Il sogno di mia madre , Alice Munro Ordina da iBS Italia

Alice Munro - Il sogno di mia madre - Einaudi 2004

Il primo racconto si intitola “ Una donna di cuore” e, da esso, si apprende quanto sia esiguo il confine tra due pratiche di somma virtù, quella della filantropia e quella dell’omicidio perfetto. Il secondo racconto “Giacarta” è, invece, la storia di una sparizione che non consente spiegazioni, nè plausibili nè fantasiose.  Il terzo racconto ”Cortes Island” narra quale possa essere la fascinazione che emana un vecchio malato : “ quando andavo in bagno dopo di lui, mi sembrava di entrare nella tana di una bestia malata, ma ancora poderosa”.  Il quarto “salvate il mietitore” sta tutto nel titolo.  Il quinto”le bambine restano” è una novella sulla impossibilità della seike: 'http://www.lafrusta.net', e e viltà familistiche.  Il sesto “Prima che tutto cambi” è la lettera di una che fa la mammana, malgré soi.
L’ultimo”il sogno di mia madre’ spiega quanto parte della nostra quotidianità sia plasmata dalla violenza ottativa dei sogni.

Di primo acchito, i libri più belli sono quelli che, una volta chiusi, hanno la stessa levigata perfezione di certi oggetti, nitidamente modellati e composti ; a breve periodo, però,quella armonicità così ben temperata risulta scipita e insulsa.  Altri invece, da subito, ci straniano perché, in quelle pagine, ci imbattiamo in storie che stupiscono per l’asprezza e ‘scandalosità’ delle storie narrate, per la dissonanza acida del tono, per la materialità prepotente che connota suoni, odori, caratteri e fisionomie, spesso sgradevoli e disdicevoli. Quel deus ex machina irriverente, che è lo scrittore, brucia esistenze intere trattandole alla stessa stregua di dettagli poco rilevanti, ingigantisce e riduce a seconda del suo estro bizzoso e sadico; egli gode a farci ‘spiare’ quelle vite in una posa, quanto si vuole, sconveniente, ma efficace, quella di chi si trova a scrutare dal buco della serratura. Alla fine della lettura, a libro chiuso, si prova ‘un po’ di febbre’ perchè avvolti da un alone di inesplicabilità e di enigmaticità insolubili, che l’autore, perfidamente, ci consegna, sapendo che esso perdurerà assai a lungo.
Eppure, se dovessimo confinare queste mirabilia della Munro all’interno di un genere narrativo dovremo parlare, a ragion veduta, del genere letterario più ‘rassicurante’ possibile, ovvero il ‘realismo’, confortati, in questo, dal lusinghiero e condivisibile giudizio della Byatt, che pone la scrittrice canadese a fianco di Cechov, di Maupassant e del Flaubert dei ‘tre racconti’. Ma qui il realismo non è mai assuefazione documentaristica o refertazione oggettiva, ma semmai volontaria e strategica incomprensione del fenomeno: la Munro assomiglia a chi, cercando di focalizzare il meglio possibile la propria vista su di un certo oggetto, avvicina ad esso così tanto la lente da non ottenere più chiarezza e nitore, ma caos visivo e frammentazione pulviscolare: il paradosso del ‘più si è vicini, più si è ciechi’. Ed è facile immaginare il godimento perfido di chi costruisce questa ‘trappola’ narrativa che gioca ad illudere e deludere, ad libitum, nello spazio di una riga, di una pagina, di un racconto. La precisa collocazione temporale, la cristallina definizione dello spazio, l’eclisse dell’autore, l’utilizzo di uno stile freddamente denotativo  e poi, alla fine, la sensazione di essere stati depistati, il trionfo dell’inesplicato e dell’ineffabile.  Viene in mente Manganelli quando affermava che la letteratura era tout court fantastica e che quella cosiddetta ‘realista’ era solo equivoco balzano, invenzione bislacca di scoliasti malsanamente pedagogici.

Il movimento inconsulto e goffo che viene compiuto da tanti personaggi della Munro è caratterizzato dall’ardita ricerca di un senso, dal tentativo, vano e persino delirante, di trovare un rassicurante ubi consistam, sapendo che tale esito non (ci) è concesso: il passato, quasi sempre nella forma di una incidentalità che non può essere rimossa, sconvolge tutta l’opera di chi, pazientemente, tenta di incollare i cocci, di mettere insieme i tasselli di un intarsio destinato, comunque, ad implodere: ‘ la bussola corre impazzita ed il calcolo dei dadi più non torna.’ (Montale).
Alla incombenza deflagratrice del passato ( ‘ripensarci ora era come sfiorare con la lingua un dente cariato’ - per questa frase dò tutta l’opera omnia di Aldo Nove  ) va aggiunta l’apparizione del tremendum, dell’inaudito, quello che travolge l’esistenza dei personaggi , che non concede vie di fuga, che muta, in maniera irreversibile, la direzione di tanti destini che sembravano quietamente segnati. Che sia, come vuole il Rilke della prima duinese, il bello quale principio del terribile o altro, tutto ciò che appariva sedimentato è sconvolto da una scena, da un odore, da una battuta, da un ricordo, che ne annulla ogni illusione di permanenza, impedendo a priori ogni possibilità di equilibrio e di ricomposizione.

C’è, sia pure camuffato da un aristocratico noli me tangere della Munro, emunctae naris per non essere contagiata dalla sgradevolezza dei suoi personaggi , una disposizione sottilmente gnomica nella trama sapiente, lenta e velocissima, del suo narrare storie, un’ attitudine beffardamente sentenziosa nell’ammonirci che le cose non sono mai quello che sembrano, che le persone conservano su sè misteri ed insondabilità spesso irraggiungibili, che tutto può mutare, per una frase detta od uno sguardo più intenso del solito. 

Le verità che la Munro scomoda sono comunque sempre lancinanti e rivelatorie: per esempio, quella cosa che non ci siamo mai detti, che i corpi malati provano un odio invincibile per i sani: oppure il morituro che, approfittando della prossima ‘extraterritorialità’, si concede rivalse e compie gesti che, fino a quel momento, aveva represso in nome della falsa e ipocrita ragionevolezza che simuliamo per tutto il corso della nostra vita.  Fino ad arrivare allo scandalo degli scandali, quello più intollerabile: il morituro che, in prossimità della morte, non muore. Anche i sogni - e sono tanti  nel romanzo - sono terribili e sconvolgenti, ingenerano vergogna e disgusto, orrore per ciò che si è osato sognare.eppure, somma perfidia, questi sogni sgradevolissimi e deprimenti ingenerano soddisfazione, suscitano compiacimenti e abbandoni languidi, estasi lente e voluttuose.
Linnio Accorroni


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Esempio 1
Alice Munro
"Ogni vita e ogni grande opera letteraria - sostiene Antonia Byatt contengono elementi del probabile e insieme fratture e disastri. L'interesse di Alice Munro è da sempre rivolto sia al tessuto della normalità sia al colpo di forbici che lo taglia di netto. In questi racconti continua a vedere e registrare la quotidianità terrestre. Ma sembra guardare oltre. Le vite umane amorosamente raccontate vanno e vengono a lampi, interrotte dal disastro. Sono storie di morti violente, di nascite altrettanto violente e di un solo, terrorizzante, commovente aborto descritto con precisione". Un'autrice che possiede la sovrumana capacità di squarciare con la scrittura l'apparenza delle vite ordinarie, rivelandone i risvolti straordinari e oscuri.

Nemico, amico, amante... , Alice Munro Ordina da iBS Italia

In questa raccolta la Munro conferma le sue qualità narrandoci una manciata di esistenze dove avvenimenti inattesi o particolari dimenticati modificano il corso delle cose. Una cameriera dai capelli rossi, nuova arrivata in una vecchia dimora, viene per caso coinvolta nello scherzo di una ragazzina. Una studentessa universitaria si reca per la prima volta in visita a un'anziana zia e, riconoscendo un mobile di famiglia, scopre un segreto di cui non era a conoscenza. Una paziente giovane e in fin di vita trova un'inaspettata speranza di proiettarsi nel futuro. Una donna ricorda un amore brevissimo e che tuttavia ha modificato per sempre il suo vivere.

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