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Aldo Nove -Amore mio infinito - Einaudi. Stile libero. Torino 2000, pp. 182.



La quarta di copertina del libro che abbiamo tra le mani  afferma che esso sorprenderà "sia i sostenitori che i detrattori di Aldo Nove".
In effetti il libro- inteso come risultato finale di scrittura, trama, personaggi- è assolutamente inatteso, ed è soprattutto una felicissima deviazione dagli abituali itinerari narrativi che Nove era abituato a percorrere assieme ai suoi lettori.
Il romanzo (ma sarebbe più giusto affermare che si tratta di una raccolta di quattro racconti lunghi, riuniti narrativamente da un breve prologo iniziale in cui si presentano le quattro storie come quattro diverse-e assai significative- esperienze vissute dal protagonista, Matteo) è assai composito, soprattutto sotto l'aspetto linguistico. I quattro capitoli (in origine dovevano essere cinque, ma alla fine "Caterina Marrone" è stato tolto, forse perché già pubblicato su rivista)  sono scanditi da una scrittura che parte piatta, volutamente asettica, ma che a poco a poco si complica, si innalza, si inarca sotto la spinta di un lirismo mai patetico, di una partecipazione emotiva alle vicende che Matteo affronta (il primo innamoramento, la morte della madre, il primo bacio, il trasferimento in una grande città come Milano, la contestazione universitaria, i lavoretti fatti nei ritagli di tempo per pagarsi gli studi). Sotto questo punto di vista, i capitoli più interessanti sono gli ultimi due, quelli nei quali Aldo Nove dimostra finalmente a tutti (detrattori e sostenitori, di cui si parlava all'inizio) la sua vera levatura letteraria- non va dimenticato il passato da finissimo poeta di Nove- la sua straordinaria capacità di imbastire storie su storie (e in questo, se proprio si vogliono riesumare le categorie-cadavere, lo si può certamente incasellare nel ritrovato gusto del narrare che era stato benevolmente riconosciuto ai "pulp").
Accanto a tutto questo (o meglio, dentro a tutto questo) va sottolineato che il libro percorre, in un suo modo tutto particolare, gli ultimi vent'anni di Storia italiana, visti e vissuti in modo obliquo, multidirezionale (notevole il sesto paragrafo- Lallazione- dell'ultimo capitolo, in cui si dipana in poco meno di cinque pagine tutta la storia di Milano, con un ritmo impazzito, accelerato al massimo, che ricorda in più punti i film di Ridolini).
Insomma, dopo gli stupendi racconti di "Superwoobinda" e la prova francamente assai meno riuscita di "Puerto Plata Market", Aldo Nove stupisce i suoi lettori con un libro che parla di sentimenti, di rabbia e d'amore, di paura e di tenerezza, forse in involontario ossequio a quel nato-morto del "Nevroromanticismo" in cui Nove era stato allegramente riciclato dopo la fine ufficiale dei "cannibali", un testo per cui non è un'enormità affermare che si tratta del migliore romanzo italiano pubblicato nel 2000.
Piero Sorrentino


Intervista ad Aldo Nove di Giuliana Sica
Da "La Repubblica" del 13/12/2000


«E prima della fine dell'estate prima che mi venisse questo impossibile coraggio di baciarla prima di andare di sopra a fare le valigie prima di partire prima di leggere "Topolino" prima di diventare grande prima di diventare comunista o democristiano prima di finire la scuola prima di anda-re a letto prima che qualcosa strapiena di sì scoppiasse pianissimo le ho detto, amore mio infinito».
Questo passaggio è firmato da un "cannibale", ormai ex "cannibale" e provvisto di un'anima che non dissimula più.
Amore mio infinito s'intitola l'ultimo libro di Aldo Nove (Einaudi Stile li-bero, pagg. 180, lire 16.000), e qui l'autore dei racconti di Woobinda (poi Superwoobinda) e di un romanzo breve, Puerto Plata market, emerge nettamente da quella pattuglia non sempre convincente di scrittori definiti appunto cannibali o anche pulp, lasciandosi alle spalle certi automatismi di quel suo universo orrendo insensato efferato spiritosissimo.
Aldo Nove ha scritto un libro sorprendente, a tratti un poemetto in prosa che restituisce con intensità l'epifania dell'innamoramento, il malinconico abbandono dell'infanzia, il dolore di morire poco alla volta nel-la condizione robotica dell'adulto. Un libro che è anche un'autoanalisi, dove la lingua "deraglia" per sfasamenti interni, sul filo delle emozioni inesprimibili, e non più per i tragicomici disagi di certi personaggi ormai di puro cliché aldonoviano, quegli analfabeti pazzi deficienti sprofondati in un irrimediabile vuoto che uccidono i genitori cosi, con assoluta nonchalance, magari perché mamma e papà usano un bagnoschiuma "sbagliato".
Aldo Nove intanto non si chiama Aldo Nove, ma Antonio Tarcisio Centanin. Aldo dice 26x1 era una parola d'ordine, grido battaglia che ripeteva in codice la radio nel '45. E «due più sei più uno fa Nove», ha sommato cabalistico Aldo. «Cancro, ascendente Capricorno», e sembra l'incipit di un suo racconto, trentatré anni compiuti il 12 luglio, è nato in un piccolo paese vicino a Varese, ai confini con la Svizzera, e dopo il liceo classico si è laureato in filosofia a Milano, dove vive in un
anonimo quartiere di periferia  e in una piccola casa decisamente spartana, con gli intonaci che cadono a pezzi e più cd che libri disseminati nelle case delle ex fidanzate, dice. Ha una bella faccia da angioletto,  con i  suoi boccoli biondi  e  una voce sottile come un sussurro. Tende a nascondere la sua invincibile timidezza  dietro una girandola di frasi ipercolte di citazioni letterarie che, in pubblico, potranno renderlo supponente, fors'anche antipatico. Invece non lo è per niente. È solo una persona riservata.
Nasconde la timidezza e da sempre, con più caparbietà, un dolore grande. Tra i sedici e i di-ciassette anni, Aldo Nove ha perso i genitori, prima l'uno poi l'altro, ed è rimasto solo. E' un episodio che racconta sobriamente, e qui se ne accenna solo per quel certo autobiografismo che percorre le pagine di Amore mio infinito: Matteo, il protagonista del libro -  di cui si narrano vicende e amori e disillusioni fino all'età di ventotto anni - è poco più di un bambino quando la mamma viene colpita da un tumore, ed è con sgomento infantile, con un dolore confuso, che percepisce la sofferenza e l'attesa della morte che verrà.

Aldo Nove, in un suo racconto ormai datato («Il  gusto di tutti i pianeti che ci sono»), ossessivamente si chiede: vi ricordate l'amore infinito? vi ricordate l'amore infinito?... Sembra un verso, un'immagine poetica che lo ha catturato fino a costringerla a costruirci intorno un libro. E' una sensazione sbagliata?

«Certamente è nato prima il titolo e poi il libro, e il suo punto di riferimento sta nelle Elegie Duinesi di Rilke, uno dei testi poetici che ho amato di più, forse quello a me più caro. Soprattutto dallo struggente inizio dell'opera  «Perché la bellezza non è altro/ che l'inizio del tremendo" - è cominciato un rovello che ho cercato di tradurre in Amore mio infinito. Proprio della percezione della bellezza si informa la melanconia di questo libro che mi ha impegnato per tre anni».

Come ha fatto i conti con la difficoltà di esprimere il sublime?

«Il contrappeso ironico rende possibile, per me, il sublime. Intendo dire che il discorso "alto", per non essere stucchevole, ha bisogno di essere disciolto/disseminato (ma non vanificato, spero) nel "basso"   Tutto nasce dal basso/ e poi va su": lo dice anche Jovanotti, seguace rap di Ermete Trismegisto. Un esempio di quest'operazione potrebbe essere la bellissima Ballata delle donne di Sanguineti... Del resto, collaboro da anni a Poesia, la rivista dì Nicola Crocetti, e so bene quanto sia "osceno" qualunque tentativo di resa formale dell'inesprimibile che passa per lo stilema parodico di Leopardi e della nostra tradizione; i Petrarca Carducci & company, studiati così male a scuola. . Nello sguardo di una bambina può esserci l'universo, e c'è, ma quanto è difficile da dire».

Lei cita Jovanotti, ma i passaggi  di Amore mio infinito sono piuttosto  scanditi da citazioni altrettanto "basse" di Edoardo Bennato e Max Pezzali. In che modo le utilizza?

«Bennato  e Pezzali sono  due giullari,  due guitti (nel senso della  commedia dell'arte, così come ce l'ha attualizzata  Fo) di due periodi molto diversi  dalla logo rata militanza politica alle Tim-berland come status della mia vita e della storia d'Italia: gli anni Settanta di Bennato , gli Ottanta di Pezzali".

La musica sembra avere sudi lei un'influenza  vistosa. Ma quale musica, e quale autore, più in particolare?

«Su di me, l'influenza di John Cage è stata ed è fortissima. Lo adoro, semplicemente. Mi ha insegnato a vivere l'universo sonoro in tutta la sua interezza. Una volta, qualche mese fa, stavo ascoltando un suo pezzo per piano, Waiting,  del 1952 . Tra le note si è inserito il rumore della tapparella del mio vicino di casa: una cascata cristallina di note, unica e irripetibile. Posso dire che Cage mi ha insegnato a percepire e a godere del suono della tapparella del mio vicino di casa. Le riporto una sua frase (non del vicino, di Cage): "Quando avremo perso ogni nozione di musica tutto il mondo, allora, sarà musica"... Più banalmente, stando ai miei "gusti" musicali, la cantante che preferisco è Björk. Il gruppo,  i Radiohead bellissimo il loro ultimo Kid A».

Tra gli elogi che ha ricevuto in questi anni, ce n'è stato uno di Alda Merini, uscito su queste pagine. La grande poetessa giudica lei, il giovane scrittore, "abile, sicuro, spregiudicato" e il suo linguaggio "lieve come un velo", al punto da dichiarare un'ironica quanto improbabile volontà di seduzione. Che effetto le ha fatto?

«Mi ha commosso tantissimo, perché - si sarà capito- la poesia è la "cosa" letteraria che amo di più, e con la Merini, perfetto esemplare di animale poetico,  ho un feeling molto forte... E' stato un grande piacere che in libri antipoetici come i miei, la Merini abbia subito visto altro, senza fermarsi a una lettura superficiale». -
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Vedi anche ritaglio stampa in fondo pagina
dal 13 giugno 2001

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Esempio 1
Un'educazione sentimentale dei nostri tempi, che è anche un ritratto amaro, crudelmente umoristico, dell'Italia dagli anni Sessanta agli Ottanta, quando tutto è cambiato per sempre. "Amore mio infinito" è composto di cinque storie d'amore, cinque sequenze narrative, ognuna dotata di una sua tecnica narrativa, che formano un unico romanzo autobiografico. Un romanzo appassionato e tenero che è anche il ritratto di un umorismo candido e feroce, dell'Italia dagli anni Settanta ai Novanta, quando tutto è cambiato per sempre.

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Piero Sorrentino