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La Frusta Letteraria - Rivista di critica culturale on line
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L'erranza, il viaggio, il vagabondaggio;
la fuga, l'avventura, la scesa agli inferi;
il labirinto, le città, le megalopoli;
le distanze, gli abbandoni, i passi perduti; l'Occidente e l'Oriente...:
un "teatro mobile" della scrittura nomade e degli scrittori-viandanti.
Stefano Lanuzza - Gli erranti - Nuovi Equilibri – 2002


«L’errante non è chi viaggia ma chi ha bisogno di viaggiare» scrive Stefano Lanuzza in uno degli ultimi pensieri che chiudono il suo libro, Gli erranti, dedicato a quelle anime in pena per cui, come per il dandy traveller Bruce Chatwin, “stare a casa è una perversione”; quegli irrequieti dello spirito che partono all’insegna di nuovi mondi la cui visione non ristora quanto il pensiero di raggiungerli, andarsene da qui. Ed è vero, forse perché lo sento anch’io, ché i limiti imposti dalla natura mi ossessionano, ché voglio sempre andarmene, per sentire la vita più forte.
Ma per viaggiare fuggendo, che è sempre un fuggire da se stessi – eppure, con Seneca, lo sappiamo essere impossibile – esiste anche la scrittura, «quasi un’ultima possibilità di fuga». Per Céline “il viaggio che ci è dato è interamente immaginario”, in modo che sia “dall’altra parte della vita”, in un luogo a noi pressoché sconosciuto: la libertà. Dunque narrare il viaggio del nostro spirito tra le onde d’una libertà burrascosa è forse l’unica vera fuga consolatoria per noi cronici erranti, o meglio per noi a cui l’erranza funge da categoria dello spirito o semplicemente condizione esistenziale. 

Lo stesso testo di Lanuzza soffre di questa malattia, un errare, frenetico, tra le meraviglie dell’erranza vissuta e narrata da uomini irrequieti, dai viaggi immaginari degli uomini in fuga di Stendhal, Foscolo, Lermontov, Céline appunto, e quelli degli uomini ai margini della vita (più che della società) di Dostoevskij, Hesse, SartreCamus, a quelli reali dei clochard, degli armeni e dei rom, unici uomini sulla terra, i rom, a non essere caduti nella rete del capitalismo sedentario: non a caso “rom” significa “uomo libero”. E poi, on the road, ci sono Kerouac, Miller, Pirsing e, tra le bellezze (o brutture) delle città italiane Montaigne, Sade e Goethe. Cervantes, Swift e Carroll creano mondi fantastici per viaggi ancora più incedibili e lontani dalla realtà ammuffita che, nostro malgrado, ci ritroviamo ad affrontare ogni giorno, mentre Poe, Conrad e Rimbaud ci mostrano l’iter da seguire per far due passi negl’Inferi. Ma non è finita qui perché Lanuzza si imbarca per altre, nuove avventure tra le opere di Joyce, Beckett, Hemingway, London, Sterne, Vittorini, Paul, Nietzsche, Michaux, Kafka, Rousseau, Thoreau… 

Un libro ormai di dodici anni fa ma che potrebbe essere uscito ieri. Se non fosse per quel capitolo finale, Nel mondo “globalizzato”, in cui Lanuzza viaggia tra nostradamusiane profezie, immancabilmente avveratesi, come la crisi economica mondiale e i disastri ecologici, mondi un tempo sconosciuti che oggi conosciamo fin troppo bene. 
C’è un’ulteriore profezia, a chiudere il libro, che potremmo verificare soltanto tra una ventina d’anni: «Secondo “Il Corriere dell’UNESCO” (settembre 1996), entro il 2035, tre miliardi di persone migreranno nei centri urbani del mondo. Pertanto è previsto che per tale data debbano essere costruite mille città di tre milioni  d’abitanti ciascuna, ossia venticinque città ogni anno… Così muore l’errante».  
E chiudo questo commento anch’esso errante senza nostalgia, bramoso di nuovi libri e nuove vite, perché – lo scrive Lanuzza tra le prime pagine del suo libro – «chi erra non soffre di nostalgia», un’altra di quelle cose che posso confermare. 

Stefano Scrima