Nessuno alle prime pagine di questo fulminante racconto, come sempre in eccellente traduzione, sospetta che un incontro d'aeroporto, in attesa di un aereo in ritardo, fra due sconosciuti, entrambi quarantenni, uno brutto, gracile, dal curioso nome di Textor Texel, l'altro bello, ben vestito, un manager dal "colletto bianco" e dal significativo nome di Jérôme Angust (angusto e non augusto!), si spacchi come un guscio per rivelare il delitto (vero, supposto?) di un paranoico. Il paranoico è privo delle bizzarre incoerenze che caratterizzano lo schizofrenico, nel suo delirio ha una logica ferrea e fuori di esso può condurre per anni una vita normale e addirittura di eccellere in una professione. Ma è anche colui che fa sempre esattamente ciò di cui ha voglia, e le voglie umane si sa che sono insospettate e terribili.

La giovane scrittrice belga, al suo decimo libro, è un talento teatrale: il racconto è un dialogo fra i due. Male e dolore si superano per Nothomb nell'estasi estetica, e il significato - crudelmente estetico - della vicenda è sintetizzato in un'inedita identificazione di cosmo e cosmetica: "Agisco - dice l'uno - in base a una cosmetica rigorosa e giansenista". E l'altro: "Cosa c'entra adesso la cosmetica?" Risposta: "La cosmetica è la scienza dell'ordine universale, la morale suprema che determina il mondo". E cosa ne verrà? Nell'ultima pagina un ignoto, davanti agli occhi esterrefatti dei passeggeri in attesa, si fracassa la testa contro il muro.


Un viaggio narrativo per risalire al tempo dei primi contatti tra le culture occidentale e orientale, alla ricerca di una vita umana e sensibile, equanime e felice nei limiti della necessità. Una fuga dall'Europa del cinquecento, devastata dai conflitti religiosi, e dal potere monocratico del medioevo giapponese. Una navigazione lungo le contraddizioni della storia, orientata,sotto le costellazioni delle differenze, verso il congiungimento dell'azione alla memoria, del desiderio alla realtà.
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Giancarlo Micheli -La grazia sufficiente- Campanotto Editore 2010

Chi crede che la Storia abbia un senso o che la filosofia della storia possa essere considerata non soltanto come una teoria astratta pensa che in essa avvengano incontri incroci e contatti che altrimenti non sarebbero spiegabili. Il nuovo romanzo di Giancarlo Micheli vive di questi incroci (quello tra cultura occidentale e modo di vita orientale) e di questi contatti (tra abitanti del Giappone e commercianti olandesi, ad esempio). Vive anche di una riflessione sulla natura della Grazia che oggi potrebbe sembrare di certo surannée se il suo argomento non fosse sempre di attualità e basato su una domanda ineludibile per ognuno di noi: cosa succederà di noi una volta passati a miglior vita? Saremo salvati e redenti  o sommersi dal cumulo infinito delle nostre colpe nei confronti del Creatore delle nostre esistenze?  In Olanda, dalla metà del Cinquecento fino a tutto il Seicento, nell’epoca di Hugo Grozio e di Baruch Spinoza, la disputa sulla predestinazione e sulla salvezza dell’umanità tiene banco sul fronte teologico e giunge ad infiammare gli animi fino al calor bianco delle accuse di eresia e di ateismo. Il problema della “grazia sufficiente” alla salvezza finale dell’uomo vede fronteggiarsi due posizioni opposte e in violenta lotta tra di loro.
La prima detta infralapsariana e frutto delle posizioni radicalidi Jacob Harmenszoon (latinamente più noto come Jacobus Arminius) che, sulla base dei propri dubbi sulla grazia sovrana di Dio nell'opera di salvezza degli uomini, cominciò ad insegnare che «la predestinazione d'una persona alla salvezza o alla condanna proviene dalla volontà conseguente di Dio che considera il suo oggetto con tutte le sue condizioni e circostanze, le quali sono state a loro volta determinate da un precedente decreto affinché precedano la salvezza o la condanna» (nell’Examen thesium D. Fr. Gomari). In sostanza, per gli Arminiani, Dio sceglie gli eletti alla salvazione in virtù dello sforzo fatto da essi in ragione della loro dedizione e del loro pentimento nei confronti della divinità. Dio sceglie quegli uomini e quelle donne che si impegnano nella chiamata alla Grazia. Gli esseri umani, quindi, sono pur sempre corrotti e massa damnationis ma in grado di collaborare alla Grazia e mantengono attraverso di essa una qualche forma di dignità e responsabilità. Le buone opere sono una delle cause della salvezza in quanto sono in grado di testimoniare che la persona che le compie ha liberamente scelto Dio e l’adempimento dei suoi doveri verso di esso.
L’altra, basata sull’opera di François Gomar (anche lui latinamente conosciuto come Franciscus Gomarus) e detta sopralapsariana perché, a differenza delle tesi di Arminio, sosteneva che la salvezza dell’umanità era già stata decisa, caso per caso, prima della caduta di Adamo (quella felix culpa di cui per primo Agostino aveva teorizzato l’inevitabilità sulla base della propria teoria della predestinazione). La disputa fu risolta dal Sinodo di Dordrecht del 1618-1619 per il quale gli Arminiani furono convinti di errore in quanto fu stabilito che la salvezza umana non è frutto della fede degli uomini stessi ma un decreto imperscrutabile della volontà di Dio.
Ma uno dei protagonisti del romanzo di Micheli, Baruch Dekker, capitano di marina di origine ebraica e naufrago sulle coste di Nagasaki in Giappone, non si pone questi problemi di sottile finalità teologica anche se non si considera affatto agnostico:

«[…] Baruch, durante i lunghi anni di navigazione, aveva abbracciato la confessione calvinista. Da uomo di azione, aduso a misurarsi con le tavole alfonsine o con le rotte di alisei e correnti oceaniche, esperto della grazia di velacci e rande, sufficiente alle andature a lasco e di bolina, egli aveva umilmente arrotolato le catene delle ancore ai cabestani, e si lasciava condurre alla deriva nei fortunali delle dispute teologiche. Non gli era del resto riuscito difficile astenersi dalle battaglie dottrinali tra arminiani e gomaristi, dietro le quali si celavano, assai poco occultamente, i conflitti di interesse che opponevano la ricca borghesia e l’amministrazione civile del Gran Pensionarlo da una parte, il potere militare dell’aristocrazia e lo Stadhouder dall’altra. Nessuno, a bordo dei velieri della VOC [cioè la Compagnia olandese delle Indie Orientali], veniva ad interrogare il capitano Dekker in merito alle tesi supralapsariane o infralapsariane. Riguardo al dogma della predestinazione, che certo concerneva intimamente la sua anima quanto quella di ogni altro cristiano, egli aveva assunto con fermezza un atteggiamento agnostico. Per quanto dure fossero le prove alle quali la vita di bordo lo sottoponeva, la sua eccellente attitudine a sostenerle con virile fortezza non poteva bastare quale segno indubitabile di appartenenza al novero degli eletti. Di ciò egli si era fatto una tenace convinzione, tale da dispensarlo da opprimenti angosce. Aveva sempre guardato con scetticismo a quel dogma che gli pareva fosse stato congegnato per garantire a quanti già godevano del privilegio di onori e ricchezze quello ulteriore, e spesso, determinante, del favore divino. Tutte le disquisizioni sull’universalismo ipotetico o condizionale, o sulla Grazia non irresistibile, non illustravano altro alla cognizione del capitano Dekker se non gli interessi molto umani di cui erano le teologali guarentigie» (pp. 58-59).

Ma il capitano Dekker non è l’unico protagonista del romanzo di Micheli. Insieme alle complesse vicende di quest’ultimo destinato in seguito al naufragio della sua nave da carico a rimanere in Giappone, dalle pagine del romanzo si affaccia la storia del contadino Taisho (così chiamato con un termine che designa tutta una serie di situazioni positive: “grande vittoria”, “sonora risata”, “origine del mondo”, “simmetria” tra gli altri). La sua vicenda, ambientata molti anni più tardi, all’epoca dell’avventura imperialista del Giappone militarizzato di Hirohito e del generale Tojo, è, in realtà,  connessa in maniera solo onirica e allusiva a quella di Dekker (che apparirà come una figura misteriosa e dal comportamento translucido solo in un momento di abbandono da parte di Taisho).
L’uomo, orfano di un contadino, Shigetaro, ucciso in guerra durante il conflitto russo-giapponese, ha un lavoro a stipendio fisso come inserviente del Monbushou, il Ministero dell’Istruzione, presso il Medical Center di Nagasaki. Qui, in un giorno di pioggia, ascolta le infuocate parole del nazionalista Ishiwara, tenente colonnello dell’Esercito, e si arruola per la guerra in Manciuria (che si concluderà con l’instaurazione del Manciukuò, protettorato giapponese in Cina, cui sarà posto come governante-fantoccio il deposto e ultimo Imperatore Pu Yi).

«Aveva dato prova di sufficiente coraggio nell’offrirsi allo Stato, alla legge di armonia che vi vigeva, connaturata al suo sacro suolo? Quella domanda apparve dal buio della coscienza profonda, e incalzò Taisho al pari di un demone dell’abisso.  Allora egli vide la trincea, le cui ripide pareti di fango franavano sotto al bombardamento di una pioggia torrenziale. Ai suoi piedi giaceva il corpo esamine del padre. Taisho se lo caricava sulle spalle, e camminava a lungo. Gli pareva di percorrere la insigne strada del Tokaido, costeggiata di pini e crittomerie, le cui verdi chiome s’impregnavano negli infittiti rovesci di pioggia, finché non giungeva alla casa di Mogi e deponeva il pesante fardello del cadavere, lo deponeva sulla terra dell’orto, impastata in un viscido brago. Da uno spiraglio tra il fusuma e la parete della vicina abitazione si affacciava allora il volto della madre, acconciato nell’apparente compostezza dei lineamenti, nella quale Taisho credette di leggere approvazione ed encomio, solennemente espressi» (p. 34).

Sono due storie di “grazia sufficiente” espressa nelle e dalle azioni in cui il mistero della salvezza futura si consuma e si attua nella vicenda presente dei due personaggi le cui avventure umane si incrociano e si intrecciano alla luce di un disegno di cui nessuno dei due conosce il perché e di cui non viene rivelata la trama necessaria. Dekker lascerà il suo lavoro come impiegato presso la sede di Nagasaki della Compagnia delle Indie e, insieme alla moglie Netsaki e il figlioletto Aikyo, si dileguerà alla ricerca di fortuna nel Mar Cinese Orientale. Taisho, catturato dai cinesi e deciso a compiere il seppuku richiesto per evitare di rimanere prigioniero e fornire, anche involontariamente, informazioni di alcun tipo al nemico, ne viene dissuaso proprio da un giovane professore di linguistica che aveva sentito parlare durante un convegno tenutosi al Monbushou quando anch’egli vi lavorava. Tornato a casa, apprenderà traumaticamente della morte della madre. Ancora una volta tentato dal suicidio finirà con il capire, come insegna la dottrina finale del Tao che “la via suprema non ha nome e il discorso supremo non ha parole” (p. 117).
Romanzo tenace e appassionato, La grazia sufficiente coniuga erudizione (di cui sono testimonianza le numerose note a fine di ogni capitolo) e poesia, grazie al suo linguaggio distillato e ben forbito che cerca di supplire alle difficoltà della teologia indimostrabile con la ben più robusta forza espressiva di una liricità intensa e asciutta, fatta di immagini e di riverberi, di rattenuta commozione e di espansione descrittiva non priva di un sapore arcaicizzante e delibato.

Giuseppe Panella

pubblicata in: Zeta - rivista internazionale di poesia e ricerche (anno XXXII n.3; Settembre 2010)
Retroguardia 2.0 (http://retroguardia2.wordpress.com/)
La poesia e lo spirito (http://lapoesiaelospirito.wordpress.com/)







Esempio 1
dal 2 sett 2011

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Oggi il Lower East Side è un quartiere di artisti, gallerie d’arte e ricostruzioni edilizie. Quando abitavo a New York, durante gli anni settanta del secolo scorso, era invece un quartiere a rischio. Mia figlia mi raccomandava di evitarlo nelle quotidiane passeggiate che facevo assieme a mia moglie. Dalla Third Avenue, dove avevamo casa, eravamo soliti discendere per la Bowery, per poi prendere per Canal Street e deviare per Mott o Mulberry Street, fino nel cuore di Little Italy che, proprio allora, cominciava ad essere erosa dall’avanzata irresistibile dei cinesi di Chinatown. Oggi il territorio è quasi interamente conquistato. Credo rimanga ancora qualche trattoria in cui gli italiani figurano come prestanome di proprietari di Shanghai o di Canton.
Proprio in Mulberry Street sta il bar dei protagonisti del romanzo Indie occidentali: Aurelio ed Erminia, una coppia di giovani sposi che dalla Valle del Serchio si aggiungono, nei primi anni del novecento, alle moltitudini di immigrati che arrivavano ad Ellis Island dall’Italia o dalla Germania, dall’Europa dell’est o dalla Scandinavia. I personaggi della storia di Micheli non appartengono alla massa dei diseredati che in quegli anni di forsennato sviluppo industriale attraversavano l’Atlantico per ritrovarsi in una modernista babele, affollata fino all’inverosimile, ricca soprattutto di afflizioni e motivi di inedite sofferenze. Aurelio ed Erminia hanno risorse sufficienti per intraprendere un’attività indipendente una volta giunti nel nuovo mondo. Partono guidati dal desiderio di progredire umanamente e donare alla propria figlia appena nata un avvenire più confortevole e degno. Entrano, dapprima, nell’ombra protettiva di una sorta di ambiguo capo clan, un intermediario tra la forza lavoro, provata dagli stenti e sovente dalla fame, e imprenditori senza scrupoli, facilmente inclini a compromessi con il crimine.
Faranno, quindi, presto le spese della loro ingenuità, della loro ignoranza delle dinamiche violente e spietate che informano i rapporti nella comunità che li accoglie. Soltanto al vaglio di un viaggio infernale, che li condurrà nei tormenti degli stockyards di Chicago e nei malsani opifici dell’industria tessile del New Jersey, essi coronano il loro percorso iniziatico, acquistano consapevolezza di sé e la capacità di agire assieme agli altri per affermare valori condivisi e di progresso umano. Questa è la chiave utopica del racconto che Micheli sviluppa con meticolosa cura artigianale, da scrittore per vocazione; consiglio, dunque, una lettura riflessiva di questo romanzo, proporzionata alla cura che è stata impiegata nello scriverlo.
Il romanzo ha un taglio decisamente realista, talvolta surrealista nell’ordire la trama di casi ineffabili alle emozioni e ai gesti dei personaggi. Micheli vi ricompone una geografia umana di passioni vigorose e sentimenti nobili, cosicché ci lascia, forte, il sapore di una storia d’altri tempi. L’autore agisce secondo strategie sottili, perfino misteriose, che illuminano i fatti della narrazione con i riflessi di una necessità perturbante, spesso assurda; è la luce di un’alba, tuttavia, dalla quale si possono cogliere segni importanti anche per capire meglio il nostro presente, assai torbido e notturno.
È incredibile come gli Stati Uniti, invasi sul finire del XIX secolo da una turba di sommersi e senza speranza, appartenenti ad una miriade di inconciliabili differenze di culture e lingue, costretti ad una impietosa struggle for life, è incredibile come questo paese sia sopravvissuto. Una domanda è d’obbligo: oggi la situazione degli Stati Uniti e del mondo è cambiata rispetto al quadro drammatico e spietato che il romanzo descrive? Certamente la società contemporanea è passata ad una sua fase “civile”, di regole accettate e condivise, ma il mondo democratico è dominato non più dalla produzione industriale, bensì dalla produzione del denaro fine a se stessa, e dunque insensata, perversa e diabolica. Ci conforta pensare che anche questo momento della storia verrà superato e ci auguriamo che ciò possa accadere senza una catastrofe.
Manlio Cancogni

pubblicato come prefazione al romanzo

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Un giudizio di Romano Luperini

Indie occidentali di Giancarlo Micheli (Campanotto). Micheli è al secondo romanzo. Il primo era intitolato Elegia provinciale. Entrambi sono notevoli per le caratteristiche della scrittura, molto lavorata. La lezione di Gadda è evidente nell'ampio spettro della invenzione linguistica. Ma mentre Gadda tende al realismo, e la varietà linguistica mira a riprodurre la ricchezza dei vari linguaggi settoriali (il soldato parla il gergo militare, la puerpera quello delle donne che hanno avuto appena un figlio ecc., secondo la nota definizione dello scrittore lombardo), Micheli impiega sempre una sua propria lingua, capace di abbassarsi al dialetto e di alzarsi all'aulico iperletterario anche indipendentemente dai contesti narrativi descritti. Ricorre alle tecniche dello scrittore onnisciente e ciò gli permette di usare con disinvoltura, a volte persino eccessiva, ogni tipologia linguistica: il regista indiscusso è lui, e la fa da padrone con la trama così come nella gestione del linguaggio.
Indie occidentali è un romanzo storico ambientato agli inizi del Novecento; narra di una coppia di emigranti italiani negli Stati Uniti e delle lotte di emancipazione sindacale e politica dei lavoratori americani. Il pregio e il limite della narrazione coincidono: il pregio è quello di una scrittura finalmente elaborata e consapevole della necessità di uno spessore stilistico e dunque in contrasto con la scrittura da bar che domina nell'attuale romanzo di consumo; il limite sta nel gelido distacco storico e linguistico con cui è gestita la narrazione e da cui deriva qualcosa di freddamente scolastico nella costruzione del plot (una sorta di ibrido fra due modelli collaudati: il romanzo storico e il romanzo di formazione sociale e politica) e nella invenzione linguistica. Nell'ultimo capitolo, per esempio, la protagonista è presentata con «occhi di driade» mentre scocca sull'amato «un sagittare di eccitati richiami». Non è una maliarda dannunziana davanti al proprio amante, ma una lavoratrice italiana in America che guarda il marito. Non è un po' troppo?

Romano Luperini

articolo pubblicato in l’Immaginazione (250, novembre 2009)

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Giancarlo Micheli
Indie occidentali di Giancarlo Micheli
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