Nicola Lagioia, Riportando tutto a casa, Einaudi, Torino 2009
Ci sono libri che i figli di un decennio aspettano, covano.
Chi negli anni Ottanta andava a scuola aspettava da tempo un libro che raccontasse le "regole del gioco". E non come fondale, ma riconoscendo a quelle stesse regole il ruolo di protagonista.
Per chi poi negli anni Ottanta andava a scuola in un hinterland milanese di prima cintura, popolatissimo di immigrati meridionali antenati di Alex Drastico e di parenti padani con la voglia di successo e soldi negli occhi, il libro di Lagioia è una chiave che apre due porte: restituisce a chi lo ha vissuto il brodo di quei sogni che in Milano avevano l’epicentro italiano, e mostra con precisione la declinazione meridionale, sudista, in questo caso barese, di quel mito “milanocentrico”. Gli Anni Ottanta, appunto. Tanto è vivida la fotografia del filo rosa confetto che da Milano discendeva per i rami, che quella Bari sconosciuta e lontana decenni e anni luce, colpisce ma non stupisce. E suona familiare al milanese che nell’hinterland in quel decennio viveva il suo personale percorso di socializzazione.
Giusto poche settimane fa, ad un amico convintamene berlusconiano, un ultratrentenne che aveva fatto le scuole nell’hinterland milanese voleva testimoniare con un racconto di formazione – la centralità del “Drive In” tornando a scuola, il lunedì mattina – quanto una generazione di trasmissioni televisive avessero forgiato profili di età adulta. Voleva anche raccontare di quando un parente cui brillavano gli occhi aveva detto a suo padre: “Sai cosa manca in sto paese? Una bella sala giochi”, per sentirsi rispondere: “Lascia stare, che poi ci si riempie di tossici”. Ma l’amico berlusconiano aveva risposto: “Embè, che ha fatto il Drive In?” chiudendo la storia, e lasciando l’astante debole nella sua retorica mai del tutto liberata dei moralismi condannati mille volte.
Riportando tutto a casa risponde, forse sfiorato da moralismi con cui Lagioia mostra di aver fatto i conti: senza sentire il bisogno di citare mai Berlusconi, e senza le troppe didascalie che appesantivano il precedente Occidente per principianti. E regala – in un libro che sta tutto in equilibrio – cento pagine finali asfissianti come lo sono le dipendenze. Sta in questo libro, forse, il prequel cattivo di quello che i trentaquarantenni, giustamente incazzati con chi è venuto prima, sono diventati oggi, nel decennio in cui dovrebbero prendersi l’Italia.
Ci sono i libri che i figli di una generazione aspettano, covano. I più ambiziosi e pretenziosi di loro sognavano di scriverli. Ma sono contenti se qualcuno, ad esempio Nicola Lagioia, riesce davvero a farlo.
Jacopo Tondelli
Giuseppe ha i capelli rossi, i brufoli e un'inesauribile riserva di denaro nel portafoglio. Vincenzo invece è bello e tenebroso, come ogni antagonista che si rispetti. Il terzo amico è quello che racconta: l'occhio inquieto che registra con caustica, millimetrica precisione la vertigine dei loro quindici anni, la lunga inerzia del liceo, il precipizio dentro l'età adulta. Siamo a Bari, e sono gli anni Ottanta. Assassinata l'era delle ideologie, le strade sono piene di ottimismo, le televisioni commerciali stanno ridisegnando la mappa dei desideri, "qualcosa di molto simile alla follia meteorologica percorre l'economia del nostro piccolo paese". Il tempo è rapido, vorticoso, illuminato dal bagliore non del tutto estinto dei tanti risparmi inceneriti. Ma sotto quelle ceneri ci sono altri soldi che bruciano dalla voglia di passare di mano in mano. Eppure, via via che i tre ragazzi affrontano la vita, risulta evidente che le cose non sono cosi semplici. A dispetto delle loro case sempre più lussuose, a dispetto dell'ascesa dei padri (un imprenditore ossessionato dalla scalata sociale, un principe del foro, un ex meccanico dai molti talenti che ha preso denaro in prestito dalle persone sbagliate), a dispetto delle madri - o delle matrigne - che consumano i tacchi davanti alle vetrine, il radar dei loro occhi adolescenti registra vibrazioni inaspettate.
Nell'estate del 2001 la redazione di un giornale riceve una notizia che potrebbe trasformarsi nello scoop della stagione: il primo amore di Rodolfo Valentino è ancora vivo. La donna sarebbe l'unica in grado di testimoniare l'educazione sentimentale della prima icona del mondo del cinema. Un giornalista senza prospettive, un regista minacciato dai creditori e una studentessa partono alla caccia di questa leggenda vivente. Percorrono la penisola da Roma a Milano, fino a Napoli e poi a Castellaneta. Un viaggio simile a un film, attraverso un paese ossessionato dall'ansia di apparire.