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Osip Mandel'stam - Conversazione su Dante - 152 pp. Il Melangolo, Genova 1994.


Osip Mandel'stam era piccolo, buffo. Assolutamente privo di senso pratico, era in continuo movimento, come preso, rapito da altro, disattento, incurante del momento. Nessuno di quanti lo conobbero ricorda di averlo mai visto seduto davanti a un tavolo, a scrivere, a leggere, a comporre. Una condizione di erranza, di randagismo che corrispondeva forse a un'inquietudine creativa costante. Doveva muoversi, doveva cercare, inseguire un segno fino ad allontanarsi da ogni equilibrio, e poi intrecciare quel segno con altri, e non bastava un tavolo e una sedia per tutto questo.
"Egli è pieno di ritmi, di pensieri, di parole che viaggiano. Egli fa quel che deve fare in movimento, in cammino, per strada, senza pudori, e senza riguardi verso chi lo tiene d'occhio". Davanti a lui si giungeva a provare"un senso di raccapriccio, quasi che si spiasse un processo concreto, biologico di creazione. Egli trabocca di ritmi, come trabocca di pensieri e di bellissime parole" scriveva di lui Lidija Ginzburg.

Piccolo, magro, biondiccio, con la barba incolta, con lo "sguardo intenso che sembrava non vedere le futilità", forse tratteneva in sè l'anima profonda dello 'jurodstvo', del 'folle in Cristo', figura assolutamente russa di colui che è totalmente sprezzante di sè, libero da ogni apparenza umana, e consacrato interamente alla fede. Mandel'stam era forse un 'folle in poesia': nei gulag in cui trascorse gli ultimi giorni di vita, si era sparsa la voce di un poeta estraneo alle degradazioni della vita nei campi di concentramento, che consolava i detenuti la sera, davanti al fuoco, recitando, quasi cantando le sue traduzioni di Petrarca.

Mandel'stam "ardeva tutto per Dante", scriveva l'Achmatova. Quest'ardore nasceva da una fratellanza intima, profonda, da una condivisione esistenziale.
"Dante è un poveraccio" così leggiamo in una delle pagine più belle della'Conversazione su Dante'. "Bisogna essere una cieca talpa per non accorgersi che per tutta la Divina Commedia Dante è incapace di tenere il giusto comportamento, non sa come mettere un piede avanti l'altro, che cosa dire, come fare un inchino di saluto". Il ritratto è quello di un uomo tormentato, un inetto e da questo atteggiamento nasce tutta la drammaticità del poema.
Mandel'stam comprendeva bene quest' inettitudine, quest' inquietudine spirituale, quest'incespicare goffo e smarrito negli anfratti dell'esistenza.

Ma con Dante condivideva anche quella condizione di randagismo, di esiliato. Condizione esistenziale, ma anche storica. Quando scriveva la 'Conversazione' Mandel'stam era in Crimea, dopo essere stato sfrattato da Carskoe Selò, vicino  Leningrado (dove viveva anche l'Achmatova) e dopo avere trascorso qualche anno a Mosca. Alcuni sferzanti versi contro Stalin gli valsero il divieto di risiedere a Mosca; subito dopo giunse l'arresto, nel '34, col confino forzato a Voronez. Si trova così ad affrontare in tutta la sua tragica concretezza quella che da sempre era per lui una condizione
esistenziale: la non appartenenza, il senso di estraneità, di vagabondaggio.

"Conosco bene la scienza dei commiati, appresa
fra lamenti notturni a chiome sciolte.
E ruminano i buoi, dura l'attesa:
ultim'ora di veglia delle scolte...
(Tristia)

C'è poi tutto il suo amore per "la più dadaistica delle lingue romanze", quella lingua italiana che Cristina Campo definiva 'lingua di marmo' e che egli sa trasformare nei duttili, sinuosi, arrendevoli suoni russi.

Mandel'stam legge Dante come un'esecuzione e fa risuonare come un concerto le pagine del canto X° dell'Inferno: con Cavalcanti che "al suono di quell' 'ebbe' (il passato remoto rispetto al figlio che più non è) si dissolve come un oboe o un clarinetto che hanno finito di suonare la loro parte, mentre Farinata interviene rinnovando l'attacco, intonando "un piccolo arioso dantesco dal tono supplichevole, un arioso quanto mai tipico dell'Inferno" :"O tosco che per la citta del foco...";  un dialogo che è un'oscillazione musicale e coinvolge a un certo punto l'intero paesaggio, con  l'introduzione delle scene di massa.

"Questa è la legge della materia poetica, materia che è convertibile e sempre in via di convertirsi, che esiste solo nello slancio dell'esecuzione"

"I canti danteschi sono le partiture di una speciale orchestra chimica", scrive, e riempie pagine di grande bellezza col suono di arie, cantilene, suoni densi e gravi di violoncello che sono poi i suoni in cui si articola il canto trentatreesimo dell'Inferno, quello del conte Ugolino. Sono davvero pagine bellissime che è difficile raccontare, poi io so quasi nulla di musica e rischio di compiere un imperdonabile oltraggio alla prosa di Mandel'stam se vado oltre.

Aggiungo solo che è un libretto densissimo: qui ho parlato solo di una decina di pagine, ma è ricolmo di originalità, di ricchezza poetica, di amore per Dante, per la lingua italiana, per la poesia.

Un libretto piccolo, prezioso. La copertina di un colore giallo tenue: è così semplice, così curata la grafica del Melangolo.
Eusebia Parrotto








Osip Mandel'stam
Anna Achmatova
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dal 8 luglio 2002
Esempio 1
Nato a Varsavia nel 1891, Mandel'stam si trasferì a Pietroburgo, dove negli anni Dieci fu una delle figure più in vista nell'ambiente letterario. Arrestato nel 1834 e deportato nel 1938, morì in un campo di concentramento presso Vladivostok. In questo volume sono raccolte sue riflessioni sulla poesia, ritratti di poeti contemporanei, analisi delle Cantiche dantesche. 

Vedi anche dello stesso autore su questo sito la lettura de:
Il rumore del tempo. Fedosia. Il francobollo egiziano

di Eusebia Parrotto
Qui
In Rete:
<<< Vedi il bel profilo di  Mandel'stam nel sito del Liceo Parini di Milano.
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