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(9 gennaio, 2008) - Corriere della Sera
Elzeviro Un' ipotesi sulla vera patria del poeta

L' AEDO OMERO SUI LIDI ALBANESI

Come ha ricordato Luciano Canfora sul Corriere della Sera di sabato scorso, Omero non era, a detta di Vico, un singolo individuo, bensì un intero popolo; per il romanziere inglese Samuel Butler era una donna (ipotesi simpatica e anche credibile: i giapponesi hanno davvero, all' origine della loro letteratura, un Omero femmina, la Murasaki); e nelle ultime settimane l' austriaco Raoul Schrott ha formulato l' ipotesi che si trattasse di uno scriba della Cilicia al servizio degli Assiri. «Inventare Omero è un gioco innocente», ha scritto Canfora. La prendo come un' autorizzazione a giocare. Dopotutto il fatto che si tratti un gioco «innocente» non comporta che sia del tutto privo di significato. Attribuire una patria e un' identità a Omero vuol dire, per un occidentale, indicare la scaturigine della poesia... il luogo in cui, miticamente, si udì per la prima volta la musica dei versi. Io ho una mia ipotesi. Credo di sapere dove nacque Omero. Sette città greche si disputavano l' onore di avergli dato i natali... ma la città dove Omero nacque veramente non appartiene a quel novero. Secondo una tradizione, ripresa da Virgilio nel terzo canto dell' Eneide, due esuli da Troia, la vedova di Ettore, Andromaca, e il mite e scolorito indovino Eleno, avevano fondato sulla Riviera albanese, dopo una vita travagliata, una sorta di piccola Troia anastatica uguale in tutto e per tutto a quella che avevano abbandonato. Una «Troia Miniatur». Perché l' avevano fondata? Non certo per iniziare una nuova storia, con nuovi assedi e nuove battaglie e nuove flotte che avrebbero attraversato i mari, ma per sigillare le loro storie, che erano alla fine. Lì, a Butroto (così era stata chiamata quella Ilio che Virgilio avrebbe definito «piccola e simulata»), in quelle case e in quelle vie che non erano tanto quelle di una «vera» città, quanto l' immagine, o la reminiscenza, o la rappresentazione di un' altra, nacque Omero. Forse furono proprio Andromaca ed Eleno, o perlomeno qualche Troiano o qualche Troiana che ne avevano condiviso il destino, a nominare per la prima volta davanti a quel ragazzino, a volte attento e a volte stranamente distratto e lontano, certi personaggi... o a raccontare episodi che sarebbero entrati a far parte, come tessere di un mosaico, dei suoi poemi. L' arido ruscello lungo il quale camminava si chiamava Xanto, ma non era il «vero» Xanto... e le porte sotto cui passava ogni giorno venivano chiamate Scee, ma non erano le «vere» porte Scee. In quei luoghi Omero trascorse la giovinezza. Dalla riva del mare o da un' altura avrà osservato il profilo di un' isola i cui contorni si andavano via via dissolvendo, sino a diventare nuvola (si trattava di Corfù, dove più tardi avrebbe collocato Nausicaa, Alcinoo, la corte dei Feaci, e se stesso nelle vesti di Demodoco, l' aedo cieco...), e a partire da quel profilo sempre un po' velato... giacché gli occhi si andavano spegnendo... aveva immaginato un altrove fluttuante, porti e navi e isole ed eserciti e mostri che sarebbero esistiti soltanto in virtù dei suoi versi. Non sapeva se le storie che di continuo udiva raccontare (non si faceva altro, a Butroto, città di vecchi: non solo le voci, ma anche le pietre erano racconti) fossero accadute realmente oppure no, ma le sue parole non avevano bisogno della cosiddetta «realtà». Una copia che la evocasse, magari in modo infedele, una simulazione, un colore, una nuvola sul punto di disfarsi, nomi di isole e popoli sconosciuti che affioravano all' improvviso in mezzo al discorso, come profezie ed enigmi: era quanto bastava a muovere il suo canto. Niente accadeva a Butroto, perché tutto era già accaduto. Omero crebbe avvolto da uno strano senso di irrealtà. Via via che cresceva, il fruscio e il calpestio delle sillabe gli sarà sembrato più reale di qualsiasi altra cosa. Diventato aedo, ebbe a dire che gli dei avevano filato «la rovina per gli uomini perché avessero i posteri il canto». Memorabile esempio di cinismo professionale. Da lì a qualche secolo il severo Platone avrebbe definito la poesia «mimesi di mimesi», imitazione di un' imitazione. Se avesse potuto ascoltarlo, è quasi certo che Omero... la cui patria era l' imitazione di un' altra... avrebbe gravemente assentito.

Giovanni Mariotti

Omero , Iliade
Esempio 1

Iliade, Omero Ordina da iBS Italia

L’Ionia non lontano da Troia, dove i greci si sono insediati, sviluppa una cultura particolarmente dinamica, in particolare con la composizione di grandi poemi in esametri dattilici. È in quest’epoca senza dubbio che iniziano a circolare ovunque in Grecia delle versioni diverse dell’ Iliade. L’aedo (cantore orale) agente essenziale di questa circolazione, è un tipo di poeta cantore che attinge ad un repertorio antico ed improvvisa in modo più o meno creativo su formule prefissate. Omero fu uno di loro? Non ne sappiamo abbastanza per affermarlo o negarlo con certezza. In qualsiasi caso, la composizione dell’Iliade sembra più elaborata di ogni altra poesia trasmessa dalla tradizione orale, anche se il testo che conosciamo è stato oggetto di trascrizioni e di tagli tardivi operati dai dotti alessandrini del  III e  del II secolo. Questi diversi livelli temporali spiegano senza dubbio il fatto che ci sia ancora difficile percepire la vera intenzione dell’Iliade.

Riassunto dell'Iliade

La guerra di Troia (Ilio), di cui il pretesto è il ratto di Elena, sposa del re greco Menelao, da parte del troiano Paride, dura da nove anni quando comincia l’Iliade. Il poema non racconta né l’inizio né la fine  dell’assedio di Troia da parte degli Achei: si concentra su  fatti che si dispiegano su  cinquantuno  giorni focalizzando il racconto sull’ira di Achille e  lo sviluppo degli eventi all’atto in cui egli, dopo un periodo di rinuncia alla lotta,  riprende le armi per vendicare la morte dell’ amico Patroclo con conseguente morte di Ettore, quindi restituzione del suo corpo a Priamo. Le circostanze della sconfitta di Troia saranno riportate nell’ Odissea e soprattutto nell’ Eneide di Virgilio.

Libro  I
Agamennone, il capo dei Achei, trattiene prigioniera Criseide  la figlia di un sacerdote troiano di Apollo,  ed il dio, per vendicarsi, fa scoppiare la peste nell’esercito. L’indovino Calcante rivela la causa dell’epidemia ed Achille scongiura Agmennone di restituire la prigioniera. Agamennone finisce per acconsentirvi, ma prende in compensazione  Briseide, la schiava di Achille. A nulla vale il generoso tentativo  di conciliazione fra i due del vecchio Nestore re di Pilo. Furioso, Achille si ritira sotto la sua tenda ed invoca la   madre, la dea Teti. Questa ottiene da Zeus la promessa di una vittoria troiana.

Libro II
Zeus invia ad Agamennone un sogno ingannevole che gli fa credere la vittoria. Per mettere i suoi alleati alla prova, il re espone loro questo sogno, quindi finge di volere lasciare l’assedio di Troia. I guerrieri si preparano a partire, ma Ulisse riesce ad impedire questo proposito. I due eserciti si preparano a combattere: meticoloso  “catalogo delle navi” greche, ed enumerazione dei popoli e dei capi Troiani ed alleati (Dardani, Lici, Frigi, Traci).

Libro III
Abile rammemorazione (analessi) della causa della guerra: Paride (Alessandro)  è assalito dal terrore alla vista di Menelao, a cui ha sottratto la moglie Elena. Dinanzi ai rimproveri di Ettore, propone allora di regolare il conflitto con un duello che lo opporrà a Menelao. Mentre, dall’alto dei bastioni, Elena presenta i capi greci al re Priamo, il patto di pace provvisoria è concluso ed il combattimento ha inizio. Ma la dea Afrodite sottrae Paride prima che soccomba.

Libro IV
Zeus vorrebbe che venisse dichiarata la vittoria di  Menelao così che,  il torto riparato, si sarebbe risparmiata la città e chiuso il conflitto. Ma su consiglio di Hera, che vuole ardentemente la vittoria degli Achei,  Atena fa in modo che siano i Troiani a violare per  primi  il trattato di pace. Questa convince allora Pandaro  a scoccare una freccia su Menelao. Dopo una rivista delle truppe da parte di Agamennone, la battaglia riprende.

Libro V
Dove gli stessi dei sono messi a mal partito dagli uomini: Diomede ferisce Enea ma anche sua madre Afrodite giunta ad  assisterlo. I Troiani vacillano quindi si riprendono con il ritorno di Enea, salvato da Apollo. Per sostenere i greci, Hera ed Atena scendono a  loro volta e,  grazie a questa, Diomede  ferisce lo stesso Ares. Gli  dei riguadagnano  Olimpo.

Libro VI
Mentre i Troiani soccombono, Ettore chiede alla  madre Ecuba di pregare Atena, e le donne troiane si recano al   tempio di costei per pregarla di far vincere i troiani. Ettore incontra la moglie Andromaca vicino alle porte Scee e, dinanzi ai suoi rimproveri e alle sue lacrime, giustifica il suo posto in  combattimento. Quindi, avendo stretto al petto il  figlio Astianatte, raggiunge le truppe con Paride.

Libro VII
Consigliato indirettamente dagli dei, Ettore sfida i capi greci in duello. L’estrazione a sorte designa Aiace Telamonio. Il loro duello è interrotto dalla notte.  Si approfitta dell’oscurità  per la sepoltura dei morti e la costruzione da parte dei greci di un fossato e di una parete dinanzi al loro campo davanti alle navi, fatto osteggiato dal dio Poseidone. Ma anche Hera ed Atena armeggiano a favore degli Achei, duramente rampognate da Zeus. Cinaquantamila troiani dilagano per la pianura e riempiono di torce accese il buio della notte.

Libro VIII
Al mattino seguente Zeus fa in modo che gli dei restino neutrali. Sul monte  Ida  osserverà il combattimento e peserà il destino dei due eserciti. La bilancia tende in favore dei Troiani. Infatti, questi prendono il vantaggio grazie a Ettore.

Libro IX
Grande è lo scoramento nel campo degli Achei. Agamennone giunge perfino al proposito di abbandonare l’ assedio, a ciò si oppongono Nestore ed Ulisse. Il re offre allora di restituire Briseide ad Achille. Inviato in ambasciata, Ulisse tenta di piegare l’eroe che resta irremovibile ed annuncia anzi la sua intenzione di ritornare in  Grecia.

Libro X
Per conoscere gli intendimenti dei Troiani, su suggerimento di Nestore, si inviano Ulisse e Diomede nel campo avverso. Ugualmente si comporta Ettore che invia Dolone, il quale, scoperto, viene eliminato dagli eroi achei, dopo aver rivelato alcuni segreti strategici. Di ritorno i due eroi achei compiono una strage di Traci dormienti vicino al fuoco, fatto che rianima gli Achei. 

Libro XI
Mentre l’ardore bellico di Agamennone respinge i Troiani sotto le loro mura, Zeus invia Iris  per dare a Ettore il segnale della riscossa: di fatto i greci ripiegano a loro volta, e Nestore convince Patroclo a impetrare il ritorno di Achille in battaglia.

Libro XII
Nonostante la resistenza degli Achei, i Troiani e i  Lici sembrano in grado di invadere il loro campo: Sarpedonte opera una breccia nel muro difensivo degli Achei ed Ettore crea un varco attraverso il quale i Troiani dilagano

Libro XIII
Grazie all’aiuto di Poseidone ed alle imprese di Idomeneo, i greci fanno arretrare i Troiani.

Libro XIV
Mentre Agamennone propone ancora una nuova volta di abbandonare l’assedio, Poseidone infonde fiducia ai greci ed Hera gli permette, seducendo Zeus, di ristabilire le loro sorti in battaglia:  i Troiani sono respinti ed Ettore è ferito.

Libro XV
Quando si sveglia Zeus è furioso con Hera per le sorti della battaglia capovolte, e con l’intermediazione  di Apollo e di Iris, intima a Poseidone l’ordine di ritirarsi dal campo di battaglia. Curato da Apollo, su suggerimento di Zeus, Ettore semina  il panico nelle file greche. Patroclo corre a  implorare Achille.

Libro XVI 
Achille presta le sue armi a Patroclo e lascia  che i suoi Mirmidoni lo accompagnino  al combattimento. I  Mirmidoni iniziano a fare arretrare i Troiani, e Patroclo uccide Sarpedonte, che Zeus non può salvare. Eccitato da questo successo, Patroclo disubbedisce ad Achille spingendosi fin sotto le  mura di Troia:  dove è ucciso da Ettore.

Libro XVII
Ettore e Enea tentano invano di impadronirsi del corpo di Patroclo e dei cavalli di Achille. Dopo
una lotta accanita, Menelao e Merione, sostenuti dai due Aiace, finiscono per portare via il cadavere.

Libro XVIII
Teti promette a Achille, al colmo della disperazione, di dargli nuove armi. Efesto incaricato dell’opera si mette al lavoro, mentre i greci piangono sul corpo di Patroclo e  Achille spaventa i Troiani con le sue alte  grida. Teti reca le armi completate, fra cui uno scudo finemente lavorato.

Libro XIX
Agamennone invia a Achille i doni promessi e gli restituisce la  prigioniera Briseide. Deciso a partire immediatamente al combattimento, Achille monta sul suo carro nonostante gli avvertimenti del suo cavallo Xantho  che lo informa della sua morte prossima.

Libro XX
Zeus autorizza gli dei a schierarsi sul campo di battaglia. Apollo indirizza Enea contro Achille, ma Poseidone deve salvare il troiano dalla morte. Ettore stesso è salvato da questo confronto soltanto da Apollo.  Furioso, Achille fa un grande massacro di Troiani.

Libro XXI
Proseguendo le sue imprese, Achille entra in lotta con il fiume Scamandro, mentre gli stessi dei arrivano alle mani. Indirizzando Agenore contro Achille, quindi stuzzicando quest’ultimo, Apollo evita ai Troiani una rovina completa.

Libro XXII
Achille ritorna sotto le mura di Troia e si trova di fronte  Ettore che, nonostante le suppliche di Priamo e di Ecuba, si è deciso ad affrontarlo. Preso dal timore, Ettore fugge tuttavia. Mentre i due guerrieri fanno tre volte il giro della città, Zeus pesa il loro destino ed Ettore è condannato. Mascherata Atena gli consiglia di combattere: Achille lo uccide e trascina il suo cadavere fino  alle navi, nonostante i pianti delle troiane.

Libro XXIII
Nel corso del pranzo funebre,  i Mirmidoni rendono gli onori a Patroclo. Per i funerali, sono organizzati dei giochi durante i quali gli eroi Achei  concorrono con ardore.

Libro XXIV
Per giorni, Achille trascina il corpo di Ettore attorno alla tomba di Patroclo. Zeus gli ordina tramite Teti di restituirne le spoglie. Priamo riesce a piegarlo e a riporta il corpo di Ettore a Troia seguito da nuove lamentazioni delle donne. Quindi si procede ai funerali.

Roberto Calasso ha paragonato l'Iliade a un "immane masso abbandonato nella pianura", un masso che pesa su tutto l'immaginario greco, un universo che proietta sull'Occidente innumerevoli figure carismatiche ed emblematiche. Nulla prima dell'Iliade, tutto dopo l'Iliade. Leggere questo poema significa ritrovare chiavi segrete, spesso dimenticate, che aprono mille porte: tutti gli aspetti di una grande civiltà hanno qui - e qui soltanto - le loro radici profonde.
L’Iliade è la sola epopea che ci sia restata di un patrimonio certamente cospicuo: nell’ VIII secolo prima della nostra Era, periodo del  “Rinascimento greco”, l’organizzazione delle Città si accompagna ad un culto degli eroi antichi destinato a dare a ciascuna di esse prestigio e legittimità nelle sue intenzioni egemoniche.

Scrittura dell'Iliade
Colpisce inizialmente  l’elaborazione già “moderna” dell’epopea, segno di un intervento personale su quel che costituiva un corpus di canti tradizionali: il restringimento considerevole dell’argomento alla rabbia di Achille su una cinquantina di giorni concentra tutti gli effetti su una crisi e gli dà con il suo ferale sviluppo (la morte di Ettore) la sua conclusione e la sua morale. Il ritmo drammatico, che alterna analessi (racconto all’indietro sull’origine della guerra) e prolessi (anticipazioni sulla morte di Achille o la rivelazione da parte di Zeus sugli esiti del combattimento), mantiene vivo sapientemente l’interesse del lettore. La scrittura resta tuttavia segnata dalla tradizione dei recitativi orali degli aedi: le formule immobili (l’alba dalle dita di rosa), le scene tipiche (l’armamento dell’eroe, l’oltraggio al cadavere) corrispondono a questi riferimenti che permettevano all’ aedo di tenere il filo della sua narrazione ed al suo pubblico di seguirlo. Il lettore moderno troverà molto ripetitivi gli epiteti omerici che ricordano la genealogia degli eroi (pelide, atride etc) o gli aspetti fisici (lunga chioma, guance rosee, bianche braccia etc), e trascurerà a torto la loro importanza anche poetica.

Infatti il posto accordato alle indicazioni genealogiche nel racconto dell’Iliade non deve sembrare semplicemente descrittivo o decorativo. Non soltanto identificano i personaggi, alla stregua del loro nome e la loro patria, ma li situano anche nei vari insiemi che formano il mondo omerico: dalla menzione di una relazione di parentela (Atridi, Pelidi, etc)  deriva tutta una serie di altri legami di sangue, ai quali corrispondono legami sociali. La genealogia e i patronimici assegnano dunque implicitamente ad ogni personaggio una posizione particolare nel mondo eroico, e, perciò, contribuiscono a determinare il suo ruolo specifico nell’azione epica.  L’impegno  personale degli eroi nella lotta, per amicizia o per odio; la necessità di meritare la propria timè (onore) esprimendo il proprio valore, sono infatti i motori dell’eroismo. Quando enuncia la genealogia dei prìncipi, il poeta prepara, sottolinea, giustifica le azioni che sono oggetto della sua narrazione. Ridurre i richiami di  parentela alla loro funzione descrittiva, vorrebbe dire dunque privarsi del  loro potere poetico e privare il racconto di uno delle sue  ossature fondamentali. Così anche l’enumerazione, il catalogo (ad esempio quello delle navi nel II libro) arrestando l’azione nei fatti la preparano; sono comunque esempi (non estranei anche alla Bibbia) di magnificazione e di solennità, tipiche della narrazione arcaica, che irretiscono e ipnotizzano ancora oggi il lettore. C’è chi ha sostenuto, a ragione, che chi non ama il catalogo delle navi dell’Iliade ( o le geneaologie del Vecchio Testamento) non ama la letteratura. Nel narrare arcaico tali ripetezioni hanno dunque una funzione iterativo-lirica: restituiscono intatto il fascino della narrazione orale, la loro funzione narcotica tesa a stordire l'ascoltatore (poi lettore), a favorirne la "sospensione dell'incredulità", ad uncinarlo definitivamente, a inscriverlo nel cerchio magico della narrazione.

Le caratteristiche generali di questa scrittura sono certamente molto  fedeli alle grandi leggi del genere epico (magniloquenza, gusto del meraviglioso: si osservi  particolarmente la lotta di Efesto e di Scamandro nel Libro XXI). Ma si resta colpiti dalla ricorrenza di immagini naturali ed animali per esprimere l’ardore guerriero quanto dal realismo grandioso dei massacri. Queste comparazioni, queste descrizioni hanno lo scopo di impaesarci in una furia barbara nella quale il guerriero rinnega la propria umanità e, vittima e protagonista ad un tempo delle leggi spietate della natura, si avvicina allo stato ferino. Questa atmosfera eroica e bestiale, tipica della furia achillea, che però non è del tutto collimante col personaggio “umano” di Ettore (una moglie, un figlioletto in tenera età, un padre in età avanzata), sembra  trovare da parte del poeta una sanzione morale che può trovare la sua piena giustificazione soltanto nella chiusa finale in cui l’eroismo è chiaramente definito come una vittoria guadagnata su sé stesso. Così la scrittura partecipa di una ridefinizione dei medesimi valori eroici.



Gli Eroi
La società arcaica è fortemente gerarchizzata. Al vertice sono posti dei re regionali (basileus), signori  di  fondi rurali, che formano una ristretta aristocrazia il cui privilegio è la funzione guerriera. La spedizione achea dell’Iliade è diretta da uno di loro, Agamennone, perché ha fornito il più grande contingente (cento navi), e soprattutto perché  il suo scettro viene da Zeus stesso. Egli solo ha il carisma della sovranità. Gli altri re traggono la loro legittimità dalla loro forza e dalla stirpe dinastica da cui discendono.  A Troia, la situazione non è affatto diversa: l’ordine della città è organizzato attorno al vecchio re Priamo.


Tutti questi guerrieri obbediscono a valori fondamentali: themis (l’ordine delle cose, ciò che la consuetudine comanda o proibisce), timè (l’onore che situa ogni guerriero nel rango che si è meritato, col proprio merito più che con la nascita), e gli obblighi verso gli dei (i sacrifici). Questi valori garantiscono la coesione del gruppo e l’uguaglianza delle loro prerogative, anche se la qualità particolari del guerriero può farglieli trasgredire (così la rabbia di Achille contro Agamennone). Ma nell’insieme, le loro relazioni sono comandate dal cameratismo e della fedeltà, simboli di un ordine di cui Marthe Robert ci dice che l’enunciato è il primo scopo dell’epopea. I combattenti dei due campi stessi si battono nello stesso modo ed hanno gli stessi dei; entrano in uno stesso gioco, che li vede  affrontarsoi come due potenze opposte, ma strettamente collegate:

I Greci (Achei, la più importante famiglia etnica, Argi, Danai)



Ettore, “dall’elmo scintillante”, figlio  del re Priamo e della regina Ecuba. Manifesta una grande umanità. E' ucciso da Achille. Con la restituzione del suo cadavere al padre Priamo termina il poema.
Priamo re di Troia, vecchio uomo indebolito ma pieno di bontà, il cui maggior eroismo consiste senza dubbio nel dispiacere di vedere morire molti dei suoi figli (tredici l’ultimo anno dell’assedio, di cui tre in uno solo giorno). Pirro   figlio di Achille, li massacra su un’ara durante il sacco di Troia.
Paride (o Alessandro), fratello di Ettore. È all’origine del conflitto avendo sottratto Elena di Sparta a Menelao. Guerriero non proprio temibile, è soprattutto noto per la bellezza.
Enea “consigliere dei Troiani”, figlio di Afrodite e di Anchise, capo del Dardani. Sopravvivendo al  sacco  di Troia, è all’origine della fondazione di Roma (Virgilio, Eneide).
Sarpedonte figlio di Zeus, capo del Lici.
Glauco  amico di Sarpedonte.



I Troiani (detti anche Teucri, ed i loro alleati Dardani e Lici)



Agamennone “protettore del suo popolo”, figlio di Atreo,  re di Micene e di Argo, capo della confederazione achea. Di solito nominato Atride “glorioso, re dei guerrieri”.
Menelao “il biondo”, fratello di Agamennone, il re dei Lacedemoni (Spartani).
Achille “dal pie’ veloce”, Figlio di Peleo e della dea Teti,  re dei Mirmidoni. La sua rabbia, all’inizio del  poema, il suo ritiro scontroso dal combattimento quindi il suo ritorno per vendicare della morte del suo amico Patroclo, è il  vero argomenti dell’Iliade.(Esplicitato nel “Proemio: «Cantami o Diva del Pelide Achille, l’ira funesta che infiniti lutti addusse agli Achei», etc)
Ulisse “l’abile” o “l’artefice”, figlio di Laerte,   re di Itaca. Si segnala per la sua astuzia e l’abilità della sua eloquenza.
Aiace Telamonio, re di Salamina.
Patroclo amico di Achille.
Idomeneo vecchio re di Creta.
Nestore, il più vecchio di tutti, ma anche il secondo per contributo di navi (80),  re di Pilo.  Svolge il ruolo di saggio consigliere.
Diomede figlio di Tideo, amico inseparabile  di Uliss



Gli DEI

Sono chiamati “eroi” nell’Iliade a volte tutti i guerrieri, a volte soltanto i più coraggiosi, i capi. In realtà appaiono come “eroi epici” quelli a cui il poeta ha dato la gloria attraverso i suoi canti. Ma questi eroi cantati dagli uomini a causa delle loro imprese sono gli stessi che sono oggetto di una benevolenza divina. La guerra epica non può concepirsi per i greci senza gli dei, ed occorre dunque, per comprendere il senso dell’impresa eroica, misurare il ruolo degli dei nell’azione e la loro solidarietà con il destino.


Chi sono gli dei di Omero? Non si tratta di dei trascendenti, esterni al mondo: creati da potenze primordiali, non sono né eterni, né onniscienti, né onnipotenti. Gli dei dell’Olimpo formano una società che riproduce o prolunga la società umana con la sua gerarchia. Si distinguono tra loro  per  la differenza di grado di potere di cui ciascuno dispone, ma anche per gli ambiti diversi dove questa potenza può esercitarsi (il mare, il sottosuolo, le montagne, i boschi etc). Sono inoltre abbastanza diversi per conoscere rivalità.

Il conflitto tra Achei e  Troiani li divide in funzione delle loro affinità con l’uno o l’altro campo, ed anche in funzione dei loro rancori: Atena ed Hera, ad esempio, si schierano logicamente contro il troiano Paride che ha preferito loro Afrodite (nel famoso certame sulla bellezza delle tre dee). Così il combattimento degli uomini segue, nella sua incertezza, l’evoluzione dei dissidi  che oppongono gli dei. Poiché “gli dei sono là, a stringere sui due eserciti il nodo della lotta brutale e del combattimento che non salva nessuno, nodo che non si scioglie ma si rompe, e che rompe le ginocchia a centinaia di combattenti”. (Libro XIII). Mai come nel Libro XX, queste “fazioni” appaiono incerte: Apollo ha contribuito alla morte di Patroclo, e Zeus, diviso tra i due eserciti, è questa volta irritato alla vista di  Ettore con le armi di Achille. L’assemblea degli dei sembra a questo punto come un sommario delle forze offerte agli uomini prima che il ritorno di Achille dia una svolta decisiva alla battaglia.
PRO- ACHEI – Poseidone, Atena, Hera, Hermes Efesto
             PRO- TROIANI–  Apollo, Ares Afrodite, Artemide, Scamandro
Gli interventi degli dei nel combattimento degli uomini rivelano questa presenza immanente. L’uomo omerico avverte la presenza degli dei  sotto forma di impulsi improvvisi, di impulsi irrazionali, d’ardore guerriero o sotto forma di innamoramento, come anche di terrore o di vergogna. I modi d’intervento sono molteplici: indiretti, sotto forma di presagi, di sogni, il cui scopo è di illuminare gli uomini su ciò che loro accadrà o di comunicare loro la volontà divina; diretti, che  costringono gli dei  a nascondersi e a svelarsi tramite i loro caratteri particolari (così la mobilità di Atena contrasta con il carattere relativamente sedentario di Apollo). L’intervento degli dei si manifesta anche con i dibattiti innumerevoli che li oppongono sull' Olimpo: così i combattimenti dell’Iliade non si decidono tra uomini che calcolano, combinano, prendono una risoluzione e la effettuano, ma tra gli dei che si occupano senza tregua degli uomini e riescono sempre ad imporre la loro volontà. Gli dei si occupano d’altra parte più delle loro relazioni interne che del destino degli uomini: se li aiutano o li combattono, è spesso per regolare questioni strettamente interne all’ Olimpo (così Zeus scatena spesso la sua furia contro gli Achei perché furioso contro Hera).

Ci si può chiedere se questi interventi vanno nel senso della giustizia. Zeus non agisce mai da giustiziere né da riparatore di torti. Per gli umani, l’azione degli dei può sembrare assurda o terribile. Ma dire che è immorale va nel senso di una valutazione antropomorfa dell’opera poiché oltre a questa dimensione etica, non si può trascurare la dimensione sacra del mito: il mondo degli dei è posto fuori dal controllo dell’uomo. In quest’ottica, gli dei non sono né morali, né immorali: sono gli dei. Benefici o malefici, ostili o tutelari, incarnano  il volto incontrollabile del destino.
La relazione degli dei col destino merita del resto di essere precisata. Il termine utilizzato nell’ Iliade è quello di “Moira”, che significa la dote assegnata ad ogni uomo, in termini di vita, di felicità e di disgrazia. Si tratta anche del destino attribuito a tutti gli umani: la morte.  Ma Moira non è né destino, né predestinazione: limita la libertà umana, non la impedisce. Di più: se la libertà degli dei consiste precisamente nel fatto che accettano decreti del destino che hanno, contrariamente ai mortali, solo il privilegio di conoscere (ma non di contrastare), la libertà degli uomini consiste soltanto nel grado di accettazione di questo destino - anche controvoglia- cercando   di farne il miglior  impiego, tenuto conto che, quando la loro “ora” sarà scoccata, è soltanto nella memoria delle generazioni future che potranno sperare di sopravvivere. L’eroe è così il simbolo dell’uomo libero, cioè interamente uomo: colui che trionfa sulla morte e sul destino quanto lo può un mortale, non sfuggendogli, neppure sfidandolo in modo puerile, ma al contrario accettandone allo stesso tempo il rischio e la necessità.
Ma questo privilegio è anche un onere ed un pericolo: un onere, perché è fonte d’angoscia e assegna una responsabilità; un pericolo, perché crea l’illusione dell’invulnerabilità e dell’onnipotenza, e dunque la tentazione di trasgredire le leggi della phusis (natura), volere  invertire il corso dei fiumi, è peccare dunque di  ubris (orgoglio e resistenza al destino)  eccesso inevitabile con il quale gli eroi mortali, lungi dall’ eguagliarsi agli dei, cadono più in basso dell’uomo, annullano la loro differenza specifica, perdono la loro libertà, e cadono in  schiavitù, nella barbarie e nella bestialità. Limite della libertà, la Moira è dunque allo stesso tempo la sua condizione di possibilità: crea lo spazio dove questa può spiegarsi e dove i mortali incontrano gli dei.
È scritto infatti molte volte nell’Iliade che sono gli dei che fissano il destino degli uomini, ma gli dei non possono agire arbitrariamente contro il destino: possono soltanto sottoporvisi. Così Zeus vorrebbe salvare   suo  figlio Serpedonte, ma Hera lo avvisa del disaccordo di tutti gli altri dei. Inoltre desideroso di salvare Ettore, ricorre alla bilancia d’oro, che condanna l’eroe troiano, e deve obbedire. Agisce in ciò per preservare l’ordine dell’universo e non minacciare la coerenza che segna la sua supremazia.

Questo limite nel potere degli dei ha una ripercussione importante sui valori eroici, poiché non si vede come un umano totalmente agito dal favore o dalla condanna divina possa esprimere le virtù che lo fanno eroe. Un passaggio significativo ci è offerto con la morte di Patroclo. L’amico di Achille constata infatti: «Ciò che mi ha battuto, è il destino sinistro (Moira);  è il figlio di Leto (Apollo), è anche, tra gli uomini, Euforbo». Lo stesso evento può ricevere diverse interpretazioni secondo i livelli di reale che rispecchia. L’eroismo omerico è dunque funzione di queste tre forze che pesano sugli uomini: il destino, gli dei, gli umani, ed è in questo punto di incrocio che si manifesta la loro Aristia.

L’aristia

Aristia (aristeia) una delle grandi peculiarità dell’ Iliade, è l’affermazione di una superiorità tutta personale. È una serie di imprese compiute da un capo che si lancia con furia sulla massa dei nemici al fine di manifestare la propria eccellenza e il proprio valore. Amplificata dai  metodi propri alla retorica epica (magnificazione dell’eroe, ingrossamento del numero dei nemici, ampiezza delle metafore), queste gesta guerriere si presentano a noi senza sfumature. Il giudizio di Hölderlin sulla “ingenuità” dell’epopea è confermato da Nietzsche nella Nascita della tragedia a  proposito di Omero. Il filosofo vede nell’Iliade la realizzazione perfetta del sogno apollineo della Grecia arcaica (ordine, misura, serenità della saggezza), e la sua inconsapevolezza deliberata delle forze antagonistiche, dionisiache. In quest’ inconsapevolezza, consiste l’“ingenuità” di Omero:

Quanto rara è l’ingenuità, quest’abbandono completo alla bellezza dell’aspetto! E per questo, quanto sublime è Omero  che, come  individuo, si situa in relazione a questa civilizzazione apollinea come l’artista del sogno in  relazione all’attitudine al sogno del suo popolo e della natura in generale! L’ “ingenuità” omerica può comprendersi soltanto come una vittoria completa dell’illusione apollinea. Quest’illusione somiglia a quella   utilizzata dalla natura per compiere i suoi disegni: il fine vero si copre con  un miraggio, e mentre le nostre mani si dirigono verso quest’ultimo, la natura che ci inganna realizza il suo scopo. Nell’anima dei greci, la “volontà” tende a considerarsi essa stessa nelle forme trasfigurate che le impongono il genio artistico ed il mondo dell’arte. Per magnificarsi, i greci  continuano a sentirsi degni dell’essere; continuano a  riflettersi in una sfera superiore, ma senza   che questo mondo compiuto della rappresentazione prenda il significato di un imperativo o di un biasimo. Tale è la sfera del bello nella quale i greci scorgevano il loro riflesso, gli Dei olimpici. Con questa bellezza di riflesso, la “volontà” ellenica combatté l’attitudine a soffrire e coltivare la sofferenza correlativa al dono artistico, ed il monumento di questa vittoria è Omero, l’artista ingenuo .
Friedrich Nietzsche, La nascita della tragedia, 1872.

Tuttavia, piuttosto che  d’ingenuità, la psicoanalista Marthe Robert preferisce constatare che l’assenza di sfumature è una manifestazione di quell’enunciato dell’ordine che è il principale obiettivo dell’epopea: è questa istanza che impedisce all’eroe di evolvere o fallire del tutto; è tutto ciò che spiega anche il fatto che gli avvenimenti futuri siano spesso annunciati, come il segno di un accordo universale al quale Zeus stesso è costretto a sottoporsi. Questa perfezione del modello sognato, eretto a modello e destinato a legittimare l’ambizione egemonica, è particolarmente evidente  nelle caratteristiche dell’eroe omerico e, soprattutto, nella figura di Achille:

- è giovane, forte e veloce nel suo terreno d’elezione che è l’azione guerriera;
-è bello, poiché il dominio dell’apparenza è anche quello della funzione guerriera: i kouroi sono i figuranti obbligati delle celebrazioni, danze, feste e giochi. Questa apparenza è anche terrificante: questo spiega la solennità con la quale Achille si prepara al combattimento (Canto XIX, 330-374), e la fascinazione che esercita con il luccicore  della sua armatura (XXII, 120-150);
- ha il senso dei valori morali (l’areté, che designa ogni qualità in cui si eccelle, il valore la maestrìa, la virtù in cui si riesce in esse). I kouroi sono chiamati aristoi (i migliori). Così Ettore è più occupato dal suo senso del dovere  che preoccupato della sua gloria: cedendo, anch’egli, alla furia guerriera,   perderebbe la sua identità eroica. Poiché è prima di tutto il protettore del suo popolo, quello per il quale non esiste altro impegno che “di difendere la patria” (XII, 240-247), colui che, legato alla famiglia, rappresenta un eroe iscritto nella conformità sociale, ciò che Bergson chiama la “morale chiusa”. È tuttavia qui che Ettore va incontro alla sua tragedia: poiché questa
preoccupazione dell’ altro si combina in lui con il timore dell’oltraggio e del disonore (aidos). I suoi genitori lo supplicano dunque invano di rinunciare ad affrontare Achille: il timore del disonore prevale (XXII, 74-120). Ettore va al combattimento e muore senza vera gloria;
- è trascinato in tutte le forme di lotta, ivi comprese le tenzoni oratorie poiché l’arte della disputa, più che della discussione, costringe e sottopone l’avversario altrettanto che con la forza delle armi (ambasciata di Nestore, XI, 660-800);
- è in preda alla hubris, questo smisurato   orgoglio ed   eccesso di sfida del destino, che lo allontana dalla misura e dal giusto mezzo, e lo trascina fuori dai limiti comuni, libero di derogare alle norme etiche: è la furia guerriera (Achille al combattimento, XX, 459-504), ma anche la violenza delle passioni (così il dolore di Achille, XVIII, 1-110);
- gode del favore divino, fatto che spiega che egli sia anche oggetto particolare di maledizione da parte di altri dei;
- è destinato ad una morte precoce: la sua vocazione è quella di uccidere ma anche di essere ucciso, sorte accettata liberamente (così Achille uccide Ettore sapendo che un oracolo ha associato la sua morte a quella del troiano). Ma cosa sarebbe un eroe che invecchia?  Questa morte, occorre soprattutto che sia bella e che conduca al suo acme il desiderio di gloria. Con ciò si spiega il fatto che occorra spogliare di questa aura gloriosa la morte del nemico: Ettore informa Patroclo del trattamento che farà subire al suo cadavere, che precede quello che Achille infliggerà al suo (XXII, 328-370).

Da questo breve ritratto, può certamente apparire quanto il riflesso ideale di cui parla Nietzsche non sia libero da incrinature: della nobiltà guerriera, gli eroi, trascinati dalle loro passioni, mal  consigliati dagli dei, sono più spesso dimentichi. Alcuni vi perdono anche il loro cuore, come Ettore, che  incarna perlopiù il guerriero giusto, che cede alla tentazione della hubris prima del suo ultimo combattimento. Esiodo considerava che tra la razza di bronzo e la razza di ferro dei tempi primitivi si situava la razza degli eroi. C’è da dire che  alcuni tra loro appaiono ancora mal  digrossati  da quest’età del bronzo. Così Tideo, padre di Diomede, è guerriero terribile, di una violenza molto fisica, interamente votato all’hubris. Allo stesso modo Aiace. Tuttavia, l’Iliade ci mette sull’avviso di questa violenza e non trascura mai di avvicinare tale furia alla selvaggeria animale. Tutto ciò è privo di  ingenuità: la poesia saprà sciogliere la crisi nell’umanità ritrovata e segnalarci che il vero eroismo consiste in ciò. Infatti  la maggior parte dei guerrieri manifesta un comportamento più moderato:   Achille conserva senza dubbio alcune tracce del guerriero  terribile, ma sa moderare la sua hubris e sottoporsi alla volontà degli dei. D’altra parte, i guerrieri Achei sono più spesso mossi da Atena, che possiede la metis, ( il saper fare e l’astuzia), e, per i guerrieri, quest’abilità è più preziosa della forza. In questo senso, si può vedere nell’ Iliade l’espressione di questa ricerca della misura, questo “pensiero meridiano”, che i filosofi greci tutti, al loro modo, hanno identificato come la vera virtù. Achille è certamente il vero eroe del  poema, che si disfa gradualmente della sua corazza di bronzo per conquistare, contro l’approvazione del gruppo ed anche contro la memoria di Patroclo, la vera forza di cuore che lo fa commuoversi dinanzi al dolore di Priamo e mettere un termine alla sua vendetta.

L’eroe, gli dei ed il destino: Achille
Della presenza continua degli dei nell’azione e della potenza del destino, ne consegue che gli uomini non possono mai riconoscersi direttamente nei loro atti. Cos’è   che denota allora l’eroe? È l’attenzione, il favore divino, quest’aspetto della gloria che i greci chiamano kudos e che è un tipo di grazia divina, istantanea, che gli dei accordano all’uno e rifiutano all’altro.

L’impresa eroica è l’atto che rivela nel modo più luminoso il favore degli dei. Favore di Atena in relazione a Achille ed a Diomede, di Apollo nei confronti di Ettore... Come  allora  l’uomo sarà giudicato artefice di un successo che non deve mai conquistare, mai  meritare? L’origine dell’azione e del trionfo non si trova nell’eroe, ma fuori di lui. Tutti gli eroi dell’Iliade sanno bene che l’impresa di cui si sono resi capaci non è il segno di una virtù personale ma quello di un’assistenza divina. L’eroe appare così come il luogo del passaggio tra il divino e l’umano.

In tale prospettiva, Achille è certamente l’eroe per eccellenza dell’epopea. Si  pensi alla scena del Canto XVIII dove, dal fossato, appare ai Troiani in tutto l’abbagliamento della sua gloria divina: oro sulla fronte che lo fa risplendere di un chiarore fino all’etereo, fiamma risplendente che emana da tutto il corpo, voce di bronzo che somiglia alle trombe della morte. Attraverso Achille, è  la voce e la fiamma di Atena stessa  che causano il panico dei nemici. Non c’è alcun dubbio, dinanzi a tale comparsa, che è proprio  lui che è stato scelto per conquistare la vittoria. Questo favore particolare si raddoppia nella  protezione di Zeus stesso che mette Achille in un contesto di divinità unica nell’opera: è l’eletto, il kudos, quello che ha una missione da compiere. Se riesce ad uccidere Ettore, non è soltanto perché ha qualità eccezionali di guerriero, ma perché il destino ha deciso così e per questo gli dei si sono messi all’opera:  perché il destino si compia. Tale è il senso della scelta di Achille - la gloria in cambio di una vita breve -, scelta fatta effettivamente più dal destino che da lui.

Infatti  la morte di Achille ci è annunciata fin dal Canto I. Da cui la sua tentazione nel Canto IX di rifiutare la gloria cui è votato. Ma non può fare altro che essere ciò che è, il vincitore di Ettore. Inoltre, pur inviando Patroclo al suo posto, gli proibisce   di superare un certo limite. A ciascuno il suo ruolo nell’ordine del mondo. Solo lui è stato scelto per il sacrificio, per la morte che lo salva. Risiede qui l’ambiguità della condizione eroica: essere l’eletto degli dei, è essere designato alla gloria, ma è anche essere votato alla morte. È per questo che, negli ultimi canti dell’Iliade, la morte di Achille è più che mai al centro del tema. Se l’epopea non ci può mostrare questa morte, ci mostra per sostituzione  quella del “doppio”,  Patroclo, il cui sacrificio presagisce quello dell’Eroe.  Patroclo è l’immolato al posto di Achille, ed il momento in cui Apollo si avvicina a lui ci dà già una visione della coincidenza di gloria e morte. Sostituzione ammirevole dell’epopea, che ci permette di vedere l’eroe dispiacersi della propria morte addolorandosi per quella del suo amico. E non è forse sulla propria  morte che Achille stesso si lamenta quando, con Priamo, piangono tutti e due sul cadavere di Ettore? Da ciò si spiega che alla soddisfazione legittima della vittoria o della vendetta soddisfatta subentra in  Achille una tristezza infinita che segnala nell’eroe un’accettazione delle cose.

La sottomissione di Achille all’ordine del mondo è del resto una delle costanti dell’eroe. Oltre alla coscienza della sua elezione, egli manifesta pietà ed obbedienza nei confronti degli dei: così egli raffrena il suo desiderio di uccidere Agamennone perché Atena glielo consiglia e finisce per restituire il cadavere di Ettore a Priamo perché sa che gli dei lo vogliono. La fine dell’Iliade ci presenta così Achille rappacificato dopo la  sua lunga ira. La sua gentilezza e il suo distacco nel preparare i giochi e distribuire i premi preludono al  suo incontro con Priamo. Da quando ha definitivamente rinunciato alla sua vita, Achille ha una visione nuova degli esseri e delle cose. La sua pacificazione  ha un che di purificazione. Permettendo il compimento di tutti questi riti, facendosi dolce e lieve, Achille contribuisce ad instaurare l’ordine sulla terra. È realmente l’eroe intermedio tra gli dei e gli uomini.

Nella misura in cui non esistono eroi epici senza dei né destino, ci si può chiedere quale parte l’eroismo riserva all’uomo nella sua azione. In realtà, la sensazione della presenza divina in tutti gli atti della vita umana non esclude la convinzione che spetta sempre all’uomo agire e che dipende sempre da  lui   riuscire o   fallire. Omero ci rivela allo stesso tempo il carattere inevitabile dell’azione e la libertà degli uomini. Se gli eventi sono predeterminati, le reazioni umane non lo sono, e questa combinazione della determinazione divina e della risposta degli uomini è uno degli aspetti originali dell’epopea ionica, ad un tempo eroica ed umana.

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pagina a cura di Alfio Squillaci

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