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Giorgio Morale - Paulu Piulu
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Un presidente a cui danno tutte le presidenze, un Centro di volontariato che fa i soldi con gli sfigati, amministratori democraticamente eletti che in ufficio fanno le parole crociate, mentre negli aperitivi si rincorre l'invocazione "Borsa! Borsa!". Sullo sfondo una Milano non più da bere, con il suo carico di umanità sconosciuta e con gli intrecci tra le stanze della politica e una compagnia che ha sbaragliato la concorrenza nel campo dell'assistenza. In primo piano due madri, una albanese e una italiana; una figlia che viene uccisa e un figlio che nasce.
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Ci vuole coraggio a squarciare il velo blindato di ipocrisia che ammanta il mondo del volontariato e della beneficenza. In pochi osano incamminarsi nel campo minato della sua cruda analisi. Giorgio Morale ha questo coraggio e lo dimostra in Lombardia, dove una "compagnia" occupa questi larghi spazi. Dentro c'è di tutto: da chi lo fa con autentico disinteresse e con spirito di servizio a chi, invece, cerca di trarne profitto in termini di visibilità o di bieco malaffare. La denuncia è accompagnata da due storie in parallelo, di due madri con un diverso destino. Da apprezzare alcuni passi dove l'autore si sforza di andare oltre ai logori e "politically correct" clichès che considerano tutta "brava gente" gli immigrati e di evidenziare alcuni abissi culturali che ci differenziano da essi.

Claudio S. (19-03-2009) (Lettore IBS)
Giorgio Morale -  Acasadidio -    Manni Editore 2008


Quando le “narrazioni” puntano, in una sorta di rinuncia, la prua verso l’oceano aperto della storia universale, delle storie personali chi si occuperà? Ci sembra un aut aut schizofrenico, ma è anche vero che le storie personali sembrano scomparse dall’orizzonte. E se una persona non ha una “storia”, che ne sarà di lei? E se le persone sono smarrite, che ne sarà dell’umanità? Questi gli interrogativi che Giorgio Morale si pone passando ai remi della scrittura. Siamo di fronte a un’assenza generale, a una generale stanchezza, al disincanto rinunciatario, all’insignificanza, e come parlarne, dunque? Morale innanzi tutto accetta il compito, in apparenza  non gratificante, di una scrittura asciutta, descrittiva, annotatrice, parallela alle vicende. Si accompagna alla piattezza della vita dei suoi personaggi, al loro intrecciarsi inutile, poiché ognuno di essi è un’isola. Narrare rattenendo la passione. Nessun racconto di grandi sentimenti, di colpi di scena, di sorprese esistenziali. Siamo in un centro di assistenza per immigrati, in cui gli assistenti sono emigrati da se stessi. Di fronte ai drammi della umanità, sono alle prese con le piccole gelosie, le piccole decisioni, i piccoli orizzonti, il non piccolo cinismo di un Presidente, tutti sintomi della grande rinuncia e della disperanza. E le frustrazioni anche in un lavoro che, in teoria, dovrebbe essere molto gratificante, quello cioè di assistere ai bisognosi e, oltre tutto, fonte del proprio sostentamento. “Le tue relazioni pubbliche non servono – dice il Presidente – sono un lusso che non possiamo permetterci”. Se a Casadidio significa lontano, qui i protagonisti sono lontani da tutto, immersi in un piccolo mondo senza vere prospettive. E l’autore segue pazientemente i suoi personaggi, li fa operare, parlare, discutere fino alla domanda cruciale: “È questo il mio lavoro? Vivo per questo? Per questo sono nata?”. Sapienza del poco, del niente, insipienza del quotidiano, del mondo?  Così l’umanità s’arrabatta, povera umanità in ciabatta. La realtà senza guida è acefala. La realtà acefala è ferma alla pagina delle astine. Così la scelta di Giorgio Morale va a un mondo in ciabatte, ma a disagio, sofferente per la mancanza di realizzazione e la scrittura lo accompagna con discrezione e sapienza poiché riesce a far risaltare il non detto, che è sempre una impresa non facile. Similmente all’operazione che fece a suo tempo De Amicis con l’irrompere della minuta quotidianità nella scrittura, così Morale sceglie i minuti e contraddittori orizzonti del terzo millennio, in un globo in ebollizione che genera cuori malinconici e rinunciatari. Pur senza nessuna denuncia, il libro arriva a evidenziare, come dicevo, con un’appropriata scrittura del non detto, la necessità di prendere coscienza di quanto succede e ci succede. Solo da qui può partire il riaggancio al senso che sempre provoca una riduzione della sofferenza e assegna comunque qualche ruolo più onorevole e gratificante.
                                                                                                                       Beno Fignon
 






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Esempio 1
dal 28  maggio 2010