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Esempio 1
Marino Magliani, La tana degli Alberibelli, Longanesi, Milano 2008

Parlare, o scrivere di Marino Magliani, è semplice. Uomo è di alba, o di tramonto, ma anche di sera. È un uomo complicato. Perché nella sua estrema semplicità possiede cento anime. Tutte chiare, sbozzate alla luce del mare, senza complicazioni. Ha fatto di tutto nella vita. Quello che non smette di fare, è lo scrittore. Oggi molte persone scrivono. Più di quanti non leggano. È  un refrain assurdo ma vero. Magliani non è un accademico ma probabilmente ha dentro il sangue della letteratura alta. Quella che non ha bisogno di trasfusioni. O ce l’hai, oppure no. Non ci sono alternative. Per questo la sua voce, all’inizio, è stata percepita poco in termini commerciali. Forse perché il timbro era eccessivamente letterario. E la gente fa fatica a leggere di letteratura senza una patina che sia congegnata per vendere. Magliani non è mai stato un venditore di sé stesso. Perché ha un’ispirazione troppo naturale per potere essere gestita in una direzione di pura vendita.
A volte però la vita ti fa degli scherzi speciali. Ti regala quello che non ti aspetti. A volte la vita è quello che ti capita quando hai altri programmi, come diceva John Lennon. Nell’ultimo romanzo Marino Magliani ( La tana degli Alberibelli – Longanesi  2009 pagg. 329 – euro 18,00 ) ci regala una deviazione anche nella previsione delle vendite. Magliani, questa volta, senza tradire sé stesso né il suo registro malinconico con garbo, ha scritto un libro destinato a vendere alquanto.
Sono certo. La trama è complicata. Ma lo stile leggero, come vetro trasparente. La lingua sa di Liguria, si vedono le campagne, il mare che brilla, l’aria tersa di certe mattine in cui la Corsica è più di un fantasma. Il plot è una macchina vorace. Il lettore è preso al lazo fin dal primo capitolo e non sente stanchezza.

C’è una storia antica di partigiani. Una donna che tradisce, una sorta di presenza misteriosa, due partigiani, una morte. Un porto che sta nascendo, un debito mai pagato con una storia contemporanea non ancora risolta in tutte le coscienze. Una malinconia leggera. Ma il di più è altro. Magliani ha distillato una lingua unica. È una musica semplice, una lingua senza asperità, dove il lavoro di limatura non è nulla se lo si pensa per chi ha un dono naturale. Magliani ha una Liguria interiore che non ha perduto in Olanda. Si è quasi affinata. È divenuta più sottile, e più rimbombante dentro di lui. Sembra che il filo con cui è legato al mare di Imperia, per esempio, non sia un filo esile, o fragile. È un filo di acciaio, uno di quei fili di ragno con cui le vigne si legano al bastonetto come con l’acciaio. Solo che stavolta la lingua ha trovato uno sbocco nuovo, più ampio anche dal punto di vista della riuscita narrativa. Ha trovato un punto in cui incanalarsi naturalmente. E così è nato una sorta di giallo che giallo non è. È un libro misterioso, ecco, dove conta di più il non detto che quanto si dice apertamente. Solo che una certa malia ha preso Magliani e gli ha fatto scrivere delle pagine imprendibili all’apparenza. In realtà ti frega più la natura ipnotica che quanto lo scrittore voglia dirci di vecchie lotte partigiane. Gli odi, ed i debiti dei partigiani, sono un volano. Molto fa l’aggancio con la realtà attuale, e la costruzione di un porto è un’occasione ghiotta per compiere molte letture in controluce. Solo che il lettore si sente a volte perso in questo gioco di incastri. Ce ne sono molti, e sono sempre divisi a metà tra uno spionistico elegante ed il letterario. C’è il sospetto che la Liguria di Biamonti abbia dato alla luce una sorta di nuovo genere. Magliani è convinto di avere scritto un libro come gli altri suoi precedenti. Dove antichi odii, e passioni mai consumate, fanno sì che la vita abbia sempre un senso di mai perfetta finitudine. Sembra che le pagine di Magliani, i suoi personaggi, le sue storie, e le vite che fa vivere non siano mai terminate. Il dolore ha sempre fame del domani, nei suoi romanzi. Però stavolta il dolore è anche fiamma da bruciare per la curiosità. Perché il dolore è una passione umana, o forse universale, organica agli esseri viventi. Magliani ha ricevuto in dono due doni: la scrittura ed un senso antico, atarassico del dolore. Lo sa far rivivere distillandolo e facendolo appassire senza patire. Riesce a relegarlo dentro personaggi che, se hanno sofferto, non mostrano di aver perduto né speranza né voglia di ricordasene. Ecco perché era così difficile, prima di oggi, confrontarsi con un romanzo alla Magliani. Perché lì dentro c’era traccia umana troppo spessa. Lì il dolore a Magliani sembrava non costare nulla tanto ne aveva.

Con questo libro, invece, sembra che la dimensione sia diventata della sofferenza, il soffrire allo stato puro, sia diventato più capace di gestirsi, ed il dolore sembra essere stato incolonnato.
Il romanzo ha delle morti che sembrano poco chiare. Questo perché l’intreccio è molto intricato. Solo che alla fine quell’intrico, quel nido così perfido di sentimenti che scottano sulla pelle come una dannata ferita da guerra, diventa il mezzo per ottenere uno schiarimento finale veramente liberatorio. È come quando si tiene il respiro tanto dentro e tanto rattenuto da sprigionare poi quasi un soffio di libertà quando si mollano i polmoni. Magliani in questo caso è furbo.
Lascia, ogni tanto, dei segnali alla fine di qualche capitolo. Sono dei piccoli pezzi di plot, delle briciole lasciate in giro, per dare una dritta precisa al lettore. Facendo così, e non essendo mai chiaro nelle indicazioni, il romanzo si tinge di una aria generale di mistero. Tanto impercettibile quanto efficace. È quell’aria che rende più di morti e cadaveri massacrati a colpi di falce da un serial killer. È la stessa differenza tra una donna nuda alla luce meridiana ed una coscia che saetta sotto una gonna dentro una calza autoreggente.

È un giallo ligure che vola alto. Il bello è che del giallo forse non ha nulla. Ma il lettore è catturato dal libro come se fosse un giallo. Tenete presente che la malia dura per quasi tutto il volume, ponderoso come un bell’ulivo di costa ma scritto in caratteri attraenti. Come la lingua di Magliani. Su questo punto va spesa ancora una parola e poi si chiude.
Vi dicevo prima del dono di Magliani. Uno è la scrittura. Non creata a scuola, né in accademici laboratori. Marino ha il dono di sentire da lontano, quando scrive. Non è che senta voci lontane o di persone perdute. Perché ogni scrittore è aedo di sé stesso e di quanto la vita gli doni. No. Marino Magliani è un sensitivo delle parole liguri. È un uomo al quale sembra che il mare abbia trasmesso il dono della chiarezza dell’acqua. Le parole gli vengono giù come al mare quando le onde ti arrivano ai piedi e ci vedi attraverso. Se pensate che anche in Olanda una delle mete interiori di Magliani è una lunga passeggiata sulla sabbia davanti al Mare del Nord, non mi prenderete per pazzo. Ci sono esseri umani che hanno un po’ di mare misto a sangue. Come le sirene. Possiedono il verbo umano, ma la rotondità delle parole, la loro forza impressiva viene dal mare, da un mondo dove i tradimenti non si possono fare perché l’acqua li fa vedere subito e li smaga naturalmente. Marino Magliani è così. Una sirena ligure che canta dalle sabbie del nord, ha un orecchio da sirena ed è incapace di tradire. Ecco perché sa scrivere così chiaro ed ecco perché si è meritato un romanzo così. Bello come il mare e semplice come i liguri di una volta. Perché le parole, a volte, non servono. Ma certi romanzi, quando li hai presi in mano, non te li puoi più dimenticare. I marinai lo sanno. E Magliani di nome si chiama Marino.
P.S.: La chiusa del libro sembra un fotogramma alla Ingrid Bergman e vale – da sola – un film intero.
Alberto Pezzini
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La città di Santaleula vista dal mare sembra un galleggiante che appare e scompare e che qualche pescecane sta per divorare. Siamo in Liguria, nelle Terre di Ponente. È qui che un Bureau antifrode europeo ha mandato un suo agente, Jan Martin Van der Linden, a investigare sui fondi dirottati per costruire un porto turistico, che si annuncia il più grande del Mediterraneo. Un raffinato sistema di scatole cinesi che copre manovre finanziarie illecite. Un boccone che fa gola a molti. Dopo la morte dell'agente con cui Jan Martin comunicava in segreto, l'ordine è: attendere e continuare il lavoro che gli serve da copertura, la ricerca di un oggetto abbandonato da due disertori nella battaglia di Marengo. Ma Jan Martin non obbedisce e scoprirà invece che l'area carsica in cui sta compiendo le sue ricerche nasconde ben altri segreti. Nella Tana degli Alberibelli, un partigiano cattolico di nome Iliev, prima di essere ucciso, ha lasciato strani segni che nessuno finora è riuscito a decifrare. Ma cosa c'entra tutto questo con il porto turistico e il suo collega morto? E chi è la donna misteriosa di cui parlano i vecchi in paese? Intanto qualcuno lo segue a bordo di una Volvo bianca, mentre fotografie compromettenti spariscono e una piccola testa di legno viene lasciata davanti alla sua porta. Anche un giornalista che indagava prima di lui è stato seguito e poi ucciso. La faccenda si complica.
Marino Magliani é nato a Dolcedo ( Imperia ) nel 1960. Traduttore e narratore. Tra i suoi libri, L'estate dopo Marengo ( Philobiblon ) Quattro giorni per non morire ( Sironi ) e nel 2007 ancora per Sironi, Il collezionista di tempo. Suoi racconti sono usciti su "Nuovi argomenti", antologie Guanda e No Reply. E' redattore di "La Poesia e lo spirito". Vive tra la costa olandese e i suoi uliveti in Liguria.

L'autore della foto è Alberto Cane.


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