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Osip Mandel'stam - Il rumore del tempoFedosia. Il francobollo egiziano. - Einaudi 1980


"La mia memoria non è amorevole, ma ostile e lavora non a riprodurre, ma a eliminare il passato. Il 'raznocinec' non sa che farsene della memoria, gli basta raccontare i libri che ha letto e la sua biografia è bell'e pronta. Là dove per le generazioni fortunate parla l'epos in esametri e in cronaca, là per me c'è il segno dello iato e tra me e il secolo c'è una frana, un fossato, pieno d'un tempo rumoreggiante..."

In questo libro si racconta un'epoca. Un finir di secolo tracciato per ritratti, testimonianze, luoghi e persone, ma ripulito dal rumore del tempo. Il tempo fa rumore, quando si racconta un'epoca. 
Così la prosa, priva di questo rumoreggiare, liberata dai fruscii, dai suoni indistinti, da echi e rimbombi che stanno dentro al tempo, ripulita da ogni superfluità, diventa poesia. In questo senso poeticissima è la prosa di Mandel'stam. Incede cristallina, lucida e raffinatissima.
Mandel'stam scende in quell'epoca che ormai sta in cantina, e preleva
semplicissimi episodi, personaggi, eventi. Li racconta in brevi, ordinati
paragrafi. Ma con quale vigore, con quale determinata irruenza ci prende, mentre leggiamo, e ci immerge in quella Pietroburgo di un secolo fa e oltre. E ci sembra di conoscere i più remoti anfratti di quel luogo; tanto è penetrante, tanto è peculiare ognuno di questi ritratti.

Ti ritrovi a Pietroburgo e ti metti a cercare 'la belva della letteratura'.
Sta a casa di V. V. Gippius, ufficialmente professore di lettere, ma se
togliamo il rumore del tempo, Gippius insegna in realtà "il furore
letterario". Andare da lui significava andare a svegliare la belva della
letteratura. Sentire il suo ruggito, la sua atavica inevitabilità. Lui
leggeva, ed era come se i serpenti pendessero sopra i banchi. "Dagli altri testimoni della letteratura, egli differiva proprio per quella rabbiosa
meraviglia. Aveva un atteggiamento belluino nei confronti della letteratura, come verso l'unica fonte di calore animale. Si scaldava alla letteratura sfregandosi ad essa con il suo pelo, con gli irti capelli fulvi e con le guance non rasate". E allora si andava a casa di Gippius come a casa della letteratura; e lì dentro non c'era la sacra lampada sacerdotale, ma il lumicino rossiccio del furore letterario.

C'è poi Sergej Ivanyc, che incarna l'anno millenovecentocinque, e così, in una riga soltanto, anche qui è spento il rumore del tempo. Sergej Ivanyc che è in grado di dettare in una settimana, senza riprendere fiato, centotrentacinque pagine fitte fitte sulle cause della caduta dell'impero romano ("grosso lavoro e grandiosamente inutile" che coinvolse lo stesso Mandel'stam), senza consultare fonti, senza riflettere. Anche questa una figura 'assoluta', incurante delle quotidianità, che viveva in una casa in cui nessun oggetto era mai stato cambiato di posto, in cui tutto quello che non serviva finiva da qualche parte sul pavimento e lì ci restava, un uomo posseduto in egual misura dal demone della rivoluzione e da quello della cioccolata. Poche, guizzanti pennellate di genialità ed ecco il cuore del ritratto di Ivanyc: "Se Sergej Ivanyc si fosse tramutato in un puro logaritmo delle velocità astrali o in una funzione dello spazio, non mi sarei meravigliato: egli doveva uscire dalla vita, a tal punto era una chimera".

Ci sono poi sette bellissime pagine sulla libreria della sua prima infanzia. Li vediamo i Puskin dal colore tra il nero e il bruno, con i caratteri rossi; il Lermontov dalla rilegatura verde-azzurra, i Dostoevskij di cartone, sui quali pesava un divieto "simile a una lapide sepolcrale", e tutto Turgenev che invece era permesso, e accessibile. E il discorso scivola impercettibile e musicale verso la chiave letteraria di un'epoca, e non sostiamo più davanti alla libreria, ma scivoliamo anche noi in epoche e luoghi dove i libri si intrecciano alle generazioni e la letteratura si intreccia alle esistenze e non sappiamo più dove ci troviamo, ma ci fidiamo, ci lasciamo trasportare.

Atmosfere di Crimea in "Fedosia", seconda raccolta. "Una città dove tutti gli affari si concludevano per la strada e nessuno, uscendo di casa, sapeva quando sarebbe arrivato e se in genere sarebbe arrivato alla meta prefissa". Solo un'immagine, bellissima, può dire quanto questi scritti siano una dichiarazione d'amore alla Crimea che si estende alla Russia intera: il Mar Nero che si spinge fino alla Neva, la schiuma delle onde dense e nere che si infrange davanti alla cattedrale di S. Isacco. E ancora, una figura piccola di vecchina, bella, che affittava le camere e "accudiva all'inquilino come a un uccello, si sentiva in dovere di cambiargli l'acqua, di pulirgli la gabbia, di dargli il becchime".

"Il francobollo egiziano" è la terza parte del libro. Qui la prosa diventa
ondeggiante, si estende e si ritira in un moto irregolare, incede sicura e
imprevedibile e surreale, una danza. Ci ritroviamo a inseguire parole e
immagini e il protagonista Parnok è a tratti un personaggio letterario, a
tratti Mandel'stam stesso, oppure l'intera Russia privata del tempo storico, toccata nella sua essenza allucinata e visionaria.

Eusebia Parrotto








Osip Mandel'stam
dal 21 luglio 2002
Esempio 1
Nato a Varsavia nel 1891, Mandel'stam si trasferì a Pietroburgo, dove negli anni Dieci fu una delle figure più in vista nell'ambiente letterario. Arrestato nel 1834 e deportato nel 1938, morì in un campo di concentramento presso Vladivostok. In questo volume sono raccolte sue riflessioni sulla poesia, ritratti di poeti contemporanei, analisi delle Cantiche dantesche.