L’intento di questo ponderoso lavoro di storia della filosofia è quello di denunciare «la via della Germania ad Hitler nel campo della filosofia», ossia di delucidare quel lungo processo di disgregazione della coscienza filosofica soprattutto (ma non solo) tedesca che portò il popolo di Goethe, di Müntzer e di Karl Marx verso l’abisso dell’hitlerismo e dei suoi orrori. Ma la reductio ad hitlerum, invero, è uno dei criteri guida di questo lavoro; da sola essa non assorbe quel gigantesco fenomeno di distruzione della ragione che  Lukács prefigura. In effetti per “ragione” e per “razionalità” Lukács assume tutto il processo di edificazione della razionalità occidentale, la quale – trascurando le sue manifestazioni originarie nel pensiero greco e rinascimentale – si dispiega soprattutto nei tempi moderni nei seguenti tre blocchi tematico-ideologico-sociali: 1) il pensiero materialista - illuminista e la Rivoluzione Francese; 2) il pensiero liberale progressivo e le rivoluzioni democratico-borghesi; 3) la dialettica hegelo-marxiana e la società socialista. È chiaro che in Lukács i tre blocchi storici sono “necessariamente” avvinti (ossia “necessari” secondo la stringente logica della dialettica hegelo-marxista, assunta come “la” ragione della storia, come “il” vero motore di essa); di modo che ogni sviamento da questo percorso di progresso è bollato da Lukács con parole di fuoco. Nei fatti, nei due volumi einaudiani che abbiamo tra le mani, v’è segnalato nella prima parte – a mio avviso in maniera stringente  e stilisticamente efficace – il processo distruttivo della ragione che porta ad Hitler, mentre nella seconda parte – in maniera più rozza, rabberciata e con le micce polemiche un po’ spente–, vengono “processati” tutti quei pensatori e quei filoni di pensiero (uno fra tutti Max Weber) che si sottraggono, confliggono o polemizzano col (ovvero semplicemente correggono il) marxismo-leninismo. In altri termini per Lukács (nella prospettiva dei tre blocchi dialetticamente stringenti cui si alludeva) è “irrazionale” ogni pensiero che non porti al marxismo-leninismo, visto come necessità dialettica,  e ultima, definitiva e conclusiva apparizione della ragione nella storia.  (1)

Il libro venne scritto “a caldo” – subito dopo la grande tragedia in cui l’hitlerismo aveva precipitato la Germania–, e in piena guerra fredda, da un ricco ungherese di cultura e formazione tedesca che aveva sposato “tutte” le ragioni del socialismo reale e ne portava evidentemente le stigmate. Non ho difficoltà ad ammettere che ho espresso il mio pieno accordo di lettore alla prima parte del sillogismo lukácciano, al primo entimema – è “irrazionale” tutto ciò che porta al nazismo –, mentre mi sono trovato in pieno disaccordo con la conclusione – è altresì “irrazionale” tutto ciò che non porta al marxismo-leninismo –, per la semplice ragione fattuale che, senza aver atteso la caduta dei muri, il mio orrore verso i lager nazisti è di eguale misura e intensità rispetto a  quello dei gulag comunisti – due luoghi simbolo dove la ragione umana, quella naturale, sorretta dal semplice “buon senso”  (termine illuminista di d’Holbach oltre che di Manzoni, per il quale, talora, se ne starebbe nascosto per paura del senso comune) – è stata effettivamente distrutta nel XX secolo.
«Una delle tesi fondamentali di questo libro – scrive Lukács – è che non c’è nessuna Welthanschauung “innocente”». Vero: se ciò è tanto vero per Nietzsche e Schopenhauer “inconsapevoli” patrocinatori del nazismo, altrettanto lo deve essere per Lenin e ahimè per lo stesso Marx: la volontà di potenza sta ai carri armati e lager di Hitler, quanto la “dittatura del proletariato” e “tutto il potere ai soviet” sta ai gulag e alla grande tragedia del comunismo.

Ma vediamo più da vicino il ragionamento di Lukács. Esso parte dalla dissoluzione dell’idealismo oggettivo di Hegel. Con la sua dottrina dell’identità di soggetto e oggetto, esterno ed interno, reale e razionale e della conversione della qualità in quantità, Hegel aveva assegnato al pensiero dialettico la duplice funzione di essere il motore reale delle cose e ad un tempo il metodo per interpretarle. La dialettica era cioè sia dottrina che metodo conoscitivo, legge della realtà come del pensiero. Tuttavia tale dialettica per dirla con Marx (Il Capitale) poggiava sulla testa, andava dal cielo alla terra, mentre invece occorreva rovesciarla, metterla coi piedi per terra. Da qui la dialettica materialistica di Marx che per Lukács è la vera legge del reale, del mondo, della storia.  Questa è per Lukács una «soluzione chiara, univoca, scientifica» ad assicurare un perfetto  rispecchiamento (2)  tra la dialettica soggettiva della conoscenza umana e la dialettica oggettiva della realtà. Più di un osservatore (il più pungente fu senz’altro Lucio Colletti) ha rimarcato che proprio qui, nel procedimento dialettico, si cela un nucleo fideistico (tutt’altro che scientifico) chiliastico e pre-razionale (se non irrazionale). Perché se c’è perfetta specularità tra realtà e coscienza - una volta assicurata all’una il crisma della scientificità, anche l’altra se ne giova – il processo di reciproca assicurazione “scientifica”, porta la coscienza al massimo della stabilità e affidamento  se e solo se  il mondo va  realmente nella direzione che essa descrive, ma, anche al massimo dell’illusione fideistica e dogmatica se le cose non stanno effettivamente così come essa le vede.

Posto che l’unico erede legittimo dell’idealismo oggettivo di Hegel è il materialismo storico e dialettico, per Lukács il fronte polemico si apre subito contro tutte le forme di idealismo soggettivo, trovando in Schelling, Kierkegaard, Schopenhauer e Nietzsche le sue teste di turco. In diverso grado naturalmente. Avendo assegnato ai principi dialettici hegelo-marxiani lo statuto di scientificità e di verità, Lukács ripercorre a ritroso il cammino dello sviamento.
 Tralascio la trattazione di Schelling di non grande interesse e riporto  le argomentazioni contro Kierkegaard, Schopenhauer e soprattutto Nietzsche. 
Kierkegaard, secondo Lukács, puntando la sua polemica contro la dialettica hegeliana ha peccato contro il Battista (Hegel) più che contro Gesù (Marx), dunque era già oggettivamente sulla via dell’errore. Le “colpe” di Kierkegaard mi sembrano deboli e tirate per i capelli. Dal punto di vista del materialismo dialettico e storico Kierkegaard è un po’ come i dannati di Dante del Limbo. È venuto prima del Verbo e non può essere accusato di avversarlo. Rispetto alla  reductio ad hitlerum, poi, è impossibile addebitargli alcunché: il suo soggettivismo filosofico lo porta nelle braccia di Bergman più che in quelle di Hitler... Resta solo l’”accusa” di aver avversato il pensiero dialettico hegeliano (prossimo e anticipatore della dialettica materialistica marxiana), di avere egli opposto ad Hegel una dialettica qualitativa (aut-aut piuttosto che et-et), di aver insistito sull’etica dell’uomo privato dove inutilmente si cercherebbe quella «ricchezza di relazioni sociali degli uomini che caratterizza l’etica di Hegel» (3) . Lukács per altro verso non ha  difficoltà a riconoscere l’onestà intellettuale di Kierkegaard.

Il mio punto di vista è che non si può rimproverare  Kierkegaard di non essere... Hegel. Forse la mia simpatia di lettore per la filosofia di Kierkegaard può farmi velo nell' accettare il punto di vista lukacciano, ma resta indubbio che difficilmente si può ascrivere all’irrazionalità tout court una filosofia che illustrando magistralmente i tre stadi dell’esistenza privata e pubblica dell’uomo (estetica, etica e religiosa) – e non ne conosciamo ancora altri di questi stadi – ha contribuito prepotentemente a fornirci una indefettibile indicazione della natura anche sociale dell’uomo, di qualsiasi uomo. La filosofia di Kierkegaard mi è cara col suo portato di ironia, destrezza stilistica, ma sì anche di un autentico lirismo, tanto flebile e sussurrata quanto è  potente la macchina di pensiero di Hegel. Non ci convince tuttavia in Kierkegaard la funzione sociale che egli assegna al cristianesimo, come del resto accadde nell’ultimo Tolstoj (l'artista che secondo il nostro Remo Cantoni, nel suo splendido saggio dal titolo La coscienza inquieta, ha meglio di ogni altro declinato nella sua opera letteraria e nella sua stessa vita,  i tre stadi kierkegaardiani). E però può darsi che qui Lukács abbia buon gioco quando  insinua che «la sua religione non è altro che un asilo per esteti decadenti in secco. E poiché Kierkegaard, dato il periodo in cui viveva, non era ancora un Huysmans o magari un Camus, per trovare nella disperazione stessa un’inutile e vanitosa soddisfazione, dovette intraprendere tali vuote costruzioni, riconoscendo inconsciamente e senza volerlo che togliere filosoficamente all’uomo il suo carattere sociale implica al tempo stesso la distruzione di ogni etica» . Ma, ripeto, Lukács riconosce a Kierkegaard onestà intellettuale ed effettivamente se applicassimo questa equivalenza soggettivismo=irrazionalismo dovremmo con particolare acrimonia scavare anche in pensatori “sociali” come Rousseau (e già verso Pascal Lukács incalza) e non si salverebbe nessun pensatore che legittimamente abbia anteposto il proprio io e la propria individualità davanti a tutto il resto. Può darsi perciò che non sia del tutto vero quanto affermato da Kierkegaard che «la soggettività è la verità» ma essa è un’affermazione che porta all’irrazionalismo tanto quanto l’affermazione di Lukács che il materialismo dialettico è la sola verità.  

Diverso è il discorso con Schopenhauer e Nietzsche. Qui, dicevamo, che il nostro consenso di lettori è stato ampio, incondizionato, talora entusiasta. Perché? Non certo per aver sposato i criteri di verità del materialismo dialettico, ma sulla scorta di un semplice laicismo filosofico (molto tiepido verso le filosofie “ultime”  che si pongono come grimaldelli dell’assoluto, e che tutto vogliono spiegare) e di un  semplice storicismo di scuola italiana (Croce più Gramsci) che condivide almeno questo, anche se in diversa natura e gradazione, con Lukács: l’attenzione verso il mondo dell’uomo, la sua socialità, i suoi problemi penultimi e terzultimi, rispetto a filosofie pessimiste e nihiliste che “tutto” vogliono pensare solo “ultimamanente”. C’è in questi indirizzi filosofici un atteggiamento psicologico che facendo appello con mezzi stilistici poetici o apodittici e   con toni profetici e para-religiosi nonché  linguaggi affettatti e misteriosofici (vedi l’abuso dell’aforisma) un tono filosofico “profondista” che spesso irretisce tutti coloro che volgarmente identificano la filosofia e la cultura in genere come orfismo esteticamente sublime ed indicibile, e che sono pronti a premiare tutti i pensatori più allusivi e criptci, e a sposare in tutte le questioni le posizioni più estreme, che per ciò stesso “spiegano” di più. (vedi A.Berardinelli, Stili dell’estremismo).

 Ciò su cui richiama l’attenzione giustamente Lukács è che spesso tutti costoro (Nietzsche, Schopenhauer, Heidegger) nell’eludere il linguaggio logico-discorsivo, nel dichiarare l’inafferrabilità concettuale del mondo, nel rifiutare le tematiche sociali e storiche dell’uomo (le questioni penultime e terzultime appunto), nel rifiutare la politica e nello sconoscere l’economia, nei fatti danno per scontato l’irriformabilità del mondo attuale e si palesano così come degli strenui difensori dello status quo  e dell’ingiustizia sociale. Che Schopenhauer abbia o meno offerto agli ufficiali prussiani  il proprio binocolo di teatro per meglio mirare e sparare sugli insorti del ’48; che Nietzsche sia stato o meno con la sua filosofia aforistica e i suoi filosofemi mistici (“la bestia bionda”) precursore del nazismo; che sia stato Heidegger col suo linguaggio manierista  e il suo esistenzialismo passivo un fiancheggiatore di Hitler (tutte precise accuse di Lukács), resta indubitabile il fatto che questi indirizzi filosofici “pessimisti” e nullisti inducono a trascurare la sostanza sociale dell’uomo, educano ad una passività sociale, incitano a un sostanziale “apoliticismo” filosofico alto di gamma, raffinato, e irresponsabile oggettivamente  verso ogni dovere civico, telos ineludibile di ogni uomo in quanto animale sociale (espressione aristotelica più che marxiana)  ci sia o meno come posta ultima il regno dei perfetti liberi ed uguali, il comunismo. Nel descrivere il fascino che queste filosofie riscontrano presso i “profondisti” di sempre, i perfetti esteti e i decadenti (“intellettualità parassitaria” la definisce sprezzantemente Lukács) Lukács trova una mano felice e uno stile ricco e incandescente. Memorabile è l’invenzione della metafora dell’Hôtel Abisso a proposito della filosofia di Schopenhauer «…il nulla come prospettiva, il pessimismo come orizzonte di vita, secondo l’etica di Schopenhauer […] non può affatto impedire, e nemmeno rendere difficile all’individuo una condotta di vita piacevole e contemplativa. Anzi l’abisso del nulla, il tetro sfondo dell’assurdità dell’esistenza, non fanno che aggiungere un fascino piccante a questo godimento della vita. Questo fascino viene ulteriormente accresciuto dal fatto che lo spiccato aristocraticismo della filosofia schopenahuriana innalza i suoi seguaci, nella loro immaginazione, di gran lunga al di sopra di quella plebe miserabile che è così ottusa da lottare e soffrire per un miglioramento delle condizioni sociali. Così il sistema di Schopenhauer, costruito, dal punto di vista architettonico formale, con molto impegno e senso della composizione, si erge come un elegante e moderno hôtel fornito di ogni comodità, sull’orlo dell’abisso, fra piacevoli festini e produzioni artistiche, non può che accrescere il gusto di questo comfort raffinato» (4


Geniale dunque questo Lukács corrosivo e polemico contro i pessimisti cronici ed eleganti, i misteriosofi  profondisti, i superuomini superatori di ogni filosofia, al “di là del pene e del male” (mi si passi questa goliardata). Il lettore curioso potrà trovare in tutto il primo volume e in buona parte della Distruzione, con ricchezza tematica e virulenza stilistica, una trattazione spietata e filosoficamente fondata di certe “potenze spirituali” quali Nietzsche, Heidegger, Schopenhauer, la cui lettura o rilettura non potrà eludere il trattamento lukacciano. 
Ciò che convince meno, anzi ha decisamente destato la nostra avversione di lettori è il trattamento riservato a pensatori quali Max Weber ed Eduard Bernstein, dopotutto due non-avversari della concezione materialistica e dialettica. Al primo è dedicato un capitoletto apposito e all’altro qualche osservazione sparsa, più che altro stilettate polemiche e velenose, dove il filosofo Lukács cede il passo all’ideologo tanto ortodosso quanto astioso. Se è vero quanto asserito che « il materialismo dialettico e storico   è la concezione del mondo in cui il progresso e le leggi razionalmente conoscibili della storia si esprimono nella forma più alta, la sola concezione del mondo che possa coerentemente giustificare da un punto di vista filosofico progresso e razionalità» è chiaro che la concezione weberiana, diametralmente opposta al materialismo storico, non poteva essere accettata. Non è questo certamente il luogo in cui confrontare punto a punto gli aspetti dottrinari della concezione marxiana della storia e quella weberiana. Certamente l’ipotesi “culturalista” weberiana che privilegia l’elemento ideologico-culturale (il diritto, la religione e gli elementi sovrastrutturali in genere) come elementi motori della stessa struttura economica, ha tutti i crismi di una congettura alla quale non si può negare onestà e coerenza intellettuale – che chiede tuttavia le sue verifiche sul campo dell’osservazione storica e sociologica – né più né meno della stessa visione marxiana. E invece Lukács adottando il criterio ideologico del cui prodest con argomenti spesso speciosi e di scarso rigore teorico bolla il «dotto tedesco» di «mistica irrazionalistica», di essere un sodale della pseudo-oggettività delle tendenze imperialistiche, ed è già tanto se non stabilisce un ponte logico tra concezione “carismatica” del potere (una delle forme-tipo in cui si manifesta la Herrschaft secondo Weber) con l’hitlerismo, che pure è stato una realizzazione cristallinamente weberiana di tale forma.

Infine Bernstein. Lukács rimprovera a Bernstein ciò che ai miei occhi è il suo grande merito: aver rinunciato all’elemento “dialettico” del marxismo. In verità Bernstein s’è spinto più oltre: ha reciso ogni contatto tra economia politica e filosofia classica tedesca: vedi le sue sferzanti polemiche contro Kant chiamato all’inglese “Cant”, ossia chiacchiera, ma ciò a Lukács è sfuggito. Come ho cercato di far emergere in questo scritto, la dialettica hegeliana conferisce al marxismo il suo carattere profetico (fortemente intriso di pensiero giudaico-cristiano che fa coincidere teleologia ed escatologia, “il” fine della storia con “la” fine della storia, ivi compreso il botto finale del Zusammenbruch, il crollo del capitalismo), ossia l’elemento più irrazionalistico del pensiero marxiano, e che, avendo come esito ultimo il gulag leninista, di cui Lukács  sapeva, avrebbe meritato un capitolo speciale nel processo dialettico della “distruzione della ragione”.

 Invece Bernstein rinunciando al meccanismo ad orologeria innescato dal marxismo dialettico; rifiutandone il conato  soteriologico (nient’altro che questo è il materialismo “dialettico”) e millenaristico,  riduceva lo stesso marxismo allo stato laicale di una prassi politica (cos’altro se non il riformismo in accordo con la borghesia liberale?), concezione  che se avesse trionfato sulla successiva correzione leninista, molti lutti avrebbe evitato all’Europa già martirizzata dall’hitlerismo. È vero che la storia non si fa né coi “se” né coi “ma”, ma non è men vero, di rimando, che tutto ciò che è stato reale per ciò stesso è stato  razionale.

Alfio Squillaci

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Note

1)   «Ma il materialismo dialettico e storico [ossia quello che in politica si chiama marxismo-leninismo Ndr] è la concezione del mondo in cui il progresso e le leggi razionalmente conoscibili della storia si esprimono nella forma più alta, la sola concezione del mondo che possa coerentemente giustificare da un punto di vista filosofico progresso e razionalità» p. 584. È chiaro dunque che “ragione”, “razionale” e/o “irrazionale” si declinano in Lukács rispetto a questa concezione del mondo e solo in subordine a quelle che ad essa si avvicinano o la preparano, siano esse l’hegelismo o il materialismo settecentesco.

2) Pag. 253

3) Pag.278

4)Pagg 289- 290
György Lukács – La distruzione della ragione, Einaudi, Torino 1974

György Lukács 
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Coscienza di classe e storia. Codismo e dialettica 
Autore: György Lukács  

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Questo libro fu redatto da Lukács nella metà degli anni Venti, per rispondere alle accuse di "deviazionismo" rispetto alla linea ufficiale del partito comunista, rivoltagli nel contesto della crescente affermazione dello stalinismo. Il saggio di Lukács è preceduto da una introduzione di Slavoj Zizek. 

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