John Ray Junior, estensore del preambolo al manoscritto del defunto professor Humbert Humbert, scrive nella sua prefazione:
“... il termine ‘offensivo’ é non di rado soltanto sinonimo di ‘inconsueto’; una grande opera d’arte, inutile dirlo, é sempre originale e pertanto, per la sua stessa natura, dovrebbe costituire una sorpresa più o meno scandalosa.”
John Ray Junior altri non é se non Vladimir Nabokov in persona che, per mezzo di questa maschera, può anticipare al lettore la “scandalosità” del tema del libro: il tema, innominato per tutto il romanzo, é la pedofilia. Parlare di pedofilia nel 1955, anno in cui Lolita fu pubblicato, sembrava l’ultimo tabù rimasto alla letteratura dopo i terremoti causati da Henry Miller qualche anno prima. E molto probabilmente il tabù sarebbe rimasto tale se Miller, anziché Nabokov, avesse scritto Lolita. E invece non v’é, in alcuna delle 450 pagine circa, una sola volgarità, una “parolaccia” per intenderci, nè una scena di sesso esplicitamente descritta. La Lolita di Nabokov sfugge, trasla, trascende ogni tipo di volgarità da letteratura erotica: é, invece, uno splendido esempio di romanzo d’amore (al più alto livello d’astrazione, s’intende).
Il professor Humbert Humbert, in vista di un processo per omicidio per il quale é stato arrestato, scrive le sue memorie per salvarsi, prima che la vita, l’anima. Da “coscienziosissimo cronista” quale si propone di essere riporta i fatti che lo portarono, tra il 1947 e il 1949, a stringere una relazione con una “ninfetta” di nome Dolores Haze, dodicenne, e viaggiare insieme a lei in lungo e in largo per gli Stati Uniti, punteggiando il percorso con più di quattrocento tappe tra alberghi, motel e rifugi per camionisti..
Sebbene John Ray Junior scriva, nella sua prefazione, che Humbert é un “un essere orribile, abietto, un luminoso esempio di lebbra morale”, in verità il personaggio di Humbert Humbert non si avvicina neppure al prototipo del maniaco; ciò che lo spinge verso le ragazzine é sì una perversità, ma una perversità frenata e ostacolata dallo stesso personaggio in tutti i modi, una pervesità che affonda le radici nella prima adolescenza del professore, segnata dalla morte precoce del primo amore inappagato, la arhetipica Annabelle; é un meccanismo di attrazione-repulsione che si attiva ogni volta che adocchia un “piccolo demone” tra la massa di bambini, un meccanismo che lo lacera, che blocca il suo inconscio volere con un cosciente, anche se labile, non-potere: Humbert Humbert é, in sostanza, la vera vittima del racconto.
Lolita, Dolores Haze all’anagrafe, é, paradassolmente, la carnefice, la terribile corruttrice. E’ lei a muovere i fili del debole Humbert Humbert, é lei a spingerlo a compiere le azioni più scriteriate, a compromettere il suo lavoro, la sua reputazione, la sua vita, a spingerlo giù nel baratro della follia e della disperazione. Tuttavia Lolita non ha che dodici anni. Non é certo possibile imputarle pienamente tutte le colpe sopra descritte: i suoi capricci, i ghiribizzi, gli scatti d’umore, le mattane sono tutte naturali manifestazioni della prepuberalità; l’appetito sessuale e le precocissime esperienze sono dettate da un’insaziabile volontà di vita, un moto incontrollabile che neppure il premuroso Humbert saprà placare. Lolita é, a suo modo, un’innocente, così come a suo modo lo é Humbert Humbert: la rovina, a cui i due vanno incontro una volta separati, é già inscritta nel loro destino prima ancora di conoscersi.
La storia di Lolita e di Humbert ha vigorose radici nel territorio americano che, lungi dall’essere “sullo sfondo” o “di cornice”, assume le fattezze di un terzo protagonista: dalla Nuova Inghilterra, terra natìa di Lolita, la vicenda si dipana lungo autostrade e strade secondarie (quelle che William Least-Heat Moon, decenni più avanti, battezzerà “Strade blu”) per quasi cinquantamila chilometri (Humbert calcola che nell’anno 1947-1948 i chilometri percorsi furono in totale 43.000). Il paesaggio americano sfila tra i finestrini dell’automobile, o viene sfruttato per delle sfrontate acrobazie erotiche, o viene indagato con occhio analitico, di gran lunga il preferito da Nabokov-Humbert (l’analogia é autorizzata per pochi selezionatissimi aspetti), ma in ogni caso é sempre, inesorabilmente presente tra le pieghe di ogni pagina. E poco importa se non ha troppe somiglianze con il vero mondo americano, se é, al pari del mondo tedesco de Il dono , un “mondo esattamente fantastico e personale” al pari di tutti gli altri, come Nabokov stesso ammette nella postfazione; la sua presenza é assidua e inestricabile dalla vicenda dei due amanti. Questo ha indotto alcuni critici a defiire Lolita come “la vecchia Europa che corrompe la giovane America” o viceversa, identificando il professor Humbert (francese) con l’Europa e Lolita con l’America: un errore di sovrainterpretazione non autorizzato dal testo né tantomeno dall’autore, dichiaratamente ostile ai simboli e alle allegorie, in particolar modo quelle psicoanalitiche e sociologiche.
Il contraltare dell’allegoria, della generalizzazione é per antonomasia il dettaglio, il particolare che sfugge all’occhio vago. Lolita é intessuto, narrato, puntellato sui dettagli: dettagli anatomici, tropismi infinitesimali, sensazioni (vivi)sezionate, scomposte e ricomposte in ogni atomo, ricorrenze numeriche o lessicali che aprono la via a una rete di inferenze, etc... Un intero capitolo il ventesimo della seconda parte, é dedicato allo stile tennistico di Lolita. In sostanza, se da una parte Nabokov semina dettagli a profusione, dall’altra questo gioco non conduce a una saturazione del testo, a una ridondanza che appensantisce il testo, bensì ottiene l’effetto opposto: il lettore é invitato a ricostruire, sulla base di questi particolari, l’intero sistema di rimandi intratestuali che l’autore ha teso al lettore, in un gioco che raggiunge il suo culmine, la sua realizzazione ideale proprio nelle ultime pagine.
Dunque Lolita é imperniato su rimandi intratestuali che rendono la lettura (ad un secondo piano) un gioco; come se ciò non bastasse ad alimentare una trama inconsueta, Nabokov proietta il romanzo su un ulteriore piano di lettura, quello intertestuale: appaiono aggettivi come “dostoevskiano”, “flaubertiano”, “chauteubriandesco”, vengono citati e paragonati personaggi di opere letterarie, giudicati pittori, chiamate in causa avanguardie. Infine il gioco della lettura si arricchisce di un gran numero di calembour, allitterazioni, ripetizioni musicali (godibili però solo in lingua inglese, l’originale).
Lo stile di Nabokov, altamente lirico ed evocativo, é in verità un miscuglio ammirevole e ben dosato degli stili più disparati: all’interno dello stesso periodo possiamo infatti ritrovare la lingua colta di Humbert Humbert, il gergo di Lolita e lo stile didascalico delle guide per automobilisti, oppure il francese imperfetto di Charlotte, la madre di Dolores. Dissonanze e assonanze si alternano in una parodia incessante di tutto e di tutti.
Lolita é un iper-romanzo che abbraccia una fascia di lettori praticamente onnicomprensiva: si può semplicemente godere la perversa relazione del professore e la sua ninfetta; ci si può divertire a ricostruire le citazioni interne; se si ha una certa cultura si può anche cogliere una ad una le citazioni esterne; si può leggere il testo in inglese per assaporare gli squisiti giochi di parole; e infine si può fare tutto questo insieme, possibilmente ad una seconda lettura. Ognuna di queste operazioni é autorizzata dal testo e consigliata dal recensore.
"Lolita" compie cinquant'anni e il suo destino è sempre più luminoso, tra citazioni, riscritture, saggi critici e allegorie. Michael Maar, interessato a indagare il backstage della letteratura, dopo aver esaminato in "Das Blaubartzimmer" l'opera di Thomas Mann dal punto di vista del 'gender', svela in questo libro puntuale un'antenata, omonima, del personaggio nabokoviano nei racconti del dimenticato autore tedesco Heinz von Eschwege-Lichberg. Con un saggio di Emanuele Trevi dal titolo "Cinquant'anni di Lolita", saggio che chiude questo inatteso percorso nabokoviano.
Lolita è uno dei più controversi romanzi del XX secolo, in cui la verbosa retorica del protagonista - l'indimenticabile Humbert Humbert - cattura e repelle, ma trascina irresistibilmente nel vortice della lettura di una prosa sontuosamente lirica, plurilingue, concettosa, altamente affabulatoria, stilisticamente impeccabile.
La storia narra del desiderio di un "pedofilo" (il termine non aveva allora tutte le risonanze giustamente malefiche che ha oggidì, peraltro legate, ahimè, indissolubilmente alla Rete) . Humbert, narra in prima persona, la sua ossessiva attrazione per una ragazzina di 12 anni, Dolores- Lolita, figlia della donna che egli ha sposato allo scopo di possedere fisicamente quella che, con un termine da allora fortunato si chiamerà "ninfetta".
"Lolita, light of my life, fire of my loins," con queste parole egli iniza la sua storia in un unico flashback. Humbert, si diceva, redige, dalla prigione in cui è stato ristretto, un memoriale di discolpa, ove nei fatti riversa spudoratamente tutta la storia della sua ossessione e l'attrazione morbosa, che ha attraversato tutta la sua vita, fin da quando viveva in Francia, per le "ninfette" , le ragazzine impuberi. La prima è Annabel Leigh, che muore di tifo, seguiranno altre, ma ecco alla fine egli trova, in una città del New England, Dolores Haze, la sua Lolita, che le ricorda la prima ninfetta amata infelicemente quand'era ragazzo.
Abbandonata la cittadina e la moglie - una repellente donna di mezza età-, in fuga con la ragazzina, in automobile, di motel in motel, lungo un' America che sembra quella dipinta da Edward Hopper, la storia va verso il suo (melo) drammatico epilogo. La ragazzina, ingorda estimatrice di lecca-lecca e di cibo-spazzatura, ben presto si stanca del maturo e noioso spasimante, il quale peraltro non può pubblicamente palesare i suoi sentimenti e la reale natura della relazione intrattenuta con la ragazzina, che, dopo alcune esperienze sessuali in un campeggio, si lega a uno sceneggiatore e realizzatore di film porno, destando l'ira di Humbert Humbert che lo uccide.
Humbert a sua volta muore di infarto in prigione e Lolita dando alla luce una bambina.
Storia di una ossessione e di una perversione, il romanzo è anche un testa-coda micidiale, che tanti intellettuali europei allora sostenevano in presa diretta (un nome fra tutti, Herbert Marcuse) tra la vecchia Europa, raffinata, individualista e corrotta e l'America, giovane, ingenua, già massificata. Humbert - è stato detto - è metafora dello scrittore e della sua arte, ed in quanto campione del Vecchio Mondo, incarna il problematico incontro con il Nuovo Mondo, rappresentato da una teenager acerba e attraente, morbosamente sensuale e volgare.
E' un incontro-scontro mirabilmente anticipatore di un destino che è sotto i nostri occhi, per quel poco di Europa che c'è in America e per quel tanto di America che c'è oggi in Europa.
Mentre la critica lo indica, insieme a Beckett e Borges, nella triade maggiore del secondo Novecento, persiste intorno a Nabokov un alone di elusività. Notissimo il suo nome - legato soprattutto a "Lolita" - relativamente poco frequentati i suoi testi, molti dei quali scomparsi dai cataloghi editoriali, alcuni appena riafforati negli ultimi anni. Linguisticamente e culturalmente extraterritoriale Nabokov rappresenta un'idea di letteratura fondata sulla moltiplicazione illusionistica di un'immaginazione centripeta. Estraneo all'impegno sociale e all'insegnamento morale, Nabokov smantella i luoghi comuni e le convenzioni letterarie. Cotruisce trame parodistiche, attraversate da giochi verbali, lampi ironici, sgomenti metafisici.
Sarebbe difficile, per chi non ne è stato testimone, immaginare oggi la violenza dello scandalo internazionale, per oltraggiata 'pruderie', che "Lolita" provocò al suo apparire nel 1955.
"Lolita" è non solo un meraviglioso romanzo, ma uno dei grandi testi della passione che attraversano la nostra storia.
Ma chi è Lolita? Questa "ninfetta" è la più abbagliante apparizione moderna della Ninfa, uno di quegli esseri quasi immortali che furono i primi ad attirare il desiderio degli Olimpi verso la terra e a invadere la loro mente con la possessione erotica. Perché chiunque sia "catturato dalle ninfe", secondo i Greci, è travolto da una sottile forma di delirio, lo stesso che coglie l'indimenticabile professor Humbert per la piccola, intensamente americana Lolita. America, Lolita: questi due nomi sono di fatto i protagonisti del romanzo, scrutati senza tregua dall'occhio inappagabile di Humbert Humbert e di Nabokov. Realtà geografica e personaggio sono arrivati a sovrapporsi con prodigiosa precisione, al punto che si può dire: l'America 'è' Lolita, Lolita 'è' l'America. E tutto questo, come solo avviene nei più grandi romanzi, non è mai dichiarato: lo scopriamo passo per passo, si potrebbe dire miglio per miglio, lungo un nastro senza fine di strade americane punteggiate di motel.