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   Margaret Mazzantini - Non ti muovere - Mondadori - 2003

John Banville - La lettera di Newton - Minimumfax - 1998

 Adoro le idiosincrasie e i furori, tanto più se incomprensibili e, apparentemente, gratuiti e senza motivo: Mi piace coltivare ‘con una lunga pazienza’ odi che spesso mi squassano e lacerano: al cinema o al teatro, mi piacciono fino al deliquio le urla e le scene madri, le vene tese e gonfie della gola con la bocca che prorompe in oscenità inaudite e contumelie selvagge. Quando ieri ho scagliato Non ti muovere contro il muro, quindi, ho, in qualche misura, provato un liberatorio senso di gioia perché, da molto, non mi capitava tra le mani un libro in grado di suscitare una reazione così inaspettatamente violenta e godibilissima. Va sottolineato tra l’altro il fatto che - questo ad meritum dei prodi lavoratori dello stabilimento di Cles - il libro, nella accattivante versione pastello, occhieggiante in tutte le edicole della nostra Itaglia, ha resistito benissimo: ma la mia ira si era già appagata ( sto invecchiando, hélas! ) ed ora non mi rimane che regalarlo, a qualcuno che odio, ovviamente, dopo una lunga sequela di complimenti per la bravura di una giovane e bella scrittrice che si è impegnata in una tematica tutt’altro che facile e delicatissima, riuscendo a rendere perfettamente sulla pagina quel groviglio di affettività e di visceralità che aleggia su tutte le pagine di questo capolavoro assoluto che si divora (magari!) in un pomeriggio. Qualche anno fa avevo letto Il catino di zinco e non m’era parso troppo malvagio; poi lei, il trench e lo studio di architetto di Castellitto - le uniche cose salvabili de ‘l’ora di religione’, etc, etc, ma ieri sera, stremato e orripilato dalla lettura delle prime 20/30 pagine di  Non ti muovere, ho pensato bene di abbandonare il protagonista con i calzoni calati a casa di quella brutta e sporca amante ( non sono riuscito ad appurare fosse anche cattiva perché avrei dovuto proseguire nella lettura, ed era qualcosa che superava le mie capacità : era come chiedermi di ascoltare le fandonie ‘ ma piene di mortifero di buon senso’ di inizio anno scolastico di una mia collega al primo collegio docenti, di sperare che dalla bocca del mio amico M. fuoriesca qualcosa che non sia inscrivibile nella immortale categoria delle barzellette e battutacce, di assistere alla registrazione degli ultimi 30 minuti di lazio-inter dello scorso anno, di commentare i quadri di un conoscente che ha scoperto una irrefrenabile vocazione artistica e vuole assolutamente che io veda - e lodi, sottinteso, - le sue ‘prove d’artista’, di non commentare ad alta voce l’uscita di due donne - mediamente colte, mediamente piacevoli, mediamente raffinate - che escono da una riunione per costituenda stagione culturale,  di interessarmi alle esternazioni di Bossi e Tremonti, di appassionarmi alle differenze fra cellulari o alle gare di formula uno). Visto che il muro me l’aveva restituito quasi intonso, per un attimo, ho avuto anche la tentazione di squartare fisicamente questo libro dove tutto è assurdo e banale al contempo, mal pensato e peggio scritto, con questo primario ospedaliero che, aspettando l’esito d’una operazione a sua figlia in coma, non ha niente di meglio che rimembrare le scopate con quell’amante di cui scrivevo prima. Ma ‘ i would prefer not to’ : facciamo del male. Regaliamolo, è meglio.


Sarà che poco prima avevo terminato La lettera di Newton di John Banville, scrittore che ha vinto il Nonino assai di recente ( forse uno dei pochi premi seri, nonostante la combriccola di esimi coltissimi borrachones che l’assegna) e che George Steiner ha definito come ‘il massimo scrittore di lingua inglese’.

Se Dio esiste nei particolari, la scrittura di John Banville è un trattato teologico, una preghiera ipnotica scaturente da una fede nella assoluta imperscrutabilità della vita e nell’ assoluta incapacità della parola a restituire ad essa una qualche precaria significanza.  L’esilità quasi anodina del plot di questa Lettera di Newton, titolo programmaticamente disatteso e continuamente eluso e tradito, la sua imbarazzante serialità ( storia di uno scrittore alle prese con una crisi creativo-esistenziale, che si rifugia in campagna a completare quel saggio su Newton a cui ha dedicato l’intera sua esistenza e che qui troverà una svolta determinante per la propria esistenza) viene riscattata ed anzi, doppiata da una scrittura che funziona da deterrente stilistico capace di trasformare il flebile pretesto narrativo in pagine di grande bellezza.
Dio è nei particolari: infatti questa prosa raffinata e tersa è come tramata da una serie di signacula rivelatori e magnetici, che portano, spesso, il lettore ad alzare gli occhi dalla pagina, gesto propedeutico alla meditazione sulla bellezza e sul senso. Quello che rimane di un amplesso è la macchia a forma di tartaruga sul lenzuolo, l’anamnesi di una ubriachezza passa attraverso la folgorante affermazione che il primo segnale dell’ebbrezza l’abbiamo nel momento in cui ci sentiamo respirare, lo stolto narcisismo dello scrittore è reso dall’immagine di uno che si arrampica su di una lunga pertica e non sa come scenderne, tra l’imbarazzo ed il divertimento degli astanti. Ovvio che di Newton si parla pochissimo in questo libro : sembra quasi un convitato di pietra che fa capolino qua e là, contento del fatto che ogni tanto vengano citati frammenti di una sua lettera che arriva ad intravedere, molto da vicino, quel senso di resa al mondo e di proclamata sfiducia nella possibilità ermeneutica della scrittura, sussurrato dall’epistola di Lord Chandos. Inoltre, i personaggi da cui è circondato si chiamano, dispettosamente, Ottilia, Edoardo, Carlotta, un travisamento meditato delle goethiane Affinità elettive.

Adesso il libro della Mazzantini è lì che mi guarda in tralice ed io pregusto, sadicamente, i nomi di chi merita un disdoro simile.
Banville , invece ( straordinario anche ‘l’intoccabile’) è merce rara, che va relegato religiosamente nell’esiguo scaffale dei preferiti.

Linnio Accorroni







Esempio 1
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21 sett. 2003
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