Melania G. Mazzucco, La lunga attesa dell’angelo, Rizzoli, Milano 2008
Vitalità vulnerabilità e slancio sono una caratteristica dell’infanzia e nei romanzi di Melania G. Mazzucco l’attenzione è posta spesso sui ragazzini. Vita e Diamante sono i giovanissimi protagonisti di Vita, Medusa è l’inquietante personaggio che campeggia ne Il bacio della Medusa, nel romanzo Un giorno perfetto l’attenzione è posta sui figli giovanissimi della coppia Emma e Antonio, Kevin e Camilla, e anche ne La lunga attesa dell’angelo romanzo da poco edito da Rizzoli, lo sguardo dell’autrice si pone con grande e profondo amore su Marietta, la figlia del pittore Tintoretto, nella sua infanzia (e poi anche nella sua maturità) pittrice come il padre in una Venezia, quella del Cinquecento, che poneva molti limiti al lavoro femminile non incanalato nelle tradizionali attività della donna. E, come nei romanzi precedenti, il rapporto tra adulti e bambini è un rapporto incandescente, che lascia profonde ferite nell’animo vulnerabile dei più piccoli. Ne La lunga attesa dell’angelo Marietta, la figlia che il Tintoretto ha avuto da Cornelia, una prostituta tedesca, costituisce tra i tanti suoi figli il legame più profondo per il pittore veneziano e con la sua infantile sete di assoluto, la sua sensibilità esasperata, la sua sensualità talvolta lo fa pencolare sull’abisso. Marietta capisce la sua arte meglio di qualunque altro, penetra in essa, è presente nel momento delicatissimo della creazione e tra i due si crea un rapporto molto intenso che oscilla al limite dell’incesto. Ma paradossalmente non è la figlia la vittima e non è il padre lo sciagurato abusante. La figlia in qualche modo è la tentatrice, dotata di una sensualità – come d’altronde anche la piccola Medusa ne Il bacio della Medusa – molto superiore a quella che penseremmo normale per la sua età. La piccola Marietta che il padre porta con sé vestita da ragazzo, che lavora alla bottega del padre come e meglio degli altri figli maschi, che è educata al canto e alla musica, costituisce un’anomalia in un mondo che non lascia molto spazio a ciò che non rientra in schemi prefissati. Ma è soprattutto l’inquietante rapporto col padre che occupa tante pagine del romanzo. Rapporto narrato con l’inclinazione per una sessualità trasgressiva che ha sempre contraddistinto i romanzi della Mazzucco. In questo romanzo, che pure per certi aspetti è meno esplicito di altri, – si pensi agli episodi di pedofilia cruda ne Il bacio della Medusa, o di conclamata omosessualità in Lei così amata, – in questo romanzo, dicevo, la presenza di questi aspetti morbosi, che si aggrovigliano insistentemente attorno a un nucleo incandescente inesploso, dà per qualche aspetto più fastidio che negli altri. Anche perché il rapporto tra padre e figlia, che nel tempo si modifica e si trasforma toccando varie sfaccettature (dall’amore sviscerato all’odio, dalla dipendenza a un fastidio per la medesima) è viziato da una sensualità patologica che talvolta sembra un po’ gratuita (o quanto meno di difficile comprensione).
Il romanzo è articolato sul ritmo dei pensieri di Tintoretto morente che, negli ultimi giorni di vita, febbricitante ricostruisce la sua esistenza. È un tentativo di rimettere ordine nel caos degli eventi, di far rivivere ciò che è perduto perché le parole possano dargli realtà e consistenza. Se è vero che gli eventi sono schegge incompiute, e gli episodi di una vita solo nella combinazione acquistano significato, la Mazzucco procede alla tessitura di enormi tele, in cui si alternano moltissimi (forse troppi) personaggi, protagonisti o comprimari, o semplici comparse, e dalla combinazione delle loro vite, dall’intreccio delle loro esistenze nasce il quadro complessivo. Quadro incentrato su quelli che sono i temi cardine della narrativa della Mazzucco: l’amore nella sua forza creativa (non a caso la figlia Marietta viene chiamata dal Tintoretto “scintilla”), la creazione artistica nel suo potere talvolta devastante, il rapporti familiari nella loro deflagrante violenza.
Tintoretto, che nel libro viene chiamato Jacomo, è un uomo vulcanico e anticonformista, dotato di gran forza e di una vitalità travolgente, che ha saputo lottare e imporsi in una scena artistica affollata, si è costruito una famiglia altrettanto affollata, ha avuto nove figli (legittimi) e sul destino di tutti è stato lui in qualche modo sempre a decidere, si pensi alla monacazione forzata delle figlie, alla vita gregaria dei figli su cui si è imposto sempre con grande autorità. Marietta è trattata in modo diverso. Lui stesso la educa, la porta con sé a dipingere, le consente di conoscere molti ambienti di Venezia. “Non l’ho mai mandata a scuola, Marietta non ha avuto altro maestro che me. Le insegnai a scrivere il suo nome con il pennello, e non con la matita… Mi trotterellava al fianco con il berretto in testa e la pesante scatola di legno con i carboncini stretta contro il petto”. Il personaggio di Marietta da ragazzina è davvero splendido.
Come in altri romanzi dell’autrice la narrazione è complessa, ma a differenza dei precedenti libri che si leggevano tutti d’un fiato,– si pensi a Il bacio della Medusa, bellissimo e tremendo – quest’ultimo libro appare in certe parti un po’ fiacco. Specie nella seconda metà, nonostante la presenza di pagine di grande impatto, si ha la sensazione che non ci sia un’unica ispirazione che lo sorregga e che la tessitura risulti un po’ fragile e al contempo pesante. L’opera ritrova un ritmo migliore nella parte finale, che potremmo chiamare un largo in linguaggio musicale, in cui sono narrati gli undici mesi che Jacomo trascorre a Mantova assieme alla figlia morente. È un tempo quasi sospeso sull’acqua (e l’acqua è l’elemento principe dell’opera, per l’ubicazione di Venezia e per il suo significato simbolico di elemento che spegne il fuoco, – si pensi alla fine di Tintoretto che immagina di immergersi, lui che non amava l’acqua, nella laguna assieme alla sua amata figlia e di lasciarsi condurre da lei verso una morte pacificatrice). Nulla sembra esistere all’infuori di loro due, né il marito che Marietta ha lasciato, né la fedele buona moglie di Jacomo, Faustina, e neppure – stranamente – l’arte, che Marietta, dopo la morte dell’unico figlio avuto dopo undici anni di matrimonio infecondo, rifiuta. Paradossalmente Marietta diventa negli ultimi capitoli del libro una donna che rinnega quello che ha fatto in nome della pittura, affermando che l’aveva amato, l’arte, solo perché suo padre l’amava. “L’ho amata perché tu l’amavi, non mi è mai davvero appartenuta, e adesso che mi ha lasciato non la rimpiango. Non sarei mai stata capace di farne tutta la mia vita. Non sono mai riuscita a identificarmi in ciò che facevo, mai a credere in ciò che dipingevo. Forse perché sono una donna o forse perché non sono mai stata un’artista. Tu volevi che io lo fossi, e io ho cercato di non deluderti, e non ne sono stata capace”. Le parole di Marietta sono parole amarissime, espressione di una profonda tragica sconfitta. Una sconfitta che non coinvolge solo il personaggio in questione, ma l’essenza stessa del rapporto donna-arte. Una sconfitta che delinea un limite netto, che la donna, chissà perché, non ha saputo valicare. La differenza tra i due pittori, Marietta e il Tintoretto, consiste – come afferma Marietta stessa – nel fatto che lui è capace di “bastare a se stesso” e nulla gli è davvero necessario: i suoi familiari sono amati sì, ma potrebbe fare a meno di loro, i suoi figli sono importanti sì, ma l’arte per lui viene al primo posto. L’uomo insomma è capace di mettere un ideale astratto al centro della sua vita e di costruire in quella direzione, magari travolgendo tutti quelli che gli stanno attorno e producendo sofferenza e dolore. La donna invece non riesce a farlo. Per Marietta è il padre a costituire il centro del mondo, ed è capace di rifiutare le proposte di lavoro che giungono dai sovrani di altri paesi perché “ha già il suo Re”. Il genere femminile non riesce ad esistere che di riflesso, non riuscirà mai ad avere gli scarponi per attraversare di forza la vita come ha fatto Tintoretto che nella lunga confessione a Dio che costituisce il romanzo si rimprovera i molti errori della sua vita e sa di aver inflitto grandi sofferenze a quelli che lo hanno amato e che lui pur ha amato – le figlie costrette al convento, i figli a cui Jacomo ha imposto delle scelte o comunque posto dei limiti – mentre lui la vita l’ha vissuta a piene mani, prendendo da tutto e da tutti e non negandosi nessuna esperienza. Incompiuta è invece la vita di Marietta, lei che non ha percorso la strada di Faustina, la serena, appagata moglie di Jacomo che ha dato all’amato marito nove figli. Marietta gli ha generato solo un nipote che anche nel nome lo ricorda, Jacometto, ma che è morto prima di raggiungere i due anni di età. Da quel momento per Marietta non esiste più nulla. Il vuoto la circonda e cerca nell’oppio un po’ di sollievo, mentre rifiuta il cibo e muore di consunzione nella braccia del padre. “A un certo punto ho cominciato a sentire un gran vuoto, c’era qualcos’altro che volevo e non ho capito cosa” confessa Marietta e poi aggiunge “Ma il vuoto è colmo adesso, adesso so cosa voglio. Non voglio nient’altro che restare qui con te”.
Il romanzo, a parte qualche momento di stanca, ci regala delle pagine di grande emozione, ma non convince del tutto. Anche il titolo lascia un po’ perplessi. Sia perché questo sembra essere l’anno degli angeli (si pensi al famoso Il gioco dell’angelo di Carlos Ruiz Zafon, o a L’angelo custode di Robert Crais, entrambi editi da Mondadori), sia anche perché riprende il titolo scelto da Lella Ravasi per un suo libro edito da Cortina nel 1992. Stupisce anche la programmazione di un’altra “vera” biografia di Tintoretto, Jacomo Tintoretto & i suoi figli. Biografia di una famiglia veneziana, già in corso di pubblicazione e in uscita nel 2009, che ricostruirà in chiave storico-documentaria la vita del pittore senza le invenzioni fantastiche che hanno contraddistinto La lunga attesa dell’angelo. Perché questo doppione?
Marina Torossi Tevini
Ha letto per noi questo libro Marina Torossi Tevini
Nata a Trieste, è laureata in lettere classiche.
Nel 1993, con il racconto Una donna senza qualità, vince il primo premio del concorso letterario Il leone di Muggia.
Nel 1997 cura la pubblicazione postuma del romanzo del padre, La valle del ritorno. Lo stesso anno riceve il premio speciale della Giuria al festival Felsina.
Nel 1998 riceve la menzione speciale al via di Ripetta.
Collabora a riviste nazionali ed internazionali, come Stilos, Zeta news ed Arte&Cultura.
Bibliografia
1991 - Donne senza volto (poesie), edizioni Italo Svevo
1994 - Il maschio ecologico (antologia), Campanotto editore
1997 - L'unicorno (poesie), Campanotto editore
Partecipazioni
2000 - Poeti triestini contemporanei, Lint
2003 - Trieste la donna e la poesia del vivere, Ibiskos