Gilgul, nella Qabbalah ebraica, è il frenetico movimento delle anime vagabonde che ruotano intorno a noi quando la separazione dal corpo è dovuta a circostanze ingiuste o dolorose. Tanto violenti possono essere i conflitti che attendono gli spiriti rimasti sulla terra, che la tradizione parla addirittura di "scintille d'anime" prodotte dalla loro frantumazione. Gad Lerner si addentra nel suo gilgul familiare, nelle "scintille d'anime" della sua storia personale. Suo padre Moshé reca il trauma della Galizia yiddish spazzata via dalla furia della guerra, e mai davvero trapiantata in Medio Oriente. Dietro di lui si staglia enigmatica la figura di nonna Teta, incompresa e dileggiata perché estranea alla raffinatezza levantina della Beirut in cui è cresciuta Tali, la moglie di Moshé. Ma anche la Beirut degli anni Quaranta, luogo d'incanto senza pari, si rivela un recinto di beatitudine illusoria. Vano è il tentativo di rimuovere lo sterminio degli ebrei d'Europa e la Guerra d'indipendenza nella nativa Palestina: anche se taciuti, questi eventi si ripercuotono nella vicenda familiare generando malessere e inconsapevolezza. Le anime vagabonde nel gilgul reclamano di essere perpetuate nel riconoscimento, senza il quale non c'è serenità possibile. Un'indagine sulla memoria e sui conflitti familiari si rivela occasione per un viaggio nel mondo contemporaneo minato dalla crisi dei nazionalismi. Una storia sospesa tra biografia e reportage.
Gad Lerner  -  Scintille - Feltrinelli, Milano 2009

Non è un’autobiografia, né una saga famigliare, né un saggio storico-politico-ideologico,  né una testimonianza di esperienze vissute e di avventurose ricerche: è un po’ tutte queste cose insieme, e  qualcosa di più, la poliedrica lettura che Gad Lerner ci offre con il suo ultimo libro, Scintille. Con coraggiosa sincerità, senza presunzione, senza falsa modestia, con sensibilità tormentata, a volte poetica, e quando è possibile, con humour, l’Autore ci rende partecipi di un percorso che attraverso una fitta serie di viaggi e di incontri, di ricordi e di riflessioni, partendo dai rapporti conflittuali all’interno della propria famiglia di origine, attraverso l’esplorazione dei luoghi e degli ambienti di provenienza dei suoi ascendenti, si estende alla considerazione di eventi e conflitti di rilevanza storica, tra i più tragici dell’ultimo secolo e tra i più minacciosi del momento attuale. Il libro può essere perciò letto, tra l’altro, come materia di riflessione sulla conflittualità umana a tutti i livelli, da quello interpersonale a quello internazionale, e come denuncia e rifiuto di qualsiasi forma di settarismo. Parallelamente c’è la valorizzazione della memoria e della ricostruzione dei fatti nell’intento di favorire la comprensione ed il superamento delle tensioni anziché, come troppo spesso accade, di coltivare  esagerati sensi di appartenenza , faziosità e rancori. Sotto questo aspetto, che è  quello che più mi interessa sottolineare, imitando il titolo di un libro di Fernando Savater: Contro le Patrie, a questo libro di Lerner potrebbe ben applicarsi il titolo più generale: Contro i settarismi, o quello più generale ancora: Contro gli egoismi. O ancora, in positivo: Elogio del pluralismo. In questo spirito, nel capitolo introduttivo, anticipando alcune conclusioni della sua ricerca, l’Autore scrive:

I nazionalismi che incontro nel viaggio sono ormai tutti decrepiti, sionismo compreso. Inadeguati alla pluralità naturale dell’umana convivenza, dopo che si è constatata l’impossibilità di far combaciare a forza gli Stati con le nazioni. Fallita è l’illusione di plasmare dall’alto, sul territorio, un popolo omogeneo che gli corrisponda.”

A questa riflessione si affianca, con coerenza,  l’apprezzamento della molteplicità delle origini,  e della mescolanza delle culture:

“[…] sento la falsità della retorica sulle identità da recuperare, in nome di chissà quali radici ormai da secoli geneticamente modificate. La fortuna della mia vita è dovuta semmai al contrario: la costruzione di nuovi legami familiari al di fuori della consanguineità, quando invece la famiglia d’origine rischiava di andare in frantumi”.

Molteplicità e mescolanza considerate come un privilegio di cui Lerner  a buon diritto si compiace  di aver goduto (e di cui, non mi sembra fuori luogo osservarlo, Barak Obama è senz’altro oggi il più noto e notevole risultato. Al tempo stesso Obama ha dimostrato, con i suoi scritti autobiografici, di sentire, come Lerner, che.”non c’è cura del malessere interiore che possa prescindere dai legami recisi”). E, più avanti, con riferimento al Libano:

E’ confortante constatare che almeno per il momento, il pluralismo viene assunto come dogma, fino al punto di eleggerlo a retorica, nella terra dei contrasti.”

    “Cerco l’oggi, non l’ieri”, afferma Lerner. Attraverso la scoperta dei luoghi, degli ambienti e delle vicende storiche nei quali si sono formati i suoi genitori e i suoi nonni, e che hanno perciò contribuito a determinarne caratteri, affinità, incompatibilità, scelte di vita, comportamenti, e anche allo scopo di “restituire un senso alla fatica di vivere rimasta impressa nei suoi primi ricordi infantili: l’accento goffo nel quale incespicava la nonna, la censura imposta su una parentela scomparsa senza il quando, il come, il perché”. Uno sforzo di comprensione e di avvicinamento, insomma, attraverso la conoscenza. Ma la motivazione famigliare finisce per aprire finestre su vicende storiche, in parte ormai lontane, che continuano ad essere inquietantemente significative, spesso non conosciute dal grande pubblico in tutta la loro tragica complessità e potenziale ripetibilità.

    L’ascendenza paterna di Gad Lerner lo riporta, in questa sua ricerca, nella parte della Galizia (oggi parte dell’Ucraina) passata dalla dominazione austriaca, sotto la quale vi nacquero i suoi nonni, a quella polacca sotto la quale i nonni, nel 1925, emigrarono in Palestina (allora sotto mandato britannico).  A Haifa nacque Moshé, il padre di Gad, e questo fu l’unico ramo della famiglia Lerner che si salvò dall’annientamento nazista. Tutti gli altri furono uccisi alle fosse comuni non lontano dalle loro case, come innumerevoli altre  famiglie ebree dell’Europa orientale uccise sul posto o deportate nei campi di sterminio, e spesso interamente annientate anche nel ricordo per non aver avuto qualche membro emigrato sufficientemente lontano, e qualche discendente motivato, come Gad Lerner, a tornare nei luoghi di origine alla ricerca delle loro tracce.
   Da Haifa la famiglia si trasferì poi ad Aleppo, in Siria, da dove dovette emigrare di nuovo per sfuggire alle violenze contro gli ebrei a seguito della fondazione dello stato di Israele e scelse di stabilirsi a Beirut, dove Moshé incontrò e sposò Tali Taragan, di famiglia benestante e ben inserita in un raffinato ambiente di quella città a quei tempi tranquilla, dove nel 1954 nacque Gad, due anni prima che la giovane famiglia venisse a stabilirsi definitivamente in Italia. E’ a Beirut che risalgono i primi ricordi mediorientali di Gad,  mediati dalle nostalgiche rievocazioni della madre, risalenti ad un’epoca in cui il Libano si manteneva  ancora  quell’oasi di benessere e di felicità che era riuscito a rimanere  perfino negli anni della seconda guerra mondiale. Per Gad il distacco dal Libano è durato cinquant’anni. Vi è tornato alla ricerca delle orme della famiglia,  e anche per rendersi conto personalmente e da vicino dei cambiamenti avvenuti e del complicato intreccio delle vicende politico-militari e correlati drammi  umani che dagli anni della guerra civile e attraverso i conflitti con Israele continuano a funestare la regione. Ricerca effettuata con frequenti visite anche recentissime, resa possibile dal  suo passaporto europeo e facilitata  dalla sua posizione di giornalista affermato. Il libro rende conto di numerosi  incontri avuti con persone appartenenti a diversi  ambienti e con esponenti di partiti e fazioni,  e di visite anche in luoghi generalmente non accessibili ai visitatori, rese possibili dalla  protezione dell’Unifil, il contingente internazionale delle Nazioni Unite. 
    Se al Libano, dove è nato, Gad Lerner si sente fortemente legato attraverso i nostalgici ricordi della  madre e le recenti visite, in Israele, dove si è recato più volte, di cui parla la lingua, dove ha parenti e dove tutti e quattro i suoi nonni hanno finito per andare a stabilirsi e a morire, egli si sente quasi a casa. Ma di fronte alla  tendenza al “messianesimo politico” che ha finito per generare in quel paese un “filone ebraico separatista, ultranazionalista, perfino razzista”  accentuatasi dagli anni ’80,  la sua posizione  non differisce da quella di Primo Levi, da lui intervistato nel 1984. E senza alcun dubbio condivide, in accordo con le sue vedute pluraliste riaffermate in ogni occasione, l’opinione che (con le Parole di Levi)

il meglio della cultura ebraica è legato al fatto di essere dispersa, policentrica.”

Significativi, ed emblematici della spaccatura nell’opinione pubblica israeliana -e non solo- sono il resoconto e i commenti sulla storia recente del castello di Beaufort, visto a distanza nel corso di uno dei suoi percorsi libanesi:

“[…] Beaufort, il celebre castello dei Crociati divenuto fortezza israeliana, sempre più ardua da difendere dai sanguinosi assalti degli Hezbollah. Che senso aveva resistere lassù, completamente isolati? In Israele, Beaufort diede luogo a una controversia simbolica.
    Quando le truppe scelte della Brigata Golani avevano espugnato Beaufort nel 1982, Ariel Sharon provocò l’ira di Begin cui l’aveva fatto visitare tacendogli quante giovani vite israeliane fosse costata tale conquista. Beaufort restò per diciotto anni sotto assedio perenne, e i soldati che vi si davano il cambio testimoniarono il progressivo abbrutimento di chi viveva rinchiuso lì dentro per settimane, avendo come unico sfogo delle inutili rappresaglie. […] L’opinione pubblica israeliana si divise tra coloro che non volevano rinunciare al baluardo di Tzahal e chi invece denunciava l’insensatezza di quella resistenza. E’ dal tempo dei crociati che là si muore per niente” .                         
   
    A proposito del Libano, avviandosi a concludere il libro, Lerner scrive:

“[…] considero il mosaico d’identità, che ancora lo contraddistingue, nonostante tutto, come un messaggio: il futuro ci vedrà riuniti, fra diversi, nei medesimi luoghi, qualunque sia la nostra idea di nazione.”

Mentre, a proposito dell’orientamento che una certa forma di sionismo sta imprimendo alla politica israeliana, si era domandato:

Concepire uno Stato-nazione al singolare vincolato dalla supremazia ebraica a prescindere dalla demografia, non configura forse un tragico anacronismo, nel Terzo millennio”.

    Purtroppo non si può dire che, sul piano della politica, gli scenari messi in luce dal cammino che con il suo libro Gad Lerner ha ripercorso per noi induca all’ottimismo:

Sconfitto il delirio razzista del Terzo Reich,fallita la repressione sovietica delle nazionalità, caduta l’utopia del panarabismo laico,le regioni in cui hanno vissuto i Lerner sono ancora alla ricerca di una composizione armonica. Senza che gli imperi di Istanbul e di Vienna, distrutti dalla Prima guerra mondiale, abbiano trovato degni sostituti nella mediazione fra universalità dei diritti di cittadinanza e specificità delle etnie.”.

    Parallelamente, l’Autore non ci nasconde una certa delusione riguardo alla riconciliazione da lui perseguita sul piano famigliare:

“[…] con mio padre Moshé, ma anche con mia madre Tali, sarebbe ben giunto il tempo della riconciliazione. Senza arrivare agli abbracci – impossibile perché questa vicenda è troppo contorta per sfociare in un lieto fine - aspirerei se non altro all’onore delle armi che rendo loro sotto forma di tardiva comprensione.” :

Ma su entrambi i piani, ogni sforzo di comprensione attraverso la presa di conoscenza dei problemi è pur sempre un progresso, contrariamente al disinteresse o alla rimozione.
    L’umanesimo pluralistico ragionato e pragmatico che pervade questo libro non conformista e tutt’altro che banale ne costituisce, a mio parere, un apprezzabile sfondo unificante.
Antonio Crivotti
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Gad Lerner

Gilgul, nella Qabbalah ebraica, è il frenetico movimento delle anime vagabonde che ruotano intorno a noi quando la separazione dal corpo è dovuta a circostanze ingiuste o dolorose. Tanto violenti possono essere i conflitti che attendono gli spiriti rimasti sulla terra, che la tradizione parla addirittura di "scintille d'anime" prodotte dalla loro frantumazione. Gad Lerner si addentra nel suo gilgul familiare, nelle "scintille d'anime" della sua storia personale. Suo padre Moshé reca il trauma della Galizia yiddish spazzata via dalla furia della guerra, e mai davvero trapiantata in Medio Oriente. Dietro di lui si staglia enigmatica la figura di nonna Teta, incompresa e dileggiata perché estranea alla raffinatezza levantina della Beirut in cui è cresciuta Tali, la moglie di Moshé. Ma anche la Beirut degli anni Quaranta, luogo d'incanto senza pari, si rivela un recinto di beatitudine illusoria. Vano è il tentativo di rimuovere lo sterminio degli ebrei d'Europa e la Guerra d'indipendenza nella nativa Palestina: anche se taciuti, questi eventi si ripercuotono nella vicenda familiare generando malessere e inconsapevolezza. Le anime vagabonde nel gilgul reclamano di essere perpetuate nel riconoscimento, senza il quale non c'è serenità possibile. Un'indagine sulla memoria e sui conflitti familiari si rivela occasione per un viaggio nel mondo contemporaneo minato dalla crisi dei nazionalismi. Una storia sospesa tra biografia e reportage.