Elena Loewenthal  –  La vita è una prova d’orchestra - Einaudi, Torino 2011

Valutazione XXXXX/5

Non è un libro di facile lettura, questo scritto da Elena Loewenthal, giornalista cinquantenne autrice di numerose opere di narrativa e di saggistica pubblicate nel breve arco degli ultimi 9 anni, con un anticipo nel ’97 in cui sono usciti con Baldini e Castoldi due saggi, riguardanti uno dei suoi maggiori interessi: la cultura della tradizione ebraica, di cui è docente alla Facoltà di Filosofia dell’Università “Vita-Salute San Raffaele” di Milano.
Soprattutto conviene segnalare che l’opera non è consigliabile a chi cerca nella lettura momenti di evasione e spensieratezza, poiché al contrario rappresenta un invito alla riflessione su un argomento che generalmente si preferisce evitare, quando si è in buona salute: quello della malattia e della sofferenza, coinvolgenti non solo chi ne è colpito, ma anche i famigliari, che vedono sconvolta la loro esistenza da dolorosi impegni, preoccupazioni e necessità di adeguarsi ai bisogni del malato.
In questo caso, invece, il lettore entra con l’A. quasi fisicamente negli ospedali, un tempo edifici lugubri e arcigni, mentre quelli di recente e nuova costruzione tentano di suggerire immagini rassicuranti, con ambienti luminosi nei quali la malattia dovrebbe assumere i connotati di un fatto occasionale dal quale è possibile uscire rapidamente.
E’ un libro strano, questo, che si può definire romanzo perché racconta storie, -frutto d’invenzione ma a stretto contatto con la realtà-, come dichiara in uno dei risvolti di copertina l’A., suddivise a mo’ di puzzle in tanti brevi fatti indipendenti tra loro, accostati a formare un grande quadro di emozioni, ciascuno con la propria pena, la possibile rassegnazione ma anche la ribellione, il rifiuto di una sorte che si fatica ad accettare. 
Alcuni personaggi ritornano in fasi successive con le loro piccole o grandi tragedie, togliendo all’opera il possibile carattere di un insieme disorganico: è invece un disegno unico, in cui tante pene s’intrecciano tra loro, mostrando le diverse facce di una stessa condizione generale, la malattia.  
-Non è possibile che sia capitato a me!- molti pensano, e invece succede, di solito improvvisamente, e colpisce anche chi è vicino in corpo o in spirito, consapevole della necessità di condividere la lotta contro il male, che a volte è condizionata da una punta d’insofferenza, per quel fondo di egoismo che sta nascosto in quantità diverse dentro ogni essere umano.
Sono due mondi separati, quello dei sani e quello dei malati, il primo con la miriade di cure in cui ciascuno consuma il proprio tempo, e paiono tanto importanti, e l’altro che a poco a poco diventa un modo diverso di percepire le ore, aggrappandosi a piccole cose alle quali in passato non si dedicava attenzione. 
Giornate scandite su riti sempre uguali che diventano tappe cui il malato si aggrappa, perché bisogna pure adattarsi, ed è questa l’unica possibilità di sopravvivenza.
L’A. ci ha offerto nel libro le esperienze ricavate da un lungo –viaggio- attraverso ospedali, posti di pronto soccorso, sale d’attesa e istituti di recupero, dopo avere vestito il camice bianco della volontaria con uno scopo in più: raccontare il mondo della sofferenza in tutte le sue variegate situazioni, perché è inutile e stupido ignorarlo, come se fosse possibile in tale modo esorcizzarlo e tenerlo lontano. Ha così saputo trascinare il lettore in una partecipazione dolente eppure intima che emoziona, perché conoscere il lato oscuro della vita che esiste, anche se i sani cercano di tenerlo oltre una cortina liberatoria, è cultura nel pieno senso della parola, è rispetto per un altrove che non può e non deve essere dimenticato.
Qui non c’è pietismo, ma una pietà controllata che il lettore coglie in modo diverso in base alla propria sensibilità, suggerita dalla forma in cui i fatti sono presentati, perché se è vero che la realtà può avere tante facce, l’A. ce le presenta con lucido distacco, abile nell’illuminare con il tono giusto ogni gesto, sguardo, espressione dei volti.
Un titolo strano, si diceva all’inizio: come durante una prova d’orchestra ogni strumento è accordato singolarmente dall’esecutore, per inserirsi poi nell’insieme in cui si fonde con gli  altri, leggendo questo insolito libro si arriva gradualmente a comprendere che la vita non è divisa tra i sani e i malati, ma gli uni e gli altri sono parte inscindibile di un unico universo.
Al termine, ci si rende conto che la lettura ha lasciato in noi una traccia, avendoci fatto diventare più maturi, più comprensivi: insomma migliori.    
Armanda Capeder


Armanda Capeder è giornalista, specialista di Linguistica Italiana, settore per il quale redige da oltre quattro anni una serie di articoli sul mensile “Studi Cattolici” delle milanesi Edizioni Ares.
Sullo stesso argomento ha scritto, per l’Assessorato alla Cultura della Provincia di Milano, un piccolo manuale che ha incontrato ampio successo, “L’anacoluto non è una parolaccia”, pubblicato nel 2004.
Per 10 anni ha tenuto Corsi di Scrittura Creativa presso un Ente pubblico collegato col Comune di Milano. 
Ha pubblicato 5 romanzi, 2 libri di fiabe e numerosi testi di cultura generale editi da Fabbri, Rizzoli, Domus.
Leggi nel link in basso le sue letture raggruppate nella rubrica:  "Scegliere il libro giusto". Le sue valutazioni, espresse in X, variano da 1 a 5.


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"Per più di un anno ho frequantato ospedali e sale d'attesa, case dove vivono malati, istituti d'ogni sorta. Ho indossato un camice da volontaria e sono entrata in silenzio nel mondo della malattia: leucemie, traumi cranici, rianimazione, dialisi, pronto soccorso... È stata un'esperienza forte e dolce al tempo stesso, in cui puntualmente, parlando con i malati, ascoltandoli o anche soltanto lanciando un'occhiata nelle stanze d'ospedale, a un certo punto scattava un processo d'immedesimazione potente e inevitabile: ho davanti un malato, ma anche me stessa. E così, per me si è a poco a poco dissolto quel confine invisibile ma nettissimo che separa il mondo "normale" e benestante da quello di chi convive con la malattia. La nostra modernità fatta di benessere ha del resto rimosso la malattia da dentro di sé, l'ha "isolata" in quell'altro mondo che sembra non esistere, finché non lo si incontra. "La vita è una prova d'orchestra" racconta alcuni luoghi e alcune storie di questo mondo, attraverso l'invenzione ma a stretto contatto con la realtà."