Imre Kertész, Essere senza destino, Milano, Feltrinelli, 2004
Essere senza destino, pubblicato in italiano già nel 1999 e Premio Flaiano nel 2001, appartiene a pieno titolo alla ristretta cerchia delle grandi opere che emergono dal mare magnum della narrativa sull’Olocausto. Il romanzo dell’ungherese Imre Kertész, Premio Nobel per la letteratura del 2002, presenta la stessa chiarezza delle opere di Jean Améry, la stessa profondità degli scritti di Primo Levi, la stessa intensità delle riflessioni di Elie Wiesel. Lo scritto di Kertész si distingue, tuttavia, per la sua scarsa propensione a stigmatizzare l’“orrore” dei campi di sterminio.
Agli occhi del quindicenne Gyurka, alter ego dell’autore, le vicende che determinano i suoi continui trasferimenti da un campo di concentramento all’altro, da Auschwitz a Buchenwald, e di qui a Zeitz e di nuovo a Buchenwald, si dipanano come una catena di eventi ordinari, “naturali”, come sostiene lo stesso Gyurka nelle pagine finali del romanzo. Dei fatti che all’esterno sembrerebbero pure e semplici assurdità, nell’universo concentrazionario appaiono come fatti quotidiani, normali, che le stesse vittime finiscono col metabolizzare, diventandone, loro malgrado, protagoniste. E’ così che Gyurka mantiene un atteggiamento di distanza di fronte a eventi che, in altre situazioni, avrebbero sconvolto la sua giovane esistenza. E’ così che non gli sembra affatto strano che gli ebrei come lui vengano deportati senza aver commesso nulla, senza avere alcuna colpa se non quella di esser nati ebrei; egli quindi non si oppone, non protesta, non si ribella, e finisce col guardare perfino con diffidenza coloro che azzardano una pur timida reazione all’imperante ingiustizia.
Gyurka non si indigna (e nemmeno si dispera) neanche quando comprende che il fumo dei camini di Auschwitz è provocato dalle decine di persone che, al primo esame della commissione medica del campo, sono state mandate sul lato opposto rispetto al suo, e sono andate a far la doccia in altre camere. E il ragazzo osserva come il sistema totalitario riesce a rendere le sue stesse vittime non tanto indifferenti a ingiustizie ed orrori, quanto completamente incapaci di comprendere e valutare le sue dinamiche: “Di tutto questo mi rendevo conto ma non come – riflettendoci – sono riuscito a riassumere a posteriori, per così dire facendomi scorrere il tutto davanti agli occhi. Semmai me ne rendevo conto passo dopo passo e sempre e soltanto abituandomi ogni volta a ciascun passo – e così, a dire il vero, non ho realizzato un bel niente” (p. 131). Ciononostante, “un campo di concentramento […] non offre una reale possibilità di abituarsi” (p. 132). E’ impossibile abituarsi alle condizioni estreme del campo, capaci di ridurre in uno stato miserabile anche organismi forti e giovani. A tormentare Gyurka, nell’anno che trascorse nei campi di concentramento e di sterminio, fra la primavera del 1944 e quella del 1945, furono dapprima le spossanti fatiche del lavoro quotidiano, accentuate dalla fame, dal freddo, dalle scarpe di legno che rompevano i piedi, e poi la scabbia, che ridusse il suo corpo in condizioni pietose, costringendolo a passare diversi mesi in varie infermerie e ospedali. Questa la più infame e crudele operazione dell’universo concentrazionario: la riduzione dell’essere umano a un meschino ente biologico preoccupato solamente della propria sopravvivenza, -una riduzione perseguita e ottenuta con la continua messa a rischio di questa stessa sopravvivenza, attraverso lo sfruttamento estremo delle capacità fisiche di ogni soggetto deportato, e tramite il progressivo avvilimento del suo corpo per mezzo di fame, freddo e malattia: “Ogni giorno”, afferma Gyurka, “venivo sorpreso da qualcosa di nuovo, da un nuovo difetto, da una nuova oscenità che colpivano questo oggetto sempre più strano, sempre più estraneo, che pure era stato un buon amico: il mio corpo. Non riuscivo più nemmeno a osservarlo senza provare un sentimento ambiguo, un brivido di orrore” (p. 141).
Il corpo, il proprio corpo, diviene l’unica sensata preoccupazione, -al punto che non si prova niente, assolutamente niente, se il compagno di branda muore durante la notte, e anzi si approfitta della situazione per ricevere, almeno per una giornata, una doppia razione di pane e zuppa. L’unica cosa che terrorizza Gyurka sono i parassiti che attentano costantemente al suo corpo, alle sue piaghe, finché anche questi non diventano un elemento “naturale” della sua vita nel campo, -al punto che le sofferenze fisiche finiscono per non tangere più l’esistenza del protagonista, il quale, proprio nel dolore più estremo, quando la prospettiva (poi non realizzatasi) di finire nel crematorio appare quanto mai vicina, riscopre la propria “libertà”, e intraprende la sua riscoperta della sua natura umana: “l’espressione ‘spoglie mortali’, spesso sentita prima, secondo le mie conoscenze di un tempo poteva essere riferita esclusivamente a un morto. Io, invece, vivevo ancora, non vi era alcun dubbio, era un vivere stentato, in un certo senso ridotto al minimo, eppure qualcosa ancora ardeva dentro di me, la fiamma della vita, come si usa dire – dall’altra parte c’era il mio corpo, sapevo tutto di lui, solo che in un certo senso io non mi trovavo più lì dentro. Riuscivo senz’altro a rendermi conto che questa cosa, insieme ad altre cose simili accanto e sopra di essa, giaceva qui sulla paglia fredda e bagnata di umori sospetti, sopra il cassone traballante di un camion, che la fasciatura di carta si era disfatta, smembrata e strappata da un pezzo, che la mia camicia e i calzoni da detenuto che mi avevano infilato per il trasferimento si incollavano alle ferite aperte – ma tutto questo non mi toccava veramente, non mi interessava, non mi influenzava più, posso dire addirittura che da molto tempo non mi sentivo più così leggero, così in pace, come trasognato, diciamo pure: così bene” (p. 156). La capacità di distanziarsi da un corpo in disfacimento consente a Gyurka, paradossalmente, di resistere ai rigori del campo e di riacquisire, gradualmente, quel quantum di umanità che gradualmente gli era stato sottratto.
Proprio la gradualità delle esperienze, l’asfissiante succedersi di nuove regole, nuovi eventi, nuovi usi da assimilare incessantemente per non restare indietro e per non essere travolti, è ciò che, in un certo senso, produce una stridente incapacità di comprendersi fra il giovane Gyurka, -tornato vivo, seppur malandato, dal campo di sterminio-, e coloro che non possono nemmeno immaginare la realtà del campo. E’ così che Gyurka si scontra, da una parte, con quelli che non vogliono credere alle camere a gas e ai forni crematori e, dall’altra, con coloro che hanno imparato a esorcizzare questo male della storia dietro definizioni stereotipate, quali “atrocità” e “orrore”: come se si trattasse di “un errore, un incidente, una specie di sbandata” (p. 217), e non del susseguirsi di scelte, conseguenze, azioni umane, cioè di passi compiuti da esseri umani, che non hanno saputo opporsi a un progetto imposto da altri esseri umani, -un progetto che umiliava l’umanità stessa, privando degli uomini della loro libertà, della loro vita, e spesso della loro dignità. Ed è così che, nelle pagine conclusive del suo romanzo, Kertész volge lo sguardo al futuro, e già sa che gli altri, coloro che non sanno cosa sia un campo di concentramento, gli domanderanno sempre delle “atrocità”, degli “orrori”, dei “mali”; ma, secondo Kertész, “non esiste assurdità che non possa essere vissuta con naturalezza” (p. 220), -e la felicità, persino la fuggevole felicità che si può provare in un campo di sterminio, è l’unica cosa che lo scrittore ebreo ungherese desidera narrare al mondo, sempre che il mondo glielo chieda, e sempre che lui non l’abbia abbandonata nel passato.
Dal Premio Nobel 2002, un libro sul mondo concentrazionario e sulla psicologia dei campi di concentramento secondo uno scampato, che vorrebbe paradossalmente farsi portavoce della "felicità" dei campi.
Il libro
"Non esiste assurdità che non possa essere vissuta con naturalezza e sul mio cammino, lo so fin d'ora, la felicità mi aspetta come una trappola inevitabile. Perché persino là, accanto ai camini, nell'intervallo tra i tormenti c'era qualcosa che assomigliava alla felicità. Tutti mi chiedono sempre dei mali, degli 'orrori': sebbene per me, forse, proprio questa sia l'esperienza più memorabile. Sì, è di questo, della felicità dei campi di concentramento che dovrei parlare loro, la prossima volta che me lo chiederanno".
Approfondimento
Gyurka non ha ancora compiuto 15 anni, quando una sera deve salutare il padre costretto a partire per l'Arbeitsdienst. Alla domanda perché agli Ebrei venga riservato un simile trattamento, il ragazzo rifiuta di condividere la risposta religiosa, "questo è il volere di Dio". Perché dovrebbe esserci un "senso" in tutto questo? Poco dopo Gyurka viene arruolato al lavoro forzato presso la Shell, e da lì, un giorno, senza spiegazione, viene costretto a partire per la Germania. La voglia di crescere, di vedere e imparare, l'impulso vitale di questo ragazzo sono così marcati e prorompenti che la sua ratio trova sempre il modo di giustificare il corso degli eventi, tanto più in un mondo in cui comunque domina l'arbitrio. Da qui tutto procede a piccoli, quanto inesorabili passi, in un fatale succedersi di momenti: tanti ordini che non vengono motivati e a cui si obbedisce prima ancora di averli capiti, una serie di azioni che porta alla distruzione di sé. La sopravvivenza a questo punto è solo un caso fortuito: sono i compagni che un giorno denunciano le sue gravi ferite a un infermiere, innestando quella deviazione di rotta che alla fine salverà Gyurka. Essere senza destino ripercorre l'esperienza dell'autore ed è uno dei libri più intensi sul mondo concentrazionario. Il suo fascino e la sua forza nascono dal presentare l'uomo nella sua più cruda e drammatica essenzialità, con l'ironia che pu" avere solo chi è scampato, il disincanto di chi non si appoggia a risposte precostituite e la saggezza che nasce da un profondo amore per la vita.
Nato nel 1929 a Budapest, Kertész è stato deportato nel 1944 ad Auschwitz e liberato a Buchenwald nel 1945. Tornò in Ungheria nel '48 dove lavorò come giornalista in un quotidiano di Budapest fino al '51, quando il giornale, diventato organo del partito comunista, lo licenziò. Dopo due anni di servizio militare, per mantenersi, iniziò a scrivere i suoi romanzi. E' stato autore di pezzi teatrali e traduttore di Freud, Nietzsche, Canetti, Wittgenstein e altri.
Essere senza destino, il suo primo romanzo, è un lavoro basato sulla sua esperienza a Auschwitz e a Buchenwald. Egli stesso ha dichiarato: "Ogni volta che penso a un nuovo romanzo penso a Auschwitz".
Kertész impiegò dieci anni a scriverlo e per molto tempo nessuno lo pubblicò; quando finalmente, nel 1975, apparve in Ungheria, venne totalmente ignorato e l'autore messo al bando. Dovette attendere il crollo del Muro per vedere riconosciuta la sua opera, in patria e all'estero.
Dello stesso autore
In breve
Con umanità e profonda partecipazione al dolore che vive nel mondo ancora una volta il premio Nobel ungherese ci mostra come la fede nel potere della scrittura – della comunicazione con l’altro – possa penetrare nel buio della sofferenza.
Il libro
Come Kertész, B., una delle figure centrali del libro, è scrittore e traduttore: autore di genio, improvvisamente si uccide. Keserü, il suo editore e amico, il cui nome significa “amaro”, si sente obbligato a compiere una ricerca volta da un lato a scoprire i motivi del suicidio e dall’altro a trovare l’ultimo romanzo di B., all’interno del quale è convinto di trovare spiegazione non solo del gesto dell’amico ma, più radicalmente, dell’esistenza e del senso del dolore. B. era un uomo che condivideva con pochi l’inizio della propria vita, essendo nato in un campo di concentramento e sentendosi profondamente segnato da questa origine. Era una sorte così strana che alla sua morte la polizia a lungo si interroga sul significato del tatuaggio che B. aveva sulla gamba: in tutto e per tutto simile al “marchio” che veniva inflitto ai prigionieri dei campi, di solito fatto sul braccio. B. era sopravvissuto ai campi e anche alla dittatura, ma il costo di tutto questo era stato alto: convinto che il mondo fosse dominato dal Male e popolato da assassini, aveva trovato nella morfina l’unico modo per continuare a vivere. Keserü, la cui casa editrice sta per essere messa in liquidazione – dopo che è stato liquidato anche il regime ungherese – si aggrappa al sogno di ristabilire un compiuto senso dell’esistenza attraverso il capolavoro nascosto di B. Le ricerche porteranno a scoprire che Judit, ex moglie dello scrittore scomparso, aveva ricevuto da B. il libro ma, dopo averlo letto, ne aveva eseguito le istruzioni, bruciandolo. Giocato su diversi registri narrativi (lettere, testi teatrali, racconti), metafora di una realtà instabile e sempre in movimento, Liquidazione parla della frammentazione e della perdita dei punti di riferimento, dello smantellamento di un mondo. In liquidazione la casa editrice di Keserü, in liquidazione il regime comunista, in liquidazione la vita di B. Ma, per il gusto del paradosso che caratterizza Kertész, è stata proprio la liquidazione del campo di concentramento che ha permesso allo stesso B. di sopravvivere.