci è riuscito, in questo libro bello e bizzarro, nell'unico modo per lui possibile: fingendo di parlare d'altro, per dire tutto di sé. Per farlo, Guccini organizza una geografia: Pavana col mulino degli avi, i nonni, le nonne e i bisnonni, il bosco, il fiume, la montagna. Modena, odiata e amata, piccola città bastardo posto. Bologna, l'eletta, in via Paolo Fabbri, una vecchia signora dai fianchi un po' molli col seno sul piano padano e il culo sui colli. E poi gli altri luoghi e i loro aneddoti: le osterie, il giornale per sbarcare il lunario (perché cantare non è mica un mestiere), e le balere, dalla via Emilia al West, con gli orchestrali, le giacche con i lustrini, il rock and roll. E ancora: l'amore per il cinema, con gli amici Luciano Ligabue e Leonardo Pieraccioni, per le chitarre, per i fumetti e per l'ottava rima. E infine: il concerto, il luogo dell'incontro col pubblico, secondo una liturgia ritualizzata che comincia con il c'era una volta di "Lunga e diritta correva la strada" di "Canzone per un'amica" per finire con l'epos trionfale di "Non so che viso avesse" della "Locomotiva".
Francesco Guccini

Icaro
Nel libro, che raccoglie il canzoniere completo, introdotto da un saggio di Edmondo Berselli, ogni brano è commentato dall'autore con testimonianze che ne ripercorrono la storia. C'è spazio anche per la sezione "Altre parole", dove sono raccolti i testi che Guccini ha scritto per altri artisti e una sua poesia inedita in dialetto modenese. In appendice, discografia, bibliografia, nota biografica e altro. Il Dvd è un montaggio originale ideato seguendo lo schema di uno spettacolo di Guccini, e utilizzando documenti inediti, tra cui un'intervista appositamente rilasciata e nuove versioni delle canzoni.
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Francesco Guccini - Non so che viso avesse - Mondadori, Milano, 2010

A chi, come a noi, piacciono le canzoni e i testi di questo celebre cantautore (modenese di nascita, pavanese di «radici»), non può sfuggire la sua nuova autobiografia, chiaramente chiesta da Mondadori allo chansonnier in occasione del suo settantesimo compleanno (eh sì, il tempo scorre anche facendo canzoni «tra la via Emilia e il West»). Ciò non toglie che l'editore e l'interessato, a ben vedere, avrebbero fatto meglio a esimersi da una tale iniziativa.
Ciò diciamo non certo per il vecchio topos, da quasi sempre ricorrente su Guccini, secondo cui egli sarebbe, ancor più di De Gregori e dello stesso Fabrizio De Andrè, il cantautore italiano politicizzato per antonomasia, nonché colui che, di questo tratto, avrebbe sempre fatto buon uso ai fini di carriera e "cassetta". Le stesse cose si sentono dire, invero, da decenni, anche su De André; e se De Gregori ne va forse esente, ciò è dovuto soltanto al suo temperamento piuttosto algido, che non si presta a una certa icona stereotipa di quel tipo.
La questione, in verità, sembra essere un'altra. Da chi sa usare le parole come Guccini nelle canzoni, questo tomo non è, purtroppo, la prima – per così – delusione che il suo ascoltatore riceve, poiché anche nei suoi precedenti, e invero non pochi, lavori di scrittura creativa, egli ci ha lasciati con l'amaro in bocca (v., in particolare - a parte i gialli scritti con Loreno Macchiavelli - Croniche epifàniche e Vacca d'un cane editi da Feltinelli, nonché La legge del bar e altre comiche e Cittanòva blues, rispettivamente pubblicati per i tipi di Comix e Mondadori).
Questo scarto fra gradimento dei testi cantati da una parte e i testi narrativi dall'altra parte, è, sol che ci si rifletta un istante, pressoché inevitabile.
Come infatti lo stesso Guccini ha chiaramente osservato più volte (nel libro in esame, da ultimo), i testi delle sue canzoni non debbono essere assimilati alla poesia (antica questione su tutto il nostro cantautorato, dall'esito più che scontato e dunque sterile), poiché la parola cantata è del tutto diversa da quella letta o recitata. Non solo cioè, come pure precisato dallo stesso Guccini, la parola cantata, a differenza di quella scritta, ha una sillabazione dilatabile o contraibile a scelta dell'autore e dell'interprete, sui toni e sulle note; ma soprattutto, a nostro avviso, la forza evocativa e, verrebbe da dire, icastica delle parole in musica non si reitera a fronte dello stesso testo, semplicemente detto o letto sulla carta dattiloscritta o su quella stampata. Talché una medesima strofa, ovvero uno stesso ritornello, i quali appaiono magici, e catturano grazie al trinomio note-parole-canto, risultano invece algidi e anodini se guardati "nel silenzio" (cioè senza accompagnamento) ovvero semplicemente (si fa per dire) recitati.
Per queste ragioni difficilmente confutabili, non appare condivisibile ciò che va scrivendo, nella seconda parte del libro in esame, l'italianista Alberto Bertoni a proposito dei testi delle canzoni gucciniane: che, cioè, di vere e proprie poesie, quasi sempre e per lo più in rima, si tratterebbe.
Anche perché, giova ribadirlo, Guccini è particolarmente abile nell'accostare ai suoni, con relative atmosfere e ritmi, molti testi scanditi i quali, eseguiti con la  sua inimitabile "r" grattata (non francese né blasé), sono d'indubbio valore estetico e catturano. Sempre si alterna, in essi, la sugosa goliardia d'ascendenza emiliana da un lato e dall'altro la struggente malinconia di stampo romantico-esistenzialista. In altre parole, il Nostro sa genialmente cantare (senza peraltro bisogno di sovrastrutture di sorta ai concerti) le alte gioie e gli impeti di consumazione della vita da suggere, così come l'ingobbimento estremo su se stessi, quest'ultimo giungendo finanche all'elegante strazio (così come le predette gioie sono ben crasse, alle volte; e magari non proprio salutari per l'organismo di alcuni personaggi i quali "non hanno" – evidentemente – "il fisico" che serve per queste cose). Proprio in questa caparbietà, quasi fisica, dell'assoluta – necessaria - oscillazione artistica tra gli estremi alle volte gridati, sta secondo noi l'inimitabile bravura del Guccini cantautorale, che lo consegnerà per forza di cose ai posteri, purché cultori della musica italiana d'autore.
Tutto ciò, nondimeno, è vero sì; ma soltanto laddove i testi sono completi, appunto, di ciò con cui essi sono stati concepiti, cioè la loro musica, appunto.
E se quanto appena rilevato è, di per sé solo, idoneo a inficiare tutta la seconda parte del volume in esame (proprio perché ivi si assiste a un'agiografia dell'opera omnia gucciniana, anche sul piano esclusivamente testuale), per quel che concerne la prima parte del libro stesso, che si sostanzia in un racconto di vita da parte di Francesco, può invece dirsi quel che segue: Guccini ivi ripete cose, ed eventi e riflessioni, e situazioni, già dette e scritte e raccontate a oltranza in tante altre sedi; e qui lo fa per l'ennesima volta, perdendo di pathos e di simpatia - il che stupisce non poco, da parte di un raro affabulatore come lui (ma, c'è poco da fare, questo è l'effetto micidiale della reiterazione eccessiva nel trempo).
E del resto, che il Guccini prosatore sia sempre deludente, è cosa ormai assodata per chi ne segue, oltre che i dischi usciti dalla seconda metà degli anni Sessanta, i libri pubblicati in quest'ultimo ventennio. Il suo narrare per iscritto infatti,  per esplicita ammissione del Nostro, contravviene a ogni solida idea di scrittura intesa, come noto, quale toglimento estremo di ogni fronzolo e orpello, di ogni sovrappiù; ché Francesco, piuttosto, cerca la moltiplicazione e la complicazione sintattica, il barocco espositivo enfatizzato: e ciò in quanto una siffatta struttura del racconto corrisponde, di più, allo stile orale del raccontare storie, tipicamente gucciniano.
La sua prosa scritta, dunque, risulta ridondante, involuta, stucchevole: gremita d'inani ghirigori gotici e di lavori dialettali pretenziosi, di anafore e di sinonimi e di troppi incisi: talché sorge spontaneo, nel lettore, un certo quale moto d'inevitabile fastidio (e del resto, che Guccini possa assurgere alle altezze letterarie gaddiane, ci pare davvero eccessivo, pure con tutto il rispetto per Francesco,…e soprattutto per Gadda).
Ed invero, a riprofa della fondatezza di quanto appena detto, sta il fatto innegabile che, a Francesco, siano stati sì conferiti prestigiosi premi musicali (come il Tenco) e anche letterari (Librex-Guggenheim-Montale), ma ciò è sempre accaduto per i testi inseriti nelle canzoni, e non già per le prose. Che poi, a un cantautore di pluridecennale popolarità, sia consentito scrivere e pubblicare e divulgare in prosa tutto ciò che desidera; o che Enzo Siciliano ne abbia incluso un racconto in un'antologia da questi curata, è cosa quanto mai ovvia e comprensibile, secondo normali e giusti meccanismi editoriali.
Rimane però, e lo diciamo senza polemica di sorta (la quale sarebbe del tutto insensata), il vivo consiglio, anche e sprattutto per chi ama il Guccini che canta e fa spettacolo, di non ferquentare la sua (deludente) produzione in prosa, e segnatamente quest'ultimo libro, il quale ci appare vuoto e inutilmnete celebrativo.
Federico M. Giuliani
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