Selma Lagerlöf - Jerusalem - Iperborea, Milano, pp.413. - Trad.It. di Maria Ettlinger Fano
Negli anni in cui Selma Lagerlöf scriveva questo romanzo erano vivi ed attivi nella fascia dell'Europa freddissima - la cui letteratura pubblica la casa editrice Iperborea - artisti quali Strindberg, Hamsun, Münch, e il vecchio Ibsen ormai alle sue ultime stagioni. Ossia quegli artisti che hanno imposto sulla scena internazionale la visione del mondo scandinava, lo specifico contributo di quelle terre e di quegli uomini all'"anima del mondo". È una visione questa in cui il concetto di Angoscia, un'interiorità esacerbata, il conflitto uomo-donna, una religiosità terribile e dilemmatica - che è tale in sè, non solo cioè vista coi nostri occhi di cattolici indulgenti -, il forte radicamento in una terra di albe e di fiordi, ne costituiscono i temi dominanti.
Anche questo Jerusalem trova in tali temi seppur trattati nel voltaggio espressivo di tipo prettamente naturalistico - non ancora sottoposti ossia al procedimento simbolico ed espressionista - la propria materia di rappresentazione. È di scena una piccola comunità di fattori della Dalecarlia (regione svedese a Nord-Ovest di Uppsala) colta nei suoi piccoli momenti di vita di comunità nordica, ossia tra neve, teologia, bestiame, bibbie, fattorie, prediche, amori, alcolismi. Sulla comunità irrompe la figura di un predicatore "fondamentalista" il quale ha buon gioco a convincere i componenti di essa a lasciare la propria terra in favore della Terra Santa. Certo i buoni contadini sono attaccati alle proprie tradizioni, ma tra le due terre non hanno dubbi, e seguono, direi inseguono, fino in Palestina il proprio sogno di perfezione. E infatti, se è vero che andavano in massa ogni domenica alla funzione perché a quaranta gradi sotto zero più si era e più ci si riscaldava , é anche vero che il timore e tremore di Dio li pervadeva fin nelle ossa, e già prima dell'arrivo del predicatore c'era tutto un reciproco interrogarsi se si seguiva abbastanza le "vie del Signore". Giunti in Terra Santa misurano col duro reale di una terra ostile e scabra, la grandezza e l'irragionevolezza alta e visionaria del proprio ideale. Alcuni muoiono di malattie infettive, altri di rimorsi, altri ancora, com'era fatale, trovano se stessi, come singoli, e siccome siamo in ambiente mentale scandinavo, soprattutto come coppia.
Suggeriamo di leggere il libro "storicamente", ossia compiendo le giuste contestualizzazioni di epoca, di tradizione letteraria e di stile , ma anche in controluce, cercando ossia di intravedere la componente metaforica dell'opera, che c'è, seppur offuscata dal fortissimo realismo fotografico e fonico (moltissimi dialoghi).