Friedrich Nietzsche -  Così parlò Zarathustra - 1885 - Un libro per tutti e per nessuno

La forma espositiva assunta fin dalle origini dal filosofare in Occidente è stata il trattato o il dialogo. Quest'ultimo è stato imposto, di fatto, da Socrate e rispondeva all'esigenza di derivazione orale ma  consustanziale  al suo metodo e magistero filosofico, di pervenire alla "verità" (aletheia) attraverso il "dibattito" di posizioni, spesso dialetticamente ed artatamente contrapposte, dove il risultato di un sapere superiore s'imponeva dal "di dentro" del pensiero stesso, era, per così dire, la sua necessaria conseguenza logica.
Per lungo tempo (almeno fino al "Dialogo" sui massimi sistemi dell'universo di Galilei o, per giungere ai giorni nostri, alla filosofia del "dialogo" di Guido Calogerodialeghestai e philosophari hanno fatto tutt'uno nel pensiero occidentale. Eccetto rari casi (Eraclito), esso ha rinunciato di fatto alla forma oracolare, aforistica e parabolica che pure era in agguato (Delfi). Si può dire con tutta certezza che proprio la scelta della forma saggistica e dialogica era la forma che l'Occidente, con Socrate,  sceglieva per sé. Trattato o dialogo che fossero, il pensiero ambiva ad una forma logico-discorsiva e talora dialogico-discorsiva, in cui a venir messa sotto stretta sorveglianza era innanzitutto l'espressione linguistica (e a questa esigenza risponde l'urticante e reiterato   ti estin socratico) al fine di eliminare da essa ogni ambiguità e anfibologia e rendere univoca, per quanto possibile, la valenza semantica dei vocaboli.

Diversamente si è configurato il "pensiero" religioso orientale. Fin dalle origini esso ha adottato un linguaggio oracolare, orfico, aforistico,  poetico, profetico, allusivo (Bibbia) o parabolico (Nuovo Testamento) dove la verità, quasi mai frutto di un "dibattito" di posizioni contrapposte, veniva rivelata dal "di fuori", da un profeta ( Cristo, Zoroastro o Mitra) e in cui l'obiettivo ultimo non era portare l'interlocutore a  "pensare" facendo appello ai propri mezzi intellettuali, quanto piuttosto a "credere"attraverso la cosmesi di un linguaggio altamente espressivo ma vaporoso e polisenso, esposto ai  venti e ai marosi dell'interpretazione . (Non era Nietzsche a dire che non esistono i fatti ma le interpretazioni?). Comunque lo si valuti il magistero socratico sta alla base del pensiero occidentale, e, abbia o meno Socrate "inventato" il concetto e dato inizio  alla "via regia" della filosofia (si vedano gli studi  di R. Mondolfo  e H. Maier), il suo insegnamento e metodo è punto di riferimento, ancora oggi, per chi voglia mettere al centro della propria vita intellettuale il dubbio, la critica, il pensiero dialogico e dialettico, il razionalismo critico, e infine, non "una" verità come fine ma "la" scepsi come mezzo.

Tutta questa lunga premessa  per dire che Nietzsche in questo Così parlò Zarathustra, ha voluto invece, scientemente, visto che era filologo e intellettuale sopraffino, immettere nel pensiero occidentale (che egli rifiuta ab ovo) la forma tipica del procedimento espressivo e "mentale" del pensiero orientale: l'aforisma, la parabola, il pensiero rivelato, lo stile biblico. Non a caso Nietzsche odiava Socrate (cfr La nascita della tragedia) e vedeva in lui il creatore dell'uomo dialettico e della dialettica. 
 Attraverso questa forma aforistica (1) Nietzsche interagisce anche contro la "propria" tradizione tedesca: oppone il frammento lirico al pensiero sistematico, il poema filosofico al greve saggio cattedratico e in ultimo l'esprit francese così raisonnable e caustico (quello derivante  dai moralisti classici che egli aveva letto ad abundantiam dopo il distacco da Wagner) al Geist tedesco dallo stile involuto ed astratto, che tuttavia voleva impadronirsi del mondo "chiudendolo in un sistema" (Musil). 
Ora, risiede proprio qui, nel ricorso alla forma oracolare, iniziatica, orfica, profetica, "profondista", il punctum dolens di questo libro. È sotto  questa forma vaticinante che l'apoftegma «L'uomo è una corda tesa tra l'animale e il Superuomo» si consegna al più puro qualunquismo del significante, alla più vuota anfibologia. Cosa vorrà mai dire? Nient'altro che una frase ad alto voltaggio espressivo, ma concettualmente ispirata ad un darwinismo elementare ed orecchiato (dove il concetto di trapasso da una forma all'altra, non è ascrivibile, ad esempio, alla nozione di Aufhebung ( superamento), di matrice hegeliana, ma proprio, darwinianamente, al  passaggio da uno stadio all'altro, per eugenetica, della specie Uomo: dalla scimmia appunto all'Oltreuomo (come andrebbe correttamente tradotto il termine Uebermensch). Ma così pronunciata la proposizione è tanto poetica quanto priva di senso: è una verità rivelata da un profeta che si sottrae ad ogni verifica, ad ogni perché («Chiedi perché? Io non appartengo a coloro cui si può chiedere la ragione dei  loro perché», prendere o lasciare, così parlò Zarathustra). È un pensiero alato, una poesia o una preghiera, ossia tutte quelle forme del discorso di cui Aristotele diceva non poteva esserci scienza in quanto non apofantikoi logoi (discorsi dichiarativi) e dunque quei discorsi di cui non si può predicare né la verità né la falsità..
Di aforisma in aforisma  («Chi scrive con aforismi e col sangue, non vuole essere letto, ma imparato a memoria», amen, così parlò Zarathustra) per quattro sezioni spesso gravate da un pesante e barocco simbolismo, il nostro sempre più allocchito Profeta ci dice le sue verità su tutto ciò che gli passa per la testa (aforisticamente e a-sistematicamente): le donne (che sono il riposo del guerriero), la plebaglia, i compassionevoli, i preti, la morte etc.

Si avanza nella lettura, si segna a margine qualche fulminante massima degna di La Rochefoucauld («L'esser troppo obbligati verso qualcuno non stimola la riconoscenza, anzi rende vendicativi: e quando il piccolo beneficio non viene dimenticato, ne nasce a poco a poco un verme roditore»),  ma è il sovraeccitato tono oracolare che disturba, che rivela delle "stecche" micidiali del nostro Profeta. L'espressione «Dio è morto» è tanto disperata e gridata, isterica, che sembra proferita quasi in falsetto: ci senti dietro tutta la delusione teologica del figlio del pastore protestante, il tono rancoroso e deluso del défroqué, dello spretato, dell'ex: tono  totalmente estraneo, ad esempio, all'ateo holbachiano ed illuminista o al pagano mediterraneo del nostro Sud totalmente immerso nel suo indifferentismo religioso. Nietzsche è il più religioso degli anticristiani mai apparso sul terreno filosofico, un intellettuale che richiede ciò che nega. Niente della raison souriante di Voltaire e della sua staffilante ed elegante polemica contro il cristianesimo a favore di una religione naturale e  deconfessionalizzata, ma un greve e tetro  ron-ron cogitativo  dietro le forme ammalianti del poema filosofico. 
Anche il suo das ja zum leben (sì alla vita) è sospetto: ci vedi in controluce l'uomo ritirato in se stesso, casto più per necessità che per scelta, l'uomo deluso dalla vita che egli  però indica con forza nel momento in cui essa lo rifiuta. Dietro l'apoteosi della guerra e dei guerrieri -  indifendibile, che rivela inequivocabilmente che il giovane Nietzsche che vedeva nel soldato prussiano «padronanza, serietà e disciplina anche riguardo alla forma» continua ad agire anche nel Nietzsche maturo («La guerra e il coraggio hanno operato cose più grandi che non l'amore del prossimo», così parlò Zarathustra)  - ci intuisci il palliduccio filologo di Basilea esangue  e privo di tono muscolare. Del resto dietro la mistica delle valchirie e del vigoroso guerriero ariano, c'era il rachitico e mellifluo dottor Goebbels. Non sono ingiusti questi riferimenti all'uomo-Nietzsche, s'impongono invece nel momento in cui tutta una filosofia viene fondata sulle proprie cellule e sulle proprie viscere. Hegel diceva che tutto ciò che nella sua filosofia poteva riferirsi a se stesso era da intendersi falso. Solo in Rousseau tanta malata soggettività e filosofia sono così ambiguamente avvinte.

Si procede nella lettura ansimando, per semplice dovere di chiuderla. Forse lo Zarathustra è un libro che non sopporta una lettura consecutiva, ma un'opera che richiede di essere aperta e "sorpresa" a caso. Come Umano troppo umano. Vi sono del resto amenità e pure bizzarrie, come questa, innocente, ma carica di un umorismo involontario: « È venuta la sera: perdonatemi se la sera è venuta». Negli stessi anni Labiche  metteva in bocca ad un suo personaggio (in 29 degrés à l'ombre) questa replique: «Non faccio per vantarmi, ma oggi fa davvero un gran caldo». 

Non oso spiegarmi le ragioni del successo ancora oggi duraturo della filosofia di Nietzsche. Capisco che subito dopo la sua morte il niccianesimo sia caduto nella Kunstphilosophie alla  Stephan George e nell'atmosfera estetizzante alla D'Annunzio, forme di reazione alla marea montante dell'ingresso delle masse nella storia. I due personaggi nicciani  di Clarisse e Walter  de L'uomo senza qualità  di Musil ne sono gli emblemi e due parodie romanzesche. Capisco anche che l'indicazione del suo radicalismo aristocratico procuri  il «gradito senso di essere ribelli» - elemento col quale, secondo  Lukács, Nietzsche avrebbe offerto a buona parte della borghesia l'illusione di una "rivoluzione"- ma, nei fatti, stregando anche tanti piccoli borghesi (già all'epoca gozzaniana della rima camicie-Nietzsche) in cerca di facili supplementi d'anima. Ma, oggi, cosa può dirci questo libro? Nulla, se non finisce in mano a qualche stregone della New Age: esaurita ne  è la carica profetica, il potere di fascinazione della parola, la sua forza di rivelazione, ci siano mai state. È un vulcano spento. Lo Zarathustra è il libro più esposto di Nietzsche, quello che svela di più le sue isterie e le sue psicopatie spirituali. Non si può dire che non vi sia  tutto Nietzsche, perché non è vero: è il libro che lo contiene tutto, ed è il suo libro più debole, quello che lo "tradisce" di più.

Alfio Squillaci

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(1) Il carattere prettamente filosofico e ideologico dell'adozione della forma aforistica non sfuggì a  György Lukács che così scrive ne La distruzione della ragione (Einaudi, Torino 1975, p.320): "Tale genere letterario [l'aforisma] rende anzitutto possibile il mutamento nell'ambito della durevole influenza di Nietzsche. Se una svolta dell'interpretazione è divenuta socialmente necessaria [...] alla rielaborazione del contenuto durevole non si frappongono affatto quegli ostacoli che sussistono invece in forma sistematica. [...]In Nietzsche tuttavia la cosa è di gran lunga più semplice: in ogni stadio, a seconda delle momentanee esigenze, vengono messi in evidenza e collegati fra loro aforismi diversi. Si aggiunge a ciò un altro elemento: per quanto gli scopi fondamentali si trovino in accordo con l'orientamento ideologico dell'intellettualità parassitaria, la loro proclamazione sistematica, aperta e brutale, susciterebbe avversione in vasti e non trascurabili ceti". In altri  termini  Lukács sostiene che la scrittura aforistica di Nietzsche consente ai fruitori una sorta di collage permanente dei suoi testi, e un oscuramento  del suo "contenuto durevole", che a Lukács appariva reazionario e irrazionalistico, e consente un po' a tutti di fare a fette Nietzsche e di prendersi la fetta che fa più filosoficamente comodo e proclamarlo sempre indenne e "innocente" e sempre nuovo e sempre "mio"; dall'altro, sostiene Lukács, una esposizione sistematica del suo pensiero "aperta e brutale" avrebbe fatto arretrare tutti quei bel esprit  che anche di recente scodinzolano attorno al pensatore tedesco, oscurando il suo "contenuto durevole", che ahimè è molto più vicino al Nietzsche di Lukács che a quello di tanti suoi benevoli esegeti...

Ma sul procedimento aforistico in generale vorrei qui segnalare alcune brillanti osservazioni di Claude Roy, tratte dalla prefazione alle Maximes et pensées di Chamfort (editions  Le monde 10/18, Paris, 1963).

Le moraliste lance-maxime utilise trois recettes: 1) La généralisation impérieuse: on ne dit point : «Certains hommes, dans certaines conditions, font souvent ceci ou cela», mais : «Les hommes sont». C'est le principe du voyageur hâtif (Toutes les Anglaises sont rousses), l'exagération de l'adolescent que sa bien-aimée vient de quitter : «Toutes les femmes son des garces». [...]  2) Second truc du moraphorismateur : la bascule des mots. La pensée se résume en une formule-culbute, dont Jules Lemaître a bien drôlement montré, autrefois, qu'elle n'a pas plus de vérité à l'envers qu'à l'endroit, qu'on inverser les termes sans inconvénient, ou changer un mot pour son contraire sans aucune conséquence. C'est le moralisme du style peau de lapin, du style gant , c'est  l'approximation sentencieuse. [...]  3) Le troisième procédé du moraliste est aussi le moins déraisonnable. C'est la méfiance, la dépréciation, c'est l'attitude  du policier qui, à priori, considère tous les passants comme des coupables, toutes les déclarations comme des mensonges et tous les visages comme des masques. (Torna supra


Sul rapporto Socrate-Nietzsche vedi anche il saggio di Francesca Filippi (in formato PDF)

dal 14 luglio 2002
Da: Introdizione a La genealogia della morale

Per  quello  che concerne il mio “Zarathustra”,  non considero suo conoscitore nessuno che non  sia  stato  mai  una  volta profondamente  ferito  o  profondamente  esaltato  da ognuna delle sue parole;  solo allora infatti,  egli potrà  godere  del  privilegio  di partecipare  rispettosamente  dell’elemento  alcionio  da  cui  è nata quell’opera della sua solare chiarezza, della sua lontananza, ampiezza e  certezza.   In  altri  casi  la  forma  aforistica  presenta  delle difficoltà:  appunto  perché  oggi  a questa forma “non” viene data la “dovuta importanza”.  Un aforisma ben coniato e ben fuso non è  ancora decifrato per il fatto stesso di venire letto;  è piuttosto vero che da questo momento deve avere inizio la sua “interpretazione”,  cosa per la quale occorre un’arte dell’interpretare. Nel terzo saggio di questo libro ho fornito un modello di quello che intendo,  in un caso simile, per interpretazione - questo saggio è preceduto da un aforisma, e il saggio  stesso ne è il commento.  E’ chiaro che per esercitare così la lettura come “arte”,  è necessaria soprattutto una cosa che al  giorno d’oggi  si  è disimparata più di tante altre - e perciò,  per arrivare alla leggibilità delle mie opere,  ci vorrà ancora tempo - una cosa, cioè,  per  cui  si  deve  essere  piuttosto  simili  a una vacca e in “nessun” caso a un uomo moderno: il “ruminare”.


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Friedrich Nietzsche in divisa di artigliere prussiano (1868)
Dopo un periodo di appannamento e di ostracismo ideologico-politico, Nietzsche è ora di nuovo riabilitato, osannato dai clamori dei suoi adepti. Questo libro si muove controcorrente, perché cerca di contrastare la ripullulante mitologia nietzschiana mediante una precisa ricostruzione dei fatti. È un libro di documentazione, non di interpretazione; e proprio i documenti, spesso inediti, permettono all'autore di sfatare molte leggende. Il soggiorno e la catastrofe di Nietzsche a Torino sono posti al centro di un quadro animato: la città e la sua vita, i passi del filosofo per le vie e lungo il fiume, le sue lettere e le sue allucinazioni. Prefazione di Vittorio Sgarbi, ahimè. 

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Sull'origine orientale della parabola e di altre forme non dialogico-discorsive valga questa pagina del nostro Angelo De Gubernatis, che scriveva all'epoca dello Zarathustra di  Nietzsche, tratta dalla sua monumentale Storia universale della letteratura, 18 volumi, 1883-1885 . (i corsivi sono miei)
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 LA PARABOLA, L'APOLOGO, LA FAVOLA



Suolsi congiungere la poesia gnomica con la poesia epigrammatica; e non senza una buona ragione. 
La sentenza non differisce dall'epigramma se non per una varietà di tono. La sentenza è un epigramma senza punta; essa è grave, l’ epigramma è arguto; essa vuole ammaestrare, l’ epigramma vuole pungere. Il proverbio sta fra la sentenza e l'epigramma; partecipa ora dell'uno ora dell'altro; ha carattere popolare, si trasmette di generazione in generazione, di paese in paese. Ma la sentenza ed il proverbio, per acquistare maggiore efficacia, si esemplificarono, ed in Oriente prima che altrove. Il precetto s'impresse meglio nella memoria, con un esempio vivo; perciò la parabola e l'apologo ebbero ben presto in Oriente un ufficio didattico. Bisognava parlare all'immaginazione del popolo per mandarlo persuaso. L'allegoria servì mirabilmente all'uopo. Non volendo ferir l’amor proprio delle persone che si mirava a correggere, od educare, si ricorse, per tempo, ad una circonlocuzione poetica. 

L'apologo di Menenio Agrippa è istruttivo non solo per quello che insegna per sé stesso, ma perché ci mostra come vuol essere parlato ai semplici. Il popolo romano ai tempi di Menenio Agrippa aveva le bizze, ma anche la semplicità d'un fanciullo, che con una novellina, con un apologo si può ricondurre alla ragione; al tempo de' Gracchi, di Silla, di Cesare, la plebe romana avrebbe riso dell'apologo.
Convien dunque riportare l’origine della favola ad un'età assai lontana, presso popoli rozzi, e facili a ricevere un' impressione. E inutile il ricercare qual sia stato il nome del primo autore di parabole e d'apologhi. Probabilmente fu un capo di casa, che volle, con esempii pratici, istruire i suoi figliuoli. La parabola che si racconta di Giacobbe e delle Verghe, narrata ai figliuoli perché si tenessero uniti, mi sembra rivelarci la vera origine probabile delle parabole e degli apologhi. Ogni capo di famiglia orientale dovette ricorrere facilmente alla parabola e all'apologo, nell’ educare i suoi figli. Conveniva allettarli per mezzo dell' immaginazione, ma nel tempo stesso cavar gli esempi dalla vita pratica, in modo ch'essi potessero riferire a sé stessi il caso altrui che veniva loro rappresentato. Il Vecchio e il Nuovo Testamento ci mostrano come la parabola fosse nella consuetudine degli educatori d'Israele. Gli Arabi coltivarono pure spesso l'allegoria nella forma di parabola; e si può dire che tutti gli Orientali, specialmente Ariani e Semiti, amarono una tal forma 
didattica; in ogni modo, parve loro una delle condizioni del buon gusto; il non dire apertamente e 
crudamente la verità, e loro dovere velarla in un linguaggio figurato. E noto l'apologo di Ciro vincitore di Sardì, a cui vincitore gli lonii e gli Eoli domandarono quella alleanza che prima essi avevano rifiutata: « Un suonatore di flauto, avendo veduto de' pesci nel mare, si diede a suonare, sperando che essi verrebbero a terra. Vedendosi deluso nella sua aspettativa, gettò una rete  e tirò in essa sulla riva un gran numero di pesci; vedendoli saltellare, egli disse loro:  « Smettete ora di ballare, poiché non avete voluto farlo al suono del flauto.» Qui l’ironia è crudele. L'apologo volge già allo scherno. Ciro lo inventò probabilmente per quella occasione, come più tardi inventò il suo l'imperatore Tiberio sopra le mosche. (...) 

Ma in Oriente quella era una forma consueta. La mente orientale ricorreva facilmente allo stile figurato. Si direbbe che era quello il modo di mostrare nobiltà. L' invettiva volgare, diretta, sarebbe parsa troppo violenta e troppo plebea; il precetto isolato troppo monotono ed efficace. L'Orientale ricorse dunque alla parabola, all'apologo, che incominciò ad essere popolare e divenne quindi un genere eletto di letteratura; incominciò ad essere semplicemente didattico e riuscì in breve satirico. 
Angelo De Gubernatis
(Torino, 7 aprile 1840 – Roma, 20 febbraio 1913)
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