Sedici anni dopo la morte, Montale era più vivo che mai. Il suo ultimo libro di poesie, la cui divulgazione parziale era stata diluita post-mortem secondo tempi e modalità stabiliti dallo stesso autore, nel febbraio del 1996 era stato pubblicato finalmente completo in occasione del centenario della nascita per I Classici dello Specchio mondadoriani. Il 20 luglio 1997 scoppia il putiferio: l’eminente filologo e montalista Dante Isella firma un articolo sul «Corriere della Sera» in cui mette in serio dubbio l'autenticità del Diario postumo.

Con circostanziati confronti intertestuali, il critico si propone di evidenziare come il Diario sia frutto di un abbondante riuso di materiali montaliani caratterizzati, però, da una sorprendente tendenza «all'espressione sfumata, evasivamente ermetica, del tutto contraria all'esattezza enunciativa» del poeta; si assisterebbe ad una ripresa di temi e stilemi ben riconoscibili, ma riorganizzati in contesti convenzionali dove «la dizione si fa più chiara e piana, ma anche più banale e prevedibile». Il sospetto di inautenticità, dunque, sarebbe autorizzato innanzi tutto da considerazioni stilistiche ed estetiche: le poesie postume sono brutte e non si può che rimanere sorpresi dalla «qualità di siffatti versi» rispetto allo standard del premio Nobel. In particolare Isella si sofferma sull’uso del «sintagma di articolo (o preposizione articolata o altro analogo) + infinito sostantivato», raro nell’opera precedente, ma assai diffuso in quest’ultima raccolta montaliana e, quando si dice il caso, ancor di più nel canzoniere Sesamon pubblicato nel 1977  da Annalisa Cima,  come si sa ispiratrice e curatrice del Diario postumo, dove addirittura «il sintagma…si ripete con l'insistenza di un tic caratterizzante, quasi una firma stilistica». L’insinuazione velenosa è corroborata da un precedente: il libretto Incontro Montale, edito nel ’73, che contiene due interviste precedute da un'introduzione a cura della Cima, appare «un puro e semplice collage di pagine di Autodafé», il libro di Montale pubblicato da Il Saggiatore nel 1966; le risposte delle interviste «sono  confezionate, forbice e colla, mediante giustapposizione di brani desunti da una ventina di quelle prose», tanto da indurre lo stesso Montale ad informare l’amico Contini che «quel libercolo più scemo che deludente fu progettato e stampato a mia insaputa nella speranza di farti / farci una lieta sorpresa. Ti dico questo nell'ipotesi che la pennaiola abbia tentato di farti credere a un mio consenso». Isella sembra suggerire, neppure tanto implicitamente, come sia poco credibile che la «pennaiola» di cui sopra sia per Montale, negli stessi anni, l’«imperatrice» e la «natura divina» a cui è dedicato il Diario, Musa della sua ultima stagione poetica, nonché esecutrice testamentaria ed unica erede dei suoi diritti d’autore. Se è vero quindi che il concetto di falso risulta particolarmente difficile, declinabile com’è in varie gradazioni che vanno dall’imitazione al plagio al rifacimento d’autore, per Isella, comunque, non ci sono molti dubbi: il Diario postumo sarebbe un centone confezionato dalla Cima che avrebbe rifuso suoi materiali con spezzoni d’autore insieme a frasi colte al volo nella conversazione orale col poeta e serbate nella memoria propria o di un registratore, usando la tecnica già sperimentata nelle interviste del 1973.

In Secondo testamento, poesia del 1976 inserita nel Diario, si leggono questi profetici (ironici?) versi:

Ed ora che s'approssima la fine getto
la mia bottiglia che forse darà luogo
a un vero parapiglia.

E parapiglia fu. La Cima e Rosanna Bettarini, la filologa che aveva dato il placet alla pubblicazione della raccolta curandone l’apparato critico, risposero ad Isella per le rime difendendo l’originalità delle poesie e la propria buonafede, accusandolo di frustrate ambizioni sulla curatela dell’opera montaliana; quindi scesero in campo, fra gli altri, Giovanni Raboni, Lalla Romano (querelata nell’occasione dalla Bettarini), Pier Vincenzo Mengaldo, mentre la querelle si estendeva anche all’autenticità dei 24 fra legati, prelegati e testamenti con i quali Montale in più riprese dal 1972 al 1980 avrebbe nominato la Cima erede universale e curatrice di tutta la sua opera in versi e in prosa. Neppure la mostra degli originali delle poesie nelle bacheche dell’Hotel Splendide di Lugano, organizzata dalla Cima nei giorni 24-26 ottobre 1997, servì a sciogliere i forti dubbi espressi da Isella anche sull’autenticità della grafia, in accordo con il parere del filologo svizzero Romano Broggini e dal paleografo Armando Petrucci.

Nel frattempo, però, più sommessamente, un’altra scuola di pensiero aveva proposto una lettura alternativa del Diario, la cui versione più autorevole era stata data il 4 settembre in un articolo su «La Repubblica» da Maria Corti che, appunto, poteva calare l’asso di una testimonianza diretta fondata sul bloc-notes della memoria:

Nell' autunno del 1971 frequentavo spesso la casa di Montale per via delle sue frequenti donazioni di manoscritti al Fondo pavese, di cui a Montale piaceva sentirsi uno dei principali realizzatori. Un giorno mi fece sedere dirimpetto alla sua poltrona, pensai che mi volesse comunicare qualcosa di importante. Mi rivelò allora che stava scrivendo una raccolta di poesie che non avrebbe mai consegnato al Fondo, sia perché sarebbe uscita postuma e per di più in ondate successive a distanza di anni, sia perché esecutrice testamentaria sarebbe stata la giovane amica Annalisa Cima, a cui la raccolta era dedicata. Alla mia domanda perché una stampa postuma e a ondate successive, lui ridacchiò, com' era sua consuetudine, aspramente, dal fondo della gola, un riso riarso. Poi rispose che tutta l'operazione, in parte ludica in parte drammatica, era una beffa ai filologi.

Già l’editore Vanni Scheiwiller, recensendo in aprile sul «Sole 24 ore» il Diario postumo, aveva parlato di una burla riuscita e Andrea Zanzotto, amico di Montale, il 23 luglio, quindi a caldo, a pochi giorni di distanza dall’articolo-denuncia di Isella e in anticipo di oltre un mese sulle rivelazioni della Corti, aveva sostanzialmente ripreso tale ipotesi in un’intervista al Corriere:

Più di una volta, nei nostri incontri, credo di aver colto in lui un gusto per la meditazione su tutto ciò che  sta nell'area dell'apocrifo, a cominciare dai Vangeli per finire con la letteratura d'oltretomba, vale a dire quei testi prodotti da medium in stato di trance, che riecheggiano tramite assonanze la grande poesia. (…) Montale era in uno stato di sospensione di giudizio sull'aldilà, pur nel fervore di sentimento di fronte all'incalzare del tempo; un'ambiguità che può averlo indotto a entrare in un'area di scherzo, di umorismo nero, visto il suo gusto per la battuta punzecchiante, per la beffa e per l'ammicco. Perciò io accetto senza difficoltà l'ipotesi che Eugenio Montale abbia occultato un marchingegno di apocrifi costruiti da lui stesso, avendo ben presente la grande farsa della letteratura d'oltretomba.

Ipotesi che il poeta veneto ribadirà, con ulteriori interessanti riflessioni, anche in un’intervista a John Butcher dell’University College di Londra:

A mio avviso bisogna porre la spinosa questione, se siano versi scritti da lui o no, alla luce di questo gusto di giocherellare. Mi ricordo di aver parlato più volte con lui della cosiddetta letteratura d'oltretomba che è di solito una grossolana contraffazione. (…) Montale aveva covato il desiderio di scrivere qualche cosa che fosse un apocrifo di se stesso. C'è già uno scritto del '47 in cui accenna ad un tale che avrebbe potuto lasciare molta materia da svelare un po' alla volta.
Il poeta che scrive "mentre leggevo il Deuteroisaia" (Caro piccolo insetto...) è uno che si nutre di libri sacri, ma anche degli apocrifi. (…) Ma perché Montale legge il Deuteroisaia, perché non dice: "mentre leggevo Isaia"? Ci potrebbero essere motivi metrici, ma certo s'insinua sempre quel gusto di creare delle piste molteplici. Arrivo a credere che certi momenti del Diario postumo, che sembrano sciatti, siano stati deliberatamente lasciati così da Montale. Una caratteristica della raccolta è che talvolta tornano i temi dell'autore come "vaporizzati", come "scaduti". So che Dante Isella, il contestatore più forte e peraltro un critico importantissimo, afferma che in queste poesie vi sono stilemi che appartengono alle poesie di Annalisa Cima, l'ultima figura femminile cara a Montale. Posso arrivare al punto di credere ad una voluta accettazione da parte di Montale di questo influsso; si resterebbe sempre nell'area di "depistaggio".

E poi Antonio Tabucchi. Lo scrittore interviene nella polemica sul Corriere del 24 luglio con un ironico articolo sulla «postumità» letteraria, in cui  gioca sarcasticamente con la categoria della «vedovilità», con complice riferimento al testo in prosa di Montale Le vedove in Farfalla di Dinard; ma già nel 1991, ossia dopo l’uscita della prima plaquette delle poesie postume montaliane pubblicata dalla Fondazione Schlesinger, aveva raccontato in forma di finzione narrativa la sua versione dei fatti. Si tratta del racconto La trota che guizza fra le pietre mi ricorda la tua vita compreso nella raccolta L’angelo nero, esplicito omaggio ed affettuoso ricordo di  «Eugenio Montale, che prima di me si è imbattuto in un angelo con le ali nere». Nel racconto, il cui titolo è già chiaro riferimento ad una poesia di Satura, un vecchio poeta amareggiato e solitario riceve la «visita» di una bella e giovane donna bionda, anche lei poetessa, a cui regala un madrigale buttato giù in pochi minuti, bellissimo secondo il giudizio della donna lusingata dal dono, ma che lui sa essere solo una «brutta parodia»; quindi, dopo la cena a base di trota salmonata bollita preparata dalla governante Rita, le rivolge una singolare richiesta:

Questa è la prima di venti poesie, disse, ne ho programmate venti e le scriverò tutte per lei. Mi ascolti bene, mia cara, io le darò queste venti poesie prima di morire e lei, dopo la mia morte, ne dovrà pubblicare cinque all’anno, per quattro anni: ogni anno convocherà la stampa e renderà pubbliche cinque poesie. Voglio i critici migliori, vicino a lei, e i giornalisti più raffinati, insomma voglio una grossa udienza, poi potrà farne un volumetto, e intanto io sarò morto, è capace di farlo?

Ma prima di aver ricevuto la giovane donna bionda, il poeta, immerso nella sua poltrona in un finto sonno, aveva fantasticamente viaggiato a ritroso nel tempo e nello spazio fino alla Firenze degli anni quaranta per incontrare Lucrezia, l’ispiratrice di allora, a cui racconta l’angoscia e la rabbia senili della sua vita presente:

Mi annoio, disse, mi annoio a sangue. Non esco più, le gambe non mi reggono. Passo il tempo a guardare i visi dei morti sulle pareti, nessuno viene più a trovarmi, solo lei, la biondina. Aspetta aspetta  che ci indovino, disse Lucrezia,  scrive poesie e vuole una prefazione. Forse, disse lui, meditando, non so, ma ha annusato il morto, vuole estorcermi qualcosa prima che tiri le cuoia. (…) Ho capito perfettamente, disse Lucrezia, è una stronza, e con questo? Con questo mi voglio vendicare, disse lui, ecco, è quello che ho pensato. Vendicare di chi?, chiese Lucrezia con interesse. Beh, di me, disse lui, è questa la vendetta più perfetta, ma insieme con me anche degli altri, li voglio comprendere tutti, questi imbecilli.

Il racconto di Tabucchi (ma forse anche altri luoghi della raccolta L’angelo nero) meriterebbe un più dettagliato sondaggio, fitto com’è di allusioni e spie che rimandano alla storia poetica ed umana di Montale, ma quanto detto credo che già autorizzi l’identificazione abbastanza certa del vecchio poeta e della bella giovane poetessa, nonché del «volumetto» composto da poesie postume pubblicate a scaglioni.
Una vendicativa burla a tutto l’universo letterario dunque? Una volontà di beffardo «depistaggio» per i critici «cani da tartufo», e insieme una spietata opera di demolizione di se stesso come monumento poetico ormai sclerotizzato dall’età e incasellato dalle storie letterarie? Secondo questa ipotesi il Diario si inserirebbe nel genere della cosiddetta letteratura dall’oltretomba, o se si preferisce del "colloquio fantastico postumo", stando alla recente teorizzazione di Donatella Boni nel suo saggio Discorsi dell'altro mondo. Certo che la finzione dell’opera proveniente dall’aldilà, sicuramente non nuova e ben conosciuta da Montale come dice Zanzotto, suona di per sé beffarda, ma più che ai celebri esempi di Chateaubriand (le sue Mémoires d'outre-tombe) o di Hugo (dedicatosi allo spiritismo nell'esilio di Jersey dopo la morte della figlia Leopoldine e che nel 1853 ricevette la ʻvisitaʼ di un'entità molto evoluta, Symbole), penserei con Paolo De Caro ad un’influenza più casereccia: il falsatore di persona Gianni Schicchi che, sostituendosi sul letto di morte al cadavere di Buoso Donati, detta un falso testamento in favore di un figlio di questi che era stato diseredato, un fatto di cronaca fiorentina immortalato in una terzina dantesca del trentesimo dell’Inferno e poi nell’omonimo atto unico di Puccini su libretto di Giovacchino Forzano (dove tra l’altro il personaggio è un baritono come il giovane Montale). Non possono non venire in mente, a questo punto, i versi di una poesia del Diario, All’amico editor:

Poi, gli parlai del meglio
che viene tardi a galla,
dei bizzarri escamotages dei poeti.
Forte di ciò che lasciai trapelare,
cercherà di risolvere
l'enigma pluriennale.
E capirà che non fu solo un gioco,
ma si trattò di messaggi
inviati da un suggeritore imparziale.

Il Diario, in sintesi, ha posto i critici (cioè le vedove) davanti a un dilemma che può essere riassunto così, con le parole di Isella: si è davanti ad un caso come quello «della testa di Modigliani modellata dai ragazzi di Livorno che riuscirono a trarre in inganno anche autorevoli critici d'arte», o piuttosto a quello « del De Chirico metafisico che a distanza di anni rifà se stesso, creando dei veri e propri falsi d'autore»? Il Diario è «un De Chirico che ripete se stesso, o l’opera di un artefice che costruisce testi suoi propri usando in parte, più o meno abilmente, materiali d'autore»? Il termine ʻapocrifoʼ significa sia falso che nascosto: il  Diario è un falso della Cima o un apocrifo dello stesso Montale? Alcuni critici, diciamo il fronte Isella-Raboni-Romano-Mengaldo, si schierarono a favore della prima opzione, altri, la linea Corti-Bettarini-Zanzotto-Tabucchi, della seconda. Cesare Cavalleri, in un articolo del 1998 sulla «Revue des Études italiennes» dell’Università Paris-Sorbonne, sosteneva che, dopo la pubblicazione nel dicembre 1997 della Concordanza del “Diario postumo” di Eugenio Montale, a cura di Giuseppe Savoca, e, nel marzo 1998, degli Atti del seminario sul “Diario postumo” di Eugenio Montale, «la bilancia pende decisamente dalla parte dell’autenticità» del Diario: fatto sta che la casa editrice Mondadori non l’ha incluso nel suo meridiano curato da Giorgio Zampa dedicato a tutte le poesie di Montale e che la “voce” di Wikipedia ad esso relativa è stata bloccata al 2008 per «controversia filologica in corso». La parola definitiva sulla questione non potrà probabilmente essere detta, per l’ovvio motivo che l’unico che la sa se la ride nell’aldilà, ma concordo con Cavalleri nel ritenere che «L’avversione di alcuni al Diario postumo, probabilmente, va messa in relazione con la pigrizia di voler ridiscutere l’intera figura di Montale, alla luce di questa sua ultima ispiratrice, accanto e dopo le determinanti Clizia, Mosca, Volpe, nella variegata compagnia delle muse di Montale» (sulla Cima quale ultima e riassuntiva visiting angel si veda anche sopra il mio articolo Il Diario postumo di Montale: ancora Clizia).

L’ultimissimo Montale, come ci viene descritto da Maria Corti e Rosanna Bettarini, è un lettore appassionato dei Soliloquia di S.Agostino ed in particolare del secondo libro, quello in cui il santo filosofo riflette sul rapporto vero/falso. Il Diario postumo si colloca su questo discrimine: se è un enigma lo è molto probabilmente per volontà dell’autore che, insieme alla sfida beffarda, ha forse lasciato in eredità anche tracce ed indizi per la soluzione.
Alessandro Lepri





Storia redazionale. . La genesi del libro è nota: nel 1979  il poeta consegnò al notaio, in lascito testamentario alla sua esecutrice Annalisa Cima, dieci buste numerate da I a X di sua mano contenenti ciascuna sei poesie, un undicesimo plico più grande e non numerato con dentro ancora una busta di sei e altri diciotto componimenti sciolti: per un totale di 84 poesie. Per volontà di Montale le 66 poesie delle buste dovevano essere rese pubbliche di anno in anno, per undici anni quindi, dopo la sua morte, avvenuta poi il 12 settembre 1981. Pubblicate a partire dal 1986 a cura della Fondazione Schlesinger, nel gennaio del 1991 le prime trenta poesie sono state raccolte in libro, con il titolo Diario postumo, nella collana mondadoriana Lo Specchio. Nel 1996 è infine uscita, sempre per Mondadori, la contesissima edizione definitiva di tutti gli 84 componimenti, Diario postumo. 66 poesie e altre, con apparato critico curato da Rosanna Bettarini, presentazione di Annalisa Cima e 
prefazione di Angelo Marchese. L’edizione presenta le poesie senza alcuna divisione interna, conservando l’ordine della successione delle undici buste più le 18 poesie incluse nel bustone: le date di composizione dei testi coprono il decennio tra il 1969 e il 1979. 

Ancora una donna. Forse è stato proprio Montale il primo a consigliare la lettura delle sue singole poesie e raccolte alla luce dell’intera opera: il tutto contribuisce a conferire senso alle parti che lo compongono e a sua volta ne è illuminato. Il diritto del Diario postumo, però, di far parte di questo tutto, ossia dell’opera omnia montaliana, è stato aspramente contestato da alcuni importanti critici, su tutti Dante Isella (per una ricostruzione della querelle sull’autenticità del Diario si veda qui sotto il mio articolo Il Diario postumo: l’ultima beffa di Montale?). Nonostante la consapevolezza che la verità definitiva sulla questione non si avrà forse mai, sono propenso a credere, come Angelo Marchese nella Prefazione, che questo diario postumo non sia tardiva e pleonastica (tanto meno truffaldina) appendice, ma tassello importante della configurazione totale, voce a pieno titolo integrata nel coro dell’intera produzione, con cui instaura un dialogo (secondo la ben conosciuta modalità dell’autocitazione, messa in risalto anche da Giuseppe Savoca nella sua Concordanza del “Diario postumo” di Eugenio Montale del 1997 ) che ne rischiarano i significati.

Nel breve spazio di questo articolo cercherò di fornire un piccolo facile esempio di tale intertestualità, facendo reagire il Montale postumo con quello giovane.
Nelle Note redatte dalla Bettarini a conclusione dell’edizione del 1996 si legge:

Nel Diario postumo il “tu” montaliano è sempre rivolto all’interlocutrice Annalisa Cima, alla quale è dedicata l’intera raccolta di poesie; in una lettera testamentaria del poeta si legge: «…di queste poesie sei l’ispiratrice e l’interlocutrice: epifania che congloba le precedenti  apparizioni…».
Anima viva, imperatrice, Agile messaggero, Agrodolce, estintore, aerea figura, guerriero, minuscolo smarrito adolescente, Emily, natura divina, animatrice di parole, Saffo, gabbiano reale, voce di salvazione, figlia della luce, Cerbiatta, leone, paradisea reale, sono epiteti che Montale usa per definire l’interlocutrice, erede e curatrice di queste poesie.

Sapendo da che guerra era appena uscita vincitrice, non stupisce che la Bettarini, già emerita curatrice con Gianfranco Contini dell’Opera in versi einaudiana e scelta dalla Cima anche per questa curatela, rivendichi puntigliosamente il rispetto delle estreme volontà di Montale. Inoltre, aggiungendo alla preziosa testimonianza epistolare del poeta il dettagliato elenco degli epiteti con cui Annalisa è chiamata nel libro, offre indicazioni di lettura e interpretazione dei testi, riproponendo all’attenzione della critica la questione già abbondantemente studiata delle “donne di Montale”.
Lorenzo Greco, in un articolo sulla rivista Il Ponte del 1975, commentando una lettera a Guarnieri del 29 aprile 1964 in cui Montale dà qualche informazione sulle sue donne, scriveva:

Nella lettera del 29 aprile '64, Montale traccia in grandi linee una mappa orientativa delle varie figure femminili cui s'è venuto rivolgendo nelle poesie, contrassegnandole con numeri progressivi. La donna n. 1, l'unica cui Montale riconosca un nome, è Clizia.  Dice Montale che compare nei mottetti, anche se « sarà chiamata Clizia in seguito »; e ancora in Nuove Stanze, Primavera hitleriana, Piccolo testamento, Palio, L'orto, e «più o meno in tutte le Sylvae (nonché in Iride) ». Dei mottetti però Montale esclude i primi  tre, in cui compare la donna n. 2: «una peruviana, di origine, e abitava a Genova »; inoltre « la donna di Punta del Mesco è la stessa  dei primi tre mottetti. Perciò la citazione spagnola (tratta dalla sua lingua) ». (E sembra proprio che Montale scambi Sotto la pioggia  con Punta del Mesco). La donna n. 3 è presente negli Ossi: Montale sottolinea  in  particolare In limine, Casa sul mare, Crisalide. Inoltre, fa sapere che in Incontro e Casa dei doganieri  è presente la stessa donna, la n. 4: e nei suoi confronti troviamo questa laconica annotazione: «Morì giovane, non ci fu nulla tra noi ». Infine, dichiara che nella « Bufera sarà presente anche la donna n. 5,  ma ne parleremo in seguito perché è solo il contraltare di Clizia ed  è meno importante ». Il tratto d'unione fra Incontro e Casa dei doganieri, pur sorprendente nella sua puntualità, non stupirà i lettori più avvertiti: le due poesie sono fittamente intessute delle tematiche fondamentali che maturano il passaggio dagli Ossi alle Occasioni. L'accostamento  è oltretutto confermato da una pagina del Diario del 71 e del '72: « Anche i luoghi (la rupe dei doganieri, / la foce del Bisagno dove ti trasformasti in Dafne) / non avevano senso senza di te» (Annetta, vv. 6-8).

Nel 1977 Mario Martelli, nell’illuminante saggio Il rovescio della poesia edito da Longanesi, rilevava le molteplici incongruenze nelle indicazioni di Montale e, dopo accurato confronto dei testi, giungeva alla conclusione inoppugnabile che le donne di Montale «sono tante ma l’impressione è di essere di fronte a un solo personaggio mutevole che, pur restando sempre lo stesso, prende ogni volta le forme più impensate». Le varie Annetta, Hannah Khan, Giovanna, donna Juanita e via dicendo non sono altro che figure molteplici della stessa donna-angelo di stilnovistica memoria: identità del personaggio nel mutarsi dei modi d’apparizione. La casualità delle loro visite e del loro manifestarsi, l’involontarietà delle epifanie accompagnate dall’oscurità dei messaggi sono gli attributi che fanno di queste donne un vero e proprio visiting angel che, come la Beatrice dantesca, dischiude per un attimo il varco, la «maglia che non tiene» del mondo sensibile per rivelare al poeta l’esistenza di una realtà metafisica più vera oltre l’inganno della consueta vita umana.  Questa donna, come un’arcana deità, quando s’incarna, ossia si cala in un’occasione, persona o oggetto che sia, è lampo che abbaglia per poi spegnersi, ma capace di scorgere la vita che dà barlumi: allegoria quindi della Ragione ordinatrice che conferisce senso al reale, ma anche della Poesia, gratuita e imprevedibile visitazione divina, che ha l’attitudine a ordinare razionalmente il creato e che, ordinandolo, conosce il caos dell’empiria. 
Dunque Annalisa Cima, pittrice e poetessa milanese, legata a Montale fin dal 1968 da una grande amicizia basata su una profonda stima reciproca, è per testimonianza autoriale («epifania che congloba le precedenti apparizioni») l’ultima reincarnazione di Clizia e va ad aggiungersi al pantheon delle visiting angels al femminile: un’altra donna, casualmente, il cui nome composto da Anna (dall’ebraico Hannah, cioè "grazia") dovette sembrare a Montale fin dal primo incontro l’annuncio di un destino.
Ovvviamente anche Angelo Marchese nella prefazione del libro segnala che alla musa di Diario postumo sono conferiti ( particolarmente in Mattinata e Foce, entrambe del 1969) «attributi spirituali e angelicali della donna donatrice di "gaiezza"» sottolineando, tra l’altro, che molte delle poesie dedicate all’amica poetessa «si potrebbero definire di lode» e che «gli epiteti dominanti in questi testi appartengono al campo semantico della luce, particolarmente significativo in Montale (basti pensare al ciclo di Clizia-Iride)».
La poesia Mattinata, che insieme a La foce fu la prima delle 84 ad essere dedicata e donata ad Annalisa, merita attenzione più approfondita come esempio dell’intertestualità che lega la produzione poetica del Montale postumo all’intero corpus della sua opera. La poesia si sviluppa in due strofe, ma qui sarà sufficiente limitarsi ad uno scandaglio puntuale solo della prima:


Sulla porta si profila
un'aerea figura.
Eccoti col girasole
delle tue aureole.
Né alcuna presenza potrà
turbare questa gaiezza
che ci riproponi.


La poesia inizia con la consueta epifania della donna, concreta anche se in qualche modo sfocata, e infatti il verbo “profilare” indica il tracciare la linea di contorno di qualcosa, il delinearlo nei tratti essenziali; nello stesso tempo, però, come intransitivo pronominale ha il significato di stagliarsi, spiccare contro uno sfondo e in tal senso Montale lo aveva già usato per esempio nelle Occasioni in Altro effetto di lunaLa trama del carrubo che si profila /nuda contro l'azzurro sonnolento»), tra l’altro anche lì in apertura di lirica e in un contesto simile d’improvviso disvelamento di un’altra realtà. Ad accentuare l’immaterialità e la lontananza della figura femminile contribuisce l’aggettivo «aerea», anch’esso attestato nelle Occasioni in Barche sulla Marna dove è il sogno metafisico di un mondo perfetto, fondato sul mito holderliniano del Grande Giorno, ad essere definito «aereo e inaccessibile». Il v.3 si apre con la solenne interiezione ecco di ascendenza giovanneo-nicciana, unita qui a particella pronominale in posizione enclitica, che sottolinea l’improvvisa apparizione numinosa della figura femminile: incipit di verso anche in questo caso non nuovo per Montale, basti ricordare «eccoti fuor dal buio / che ti teneva, padre, erto ai barbagli» di Voce giunta con le folaghe della Bufera. La formula dell’annuncio ricorre anche in un’altra lirica del Diario, che inizia «Agile messaggero eccoti / tendo esitante la lettera per / Adelheit»: chi sia l’agile messaggera lo sappiamo, è Annalisa, interessante qui è il riferimento ad Adelheit, ossia la figura femminile più importante della raccolta Diario del '71 e del '72, la donna chiamata Diamantina nell’omonima poesia (nella realtà Adelaide Bellingardi, conosciuta da Montale a Roma, commessa in una gioielleria), che incarna uno dei temi più importanti del Diario, quello della perfezione di una vita intesa come pura sussistenza biologica, inconsapevole e non filosofica, secondo l’idea che «essere vivi e basta non è impresa da poco» e che quindi la vita può avere un senso pur nella sua inafferrabilità (per Contini questa è la novità  più importante del Diario del '71 e del '72). Nella poesia del Diario postumo l’agile messaggera Annalisa è invitata dal poeta a correre dall’«arcana deità» Adelheit e a tornare poi «dall’esausto genearca / con un ricordo lieto. Un gesto che / regali l’eliso»: è l’investitura ufficiale di Annalisa tra gli «iddii».
Tornando a Mattinata, la donna aureolata di girasole è immagine esplicita, in cui il fiore che cambia inclinazione durante il giorno secondo lo spostamento del sole nel cielo è senhal  inequivocabile di Clizia, la fanciulla del mito trasformatasi appunto in girasole, ma anche la donna n.1 di Montale, l’americana Irma Brandeis, quella cui sono dedicati, come sappiamo, i Mottetti (ma si ricordi anche l’Osso «Portami il girasole ch'io lo trapianti /
nel mio terreno bruciato dal salino»). Se il girasole rimanda a Clizia, le aureole sembrano essere quelle della protagonista della lirica di Satura L’angelo nero: «o angelo nero disvélati / ma non uccidermi col tuo fulgore,/ non dissipare la nebbia che ti aureola»: l’angelo nero di Satura (ma già presente nella Bufera almeno in La trota nera e Di un natale metropolitano) non è chiaramente Clizia, bensì una certa Miss Honey, ricciuta cuoca di colore nativa di Manchester; ugualmente la «gaiezza» che l’Agrodolce ripropone agli umani riecheggia l’Esterina di Falsetto negli OssiHai ben ragione tu! Non turbare / di ubbie il sorridente presente./ La tua gaiezza impegna già il futuro / ed un crollar di spalle / dirocca i fortilizî / del tuo domani oscuro.»), quell’Esterina simbolo della vita che si realizza, della vita non coartata dall'angoscia, non "strozzata" dalla riflessione che paralizza: creatura che attinge una divina, pagana felicità nell'immedesimazione stessa con la natura, nell'adesione totale e irriflessa alla vita e alla realtà (una Adelheit ventenne più sbarazzina). Così Annalisa, non di colore ma sicuramente dotata di folti capelli ricci e di temperamento gaio almeno da giovane, sembra proprio partecipare della natura di Clizia, di Adelheit, di Miss Honey, di Esterina, insomma di essere anche lei  diventata nell’estrema produzione poetica montaliana «un solo personaggio mutevole che, pur restando sempre lo stesso, prende ogni volta le forme più impensate», proprio come tutte le altre donne-angelo disseminate nella sua opera.

Il Montale postumo è sempre se stesso e dall’aldilà sembra dipanare un filo di continuità con il prima, un filo fatto di memoria che salda il cerchio di una vita con l’oltre, un filo di presenze che lega Ossi di seppia al Diario postumo. Nella prefazione Marchese evidenzia questa continuità specialmente con l’ultima stagione poetica di Montale: nello stile, «colloquiale o diaristico, nelle tematiche, le problematiche filosofico-esistenziali del tempo, la vita, la morte, il destino enigmatico dell’uomo. Ne rileva però anche le novità, più in generale a livello d’atmosfera, vista «l’insolita cordialità» e la «disponibilità a rivelare affetti desideri sogni», più in specifico a livello tematico con la comparsa, tra gli altri, del tema della paternità e dell’amicizia quale conforto nell’accettazione del dolore (ben 15 componimenti sono infatti degli arguti e pregnanti ritratti di cari amici, da Segre a Zanzotto, dalla Bulgheroni allo stesso Marchese, da Rebay a Starobinski).

Forse le novità di quest’ultima raccolta poetica sono anche altre e chissà che non debbano essere ricercate proprio nella sottile linea di confine tra vero e falso, nell’interesse del vecchio Montale per l’apocrifìa in relazione al mondo e all’arte, ma certamente uno dei significati del Diario postumo è nel «desiderio di eternità, di un futuro da opporre all’approssimarsi della morte», come dice nell’introduzione Annalisa Cima, l’ultima sua Clizia, fornendo una sua forse parziale spiegazione dell’«enigma» lasciatole in dono dall’amico.

Alessandro Lepri


Diario postumo è l'ottava e ultima raccolta di poesie di Eugenio Montale. Si tratta di una raccolta di 66 poesie, tutte firmate e molte delle quali dedicate all'amica Annalisa Cima, che in parte le ispirò anche.
Montale scrisse le poesie tra il 1969 ed il 1979, con l'intenzione di creare una sorta di "testamento artistico". Raggiunto infatti il numero di 66 composizioni, il poeta suddivise le liriche in 11 buste, disponendo che le stesse venissero pubblicate a gruppi di sei ogni anno a partire da cinque anni dopo la sua morte, avvenuta il 12 settembre 1981.
Nel 1986 la Fondazione Schlesinger, di cui Montale era stato presidente ad honorem, si occupò di provvedere alla pubblicazione delle prime sei, alle quali vennero aggiunte altre 18 composizioni inedite trovate casualmente dalla stessa Annalisa Cima.
La pubblicazione dell'intera raccolta (le 66 poesie contenute nelle buste più le altre 18 trovate casualmente) venne infine pubblicata da Mondadori nel 1996, in occasione del centenario della nascita del poeta.
Da Wikipedia

  Il Diario postumo di Montale: ancora Clizia
di Alessandro Lepri
Eugenio Montale
7 sett 2011
Dal sito di Annalisa Cima
Esempio 1

  Il Diario postumo : l’ultima beffa di Montale?
di Alessandro Lepri
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