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Carolina Invernizio- Il bacio di una morta - Salani Editore 1889, ora Einaudi 2008

Sono ben oltre un centinaio le opere di questa autentica e imbattuta regina del gotico, che godette di un successo di pubblico davvero invidiabile: una straordinaria macchina da best seller. Di contro non godette dei favori della critica. I suoi romanzi, il primo dei quali fu  Rina, o l’angelo delle Alpi, del 1877, hanno visto varie riduzioni cinematografiche.  Il bacio di una morta , di cui ci occuperemo, vanta due trasposizioni: la prima del 1949 ad opera di Guido Brignone; la seconda del 1974 per mano di Carlo Infascelli. Entrambe con lo stesso titolo del romanzo.
Un’altra opera celebre è  La Sepolta viva , del 1896, che ad essa è strettamente congiunta, come lo è  La vendetta di una pazza annunciata dall’editore come “seguito e fine al  Bacio di una morta ”, e uscita nel 1894, inframezzata da  L’orfanella di Collegno , del 1893.
Il bacio di una morta  si apre con una lunga dedica al marito Marcello Quinterno, che va segnalata per la delicatezza del sentimento e per il debito di riconoscenza che l’autrice riconosce nei confronti del marito: “Se la mia vita triste, ritirata, ha un lato luminoso, è la vostra tenera e cordiale bontà per me. A voi debbo l’ispirazione di molti miei lavori; voi svegliaste in me l’idea di sollevarmi alquanto dalla mediocrità.”
Alfonso, sposato con una donna andalusa, Ines, non ha più notizie della contessa Clara Rambaldi, sua sorella. Un giorno riceve da lei una richiesta d’aiuto e quando giunge a casa sua apprende la notizia che è morta da pochi giorni.
La morte farà da guida a questa storia. Essa sarà sempre presente, sin dalla visita che Alfonso ed Ines faranno alla tomba della sorella: “Il solenne silenzio che regna in quel luogo, sacro al riposo dei morti, i grandi alberi, le croci mortuarie, tutto è propizio alle più folli e deliranti visioni. La è la morte: davanti, di dietro, al nostro fianco, sotto i nostri passi, sotto l’erba che calpestiamo; è impossibile sottrarsi al suo pensiero. Anche l’uomo più forte, più scettico trema, si sente il cuore stretto da una gelida pressione. I monumenti assumono ai nostri occhi un aspetto strano, fantastico, bizzarro; ombre vaghe, sfumate, sembrano librarsi dinanzi a noi, fra le tombe, nell’aria; un sudor freddo scorre per tutto il corpo, le labbra diventano mute.”
La bara, che si trova depositata nella cappella in attesa della sepoltura, viene scoperchiata e assistiamo ad una descrizione di Clara che ci suggerisce il confine labile tra vita e morte. Clara sembra viva, la sua bellezza è intatta. Potremmo definirla viva o morta, indifferentemente: “Ella era bella di una celeste purezza, e sotto quelle trine candide, con quel vestito bianco, pareva una vergine assopita nei pensieri del cielo.” È un passaggio chiave, che va al cuore stesso della ispirazione e della poetica dell’autrice, strettamente legate al suo tempo. L’aspetto gotico e macabro è rafforzato qui da un romanticismo in certi punti perfino esasperato, che però in quegli anni conquistava ed esaltava molti lettori. Non è da escludere in questo rapporto tra la vita e la morte, in questa corrispondenza di sentimenti tra i vivi e i defunti, la suggestione dell’opera foscoliana  Dei sepolcri , del 1806.
Il racconto si svolge quietamente, con tempi mai frettolosi, anzi tendenti ad una sorta di dilatazione. Si direbbe che sia proprio da questa dilatazione che derivi, pur nel macabro in cui ci ritroviamo immersi, la leggerezza della storia. Se si eccettui lo stile che paga un largo tributo al suo tempo (“Clara teneva i gomiti appoggiati alla balaustrata e con una delle bianche e affusolate mani sosteneva la bionda testa. Non si poteva vederle il viso, ma dai sospiri frequenti che le sollevavano il petto, si capiva l’affanno che le pesava sul cuore.”), si potrebbe dire che il gotico della Invernizio è agli antipodi degli horror che invadono la narrativa e il cinema di oggi, allo stesso modo che il poliziesco di un Conan Doyle o di un’Agatha Christie sono lontani dai pesanti e spesso violenti gialli che invadono gli scaffali delle librerie.
Nella trama compaiono anche tracce di quel fiabesco macabro (figli sgraditi e allontanati) che ritroviamo in tante favole, da Cenerentola, a La bella addormentata nel bosco, a Pollicino, e così via, per limitarci alle più note. Poco o niente invece troviamo di quanto di importante era appena accaduto o stava accadendo in Francia con autori come Stendhal, Balzac, Flaubert, Hugo, Maupassant, Zola,
se si fa eccezione per Alexandre Dumas e Eugène Sue, ai quali la Invernizio è debitrice di qualche tributo (ad esempio a Il conte di Montecristo , nel camuffamento di Clara – “la Dama Nera” – recatasi a Parigi per vendicarsi sul marito e ritrovare la figlia Lilia). I due autori d’Oltralpe, infatti, assai famosi e popolari, non possono essere stati ignorati dalla Invernizio, che ne deve aver assorbito, da essi più che da taluni minori, alcune fantasie.
Da quando Clara è uscita dalla catalessi che l’aveva fatta credere morta, la storia ripercorre per larga parte l’antefatto. Ossia, Clara viene a sapere da un  vecchio e devoto servitore della madre defunta, Nemmo, dell’esistenza del fratello. Ne prende cura, all’insaputa del padre, che lo crede precipitato in un burrone come gli ha raccontato, mentendo, il capraio Ronco che lo accudiva sin dalla nascita, e ne fa un giovane elegante e istruito.
Il rapporto tra Alfonso e Clara, della quale Guido ignora che il primo sia fratello, sarà causa di incomprensioni e litigi tra i due sposi. Come lo sarà Nara, l’affascinante e malvagia ballerina, che, sedotto il cuore di Guido, si frapporrà fra lui e la moglie. Questa è una delle descrizioni di lei: “Era splendidamente bella ed abbigliata con elegante semplicità. Nulla di più voluttuoso dei suoi occhi grandi, stupendi, dalle pupille luminose: il suo colorito bruno era alquanto animato: le labbra sensuali, di un rosso vivissimo, spiccavano sullo smalto dei denti bianchi, umidi, come quelli di un fanciullo: la bruna lanugine, che gettava una specie d’ombra agli angoli della bocca, dimostrava il carattere focoso, appassionato di quella donna: le sue narici rosee si dilatavano frementi: nello sguardo aveva qualcosa d’indefinito, d’imperioso.”
Mescolando a tratti il genere macabro con quello cavalleresco, l’autrice tesse una trama che si va via via infoltendo e complicando, sostenuta com’è da una immaginazione ricca indubbiamente di notevoli suggestioni. Sciantose maliarde, conti, duchi e marchesi, duelli, fughe e riapparizioni, veleni, collegano la Invernizio alle correnti europee del romanzo avventuroso e popolare.
Non si può nascondere che il peso degli anni grava fino alla fine sul romanzo, in vero più sulla scrittura che sulla cupa storia, la quale, infatti, ancora mantiene tesi i fili della narrazione. Figlia intera del suo tempo (si pensi all’uso di certe parole, come colpabilità in luogo di colpevolezza), ne consegna a noi le tracce con una testimonianza di consuetudini e di sentimenti oggi del tutto mutati.
Bartolomeo Di Monaco


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dal 23 gennaio 2009
Prima di Alberto Arbasino e ancora prima della celebre casalinga di Voghera, a Voghera nacque Carolina Maria Margaritta Invernizio, Signora Quinterno (Voghera, 1851 – Cuneo, 27 novembre 1916). Quella che Antonio Gramsci nelle sue note dal carcere designò come l'"onesta gallina della letteratura popolare", e che pure servì da controcanto intellettuale  alle sue riflessioni sulla letteratura italiana nazionale (ma non  popolare, ossia elitaria e mandarinesca)  fu invece una scrittrice fra le più popolari di fine Ottocento ed inizio Novecento,
la capostipite perciò della letteratura nazional-popolare.
Nota di A.S.

 

Può l'amore di un fratello salvare da un orribile destino di morte e riaccendere la speranza? Può la torbida passione per una donna spingere un marito ad angustiare oltre ogni modo la moglie fedele? E può una moglie trovare nella propria virtú la forza per sfidare il male? Ambientato in una Francia notturna, da romanzo gotico dell'orrore, e poi a Parigi, alla ricerca di avventure, il romanzo celebre di una scrittrice abilissima nell'arte dell'intreccio.
Appare da sempre come "la dama che ha anticipato di mezzo secolo la letteratura gialla e supergialla" (Emilio Zanzi, La mamma dei romanzi gialli, 1932). Era la prima a esserne consapevole. Intervistata da Guido Gozzano, per celebrare l'uscita del suo novantasettesimo libro, confessava: "Dovetti impegnarmi con alcuni giornali di Torino e di fuori e scrivere romanzi a sensazione con molti morti, con molti feriti e con non pochi imprevisti nonché con qualche sfondo poliziesco. (…) Impiegavo a scrivere un romanzo da 200 a 250 pagine non più di una settimana: non facevo mai correzioni. La trama la scoprivo leggendo le cronache giudiziarie e anche quelle più comuni dei delitti e dei fatterelli vari". Carolina Invernizio è il più famoso esempio dell'exploitation dei "fatti d'amore e di sangue" che sta alla base del consumo letterario puro.
Era stata espulsa dalla scuola magistrale per aver pubblicato un racconto "di perdizione". Straordinariamente prolifica, una dote che le valse alcuni proverbiali epiteti (dall'"onesta gallina della letteratura" di Gramsci al "conigliesca creatrice di mondi" di Cassinelli), è difficile stabilire con esattezza la cronologia e l'entità della sua produzione. Dopo Rina o l'angelo delle Alpi, apparso a puntate sulla "Gazzetta di Torino" nel 1877, Carolina Invernizio pubblicò almeno altri centotrenta romanzi. Scriveva tutte le mattine dalle sette a mezzogiorno, due storie per volta (la sorella Vittorina teneva il conto dei personaggi defunti) e contemporaneamente componeva articoli di ogni genere, che uscivano sotto pseudonimo sull'"Opinione" di Firenze. Nel 1890 tenne una conferenza di grande successo alla Società operaia di Napoli, che fu inclusa nel volume La donna italiana. Solidale con l'universo popolare e piccoloborghese delle sue lettrici, amava le parrucche, le pellicce, il teatro (a Torino frequentava il Gerbino, il Carignano, l'Alfieri). Diceva di essere "una signora perbene: (…) la moglie di un colonnello del commissariato". Al sabato accompagnava la figlia al santuario della Consolata. Nel mondo di Carolina Invernizio non c'è "nessun fremito di redenzione sociale" (secondo un'altra celebre definizione: "Carolina di servizio"). Neppure la sconfitta di Adua trova eco nei suoi libri, nelle decine di titoli famosi: L'orfana del ghetto, La cieca di Vanchiglia, Le avvelenatrici, Amori maledetti, Bacio infame. La sua lingua è satura, melodrammatica, fatta per rappresentare azioni ed eventi alterati e febbrili. La cifra espressiva è sempre convenzionale: "trasalì"; "le sue labbra tremarono convulse"; "le uscirono dal petto dei singulti strazianti". Anche per questa ragione i romanzi di Invernizio producono nel lettore di oggi (oltre alle rifrazioni parodistiche à la Poli), quell'"effetto Casablanca" (Eco), quella "festa di ritrovamento" dei cliché narrativi, che si determina quando si accumulano moduli inventivi e stilemi rigorosamente stereotipi.
La cosa più straordinaria dei suoi romanzi appare la sostituzione del superuomo (agente risolutore di trame, quelle di Carolina, "inverosimilmente arruffate") con una "società di donne". I nodi drammatici delle sue storie di rado sono sciolti dagli uomini. Più spesso le donne "al di sopra di inverosimili cabale familiari palesi e occulte, si uniscono in una sorta di federazione provvisoria di famiglie, per riportare le situazioni alla normalità" (Eco). Sulla donna pesa la condanna dell'opinione pubblica, ma Carolina è ben lontana dal suggerire alle sue protagoniste di sottostare alla legge dei "ladri dell'onore". Al contrario, la scrittrice le autorizza a violare l'etica corrente e a nascondere con l'astuzia e l'inganno l'immoralità dell'azione che le conduce a recuperare la rispettabilità perduta. Nella prospettiva del personaggio, il racconto di Invernizio si svolge sempre "sull'asse del segreto" e della "menzogna", ed è solo il narratore "ignaro" (e ambiguo "destinatore del sistema etico" dei suoi romanzi) a spostarsi sull'asse di verità dell'opinione pubblica.
Il bacio di una morta applica nel modo migliore quel "quadrato della veridizione" (Federzoni) secondo cui il personaggio mente, il narratore dice la verità, ma il lettore crede al personaggio. Un meccanismo che regola l'intero mondo narrativo della scrittrice vogherese.   Valentino Cecchetti

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