Michel Onfray  –  Crepuscolo di un idolo. Smantellare le favole freudiane – trad. G. De Paola, Ponte Alle Grazie, Milano 2011
 
Michel Onfray è un intellettuale arrabbiato con diversi conti da regolare, e la Francia, patria di intellettuali asettici e cattedratici di gran fama, suole consegnarci – dai tempi di François Villon almeno –, un paio di énragés come lui per ogni generazione. Quella volgente ci ha dato Houellebecq nella narrativa e Onfray, appunto, nella saggistica. I due, pur se approdati in versanti ideologici opposti, condividono molti motivi di consonanza all’origine: lo sfascio o la povertà delle loro famiglie (un comune “romanzo familiare” si direbbe, visto che già siamo in ambito semantico freudiano), la marginalità sociale, la rabbia dell’esclusione, il valore redentivo del libro sia come lettura che scrittura, e infine quel potente contravveleno personale schizzato da una risentita intelligenza marginale contro le ipocrisie sociali e le idee ricevute. Tutti tratti biografici di Onfray che emergono nel primo capitolo di questo libro da egli stesso esposti con accenti e dettagli che non lasciano inerti: particolari biografici tuttavia in genere non richiesti in un saggio ma su cui sarà necessario tornare alla luce del significato che invece acquista la tematica scottante, sollevata qui da Onfray (contro Freud però), dell’influenza della biografia sulla filosofia di un pensatore. La Francia, dicevamo,  predilige e venera non meno delle ieratiche statue di sale degli immortels dell’Académie Française questo tipo di intelligenze.  Esse sono implicite alla cultura francese, la quale, come ci ricordava Giovanni Macchia ne Il paradiso della ragione, non è per nulla misura ed equilibrio, ma accumulo e proliferazione, e, aggiungiamo noi, permanente e acida dialettica tra movimento e istituzione, pupulace ed élite, avanguardia e accademia, bohème e Repubblica delle Lettere, romanzo e antiromanzo, psichiatria e antipsichiatria, cattolicismo severo e intenso e ateismo furente e sacrilego…

Onfray nel precedente libro che gli ha decretato il successo e l’ha lanciato nell’olimpo della intellighenzia francese e mondiale (per quel tanto di egemonia che la cultura francese per lingua e tradizione mantiene ancora nel mondo del pensiero e dei libri), ossia il Trattato di ateologia, prendeva di mira la religione, Dio e le Chiese. In questo, a cadere sotto la sua sferza è il pensiero di Freud e il freudismo. Ma quello dell’iconoclasta deve essere un mestiere esercitato full time dal Nostro, se è vero, come in questo testo è facilmente riscontrabile, che gli strali lanciati contro la “chiesa” freudiana, le allusioni costanti verso i “fedeli custodi del tempio freudiano” fanno pensare ad un unico progetto intellettuale cui Onfray sembra essersi votato: lo smantellamento di tutte le chiese e lo smascheramento delle imposture. 

Dopo Dio è la volta di Freud dunque. 

La tesi del volume è ardita, diretta, ed esplicitata senza giri di frase: il freudismo (ambito concettuale in cui è risolta da Onfray la psicoanalisi, anche se così non è) non sarebbe una scienza ma «una costruzione letteraria, un prodotto artistico, una costruzione poetica in senso etimologico». La psicoanalisi è una disciplina giusta e vera fin quando riguarda Freud e nessun altro; l’armamentario verbale e «i concetti della immensa saga freudiana gli servono anzitutto per pensare la propria vita e mettere ordine nella sua esistenza». Anzi è una costruzione letteraria neanche di prima mano, parrebbe piuttosto un pollone del pensiero nietzscheano o schopenhauriano, privo dunque di originalità. E infine essa non cura alcunché.

La sconfessione della “cartolina illustrata” di un Freud ebreo liberale  e illuminato non poteva essere meno netta. Ci troviamo invece secondo Onfray davanti a un intellettuale autoritario, sostenitore esplicito o ellittico delle dittature di Dollfuss e di Mussolini, un medico esoso e disprezzatore dei propri pazienti, un fallocrate, un misogino, un onanista incallito (soccorrono a tal proposito le memorie della cameriera di casa Freud, la quale ricordava che le tasche dei pantaloni di Freud erano sempre sfondate), l’ amante paraincestuosodella cognata, un cocainomane e utilizzatore di strumenti clinici bizzarri quali lo psicroforo, nonché il maldestro (una sorta di Charbovarì di flaubertiana memoria) responsabile della morte di alcuni pazienti a causa di sue diagnosi errate: tutti elementi che gettano più che cattiva luce sulla “probità del personaggio”: lo fanno a pezzi!

Se questo è il quadro accusatorio ci si chiede leggendo: siamo in quell’ambito “finemente” teorico che al liceo ci faceva connettere il pessimismo di Leopardi alla sua gobba o quella di Onfray è una tesi destinata a distruggere davvero un impero filosofico? La filosofia, a differenza delle scienze esatte, ed è questo il suo bello, è quel luogo in cui tutto si può dire impunemente, e qualsiasi pensatore di provincia, anche quello che un attimo prima ha scoperto il moto perpetuo o un nuovo linguaggio artificiale, può presentarsi in comunità con un libro-dinamite destinato a far saltare una lunga tradizione culturale. 

Ma è proprio così? E se così fosse, che fare del nostro modo usuale, forse pigro e scontato come accade a tutte le congetture diventate idee ricevute, di pensare i fenomeni psichici con le lenti freudiane? Che ne è dei termini ( e concetti) fino ad ora usati per indicare universalmente atti psichici ampiamente indagati ed accettati nella loro spiegazione di fondo? Ma anche  a un livello più terra terra  che fare del linguaggio freudiano che, più di ogni altro scaturente da dottrine scientifiche, è così entrato nel nostro discorrere di ogni giorno che non sapremmo più come sostituire, anche senza il sottostante carico psicoanalitico, termini come inconscio, trauma, rimozione, sublimazione, complesso, pulsione, lapsus, nevrosi ecc. Fatti nostri: Onfray non arretra. « La criptomnesia (quel far finta di citare come proprie cose lette altrove, l’occultamento delle fonti insomma, ndr), l’autoanalisi, l’interpretazione del sogno, l’indagine psicopatologica, il complesso di Edipo, il romanzo familiare, il ricordo-schermo, l’orda primordiale, l’uccisione del padre, l’eziologia sessuale delle nevrosi, la sublimazione costituiscono, tra molti altri, altrettanti momenti teorici strettamente autobiografici». Riguardano solo Freud e nessun altro. Poco ci manca che il freudismo venga presentato come un’impostura personale, una produzione teratologica di una personalità oscura e scomposta. E invero, a lettura ultimata, così alla fine l’intero testo di Onfray si presenta: una psicobiografia con tratti di odiografia. Ma questo sarebbe il meno; nei fatti Onfray osa puntare, seppur accennandovi di sfuggita, sul quartier generale di tutte quelle filosofie troppo attaccate alla pelle del filosofo che le ha messe al mondo, ricomprendendo in questo bersaglio alcune filosofie che a noi erano sembrate marmoree e totalmente disgiunte dalla carne e dal sangue che le avevano prodotte, come quella di Kant ad esempio. Ma Onfray avanza implacabile e spara: «Il freudismo è dunque, come lo spinozismo o il nietzschismo, il platonismo o il cartesianesimo, l’agostinismo o il kantismo, una visione privata con pretese di universalità». Non ci restano che l’aristotelismo, l’hegelismo, il crocianesimo, non certo il roussoianesimo ( non citato innanzi  solo per lapsus), e forse fino a quando qualcuno non ci verrà a dire che anche queste filosofie sono frutto delle psicopatie personali di Aristotele, Hegel, Croce, nient’altro che “ragioni imbevute di sangue” per dirla col vecchio Feurbach.

Ora, per approntare la sua odiografia molto ambigua dal punto di vista strettamente psicologico personale, Onfray oltre alla consultazione in sei-mesi- sei dell’intera opera omnia di Freud in edizione PUF (non la migliore dicono i critici d’Oltralpe, e si tratta dopotutto di oltre seimila pagine a stampa!), non fa che attingere a piene mani all’epistolario di Freud con Fliess ricavandone una serie di illazioni malevole (un solo esempio: Freud svela all’amico una tentazione di successo e di affermazione personale, ed ecco che per tutto il libro viene tacciato di essere un Conquistatore, una specie di Cortez ossessionato da insaziabile volontà di potenza) non arretrando, come si diceva, neanche davanti alle memorie della cameriera di casa Freud, e trascurando del tutto la letteratura scientifica, limitandosi a raccogliere in fondo al volume un abbozzo di bibliografia ragionata.

Fuorché la contrapposizione polemica tra la vita intima di Freud (sessualità infantile, coniugale, extraconiugale indagata con dovizie di particolari) e la sua presunta teoria universale, non c’è o si fa fatica a rintracciare in questo testo una critica concettuale, logico-discorsiva, non dico scientifica, della psicoanalisi in sé. Si ha il sospetto che l'attacco al freudismo come Chiesa assorba tutto l’intento polemico e distruttivo di Onfray. Eppure Freud con L’avvenire di un’illusione aveva contribuito alla lotta  contro le chiese e le religioni. Ma ecco che proditoriamente Onfray utilizza proprio questo testo per ribaltarlo contro lo stesso Freud. In Avvenire Freud rintraccia la differenza tra “errore” e “illusione”. Il primo implica una falsa causalità (es: siccome ho letto Madame Bovary e ho qualche esperienza di adulterio in provincia attribuisco alla provincia l’insorgere del tradimento coniugale, salvo poi essere sconfessato quando lo riscontro anche nelle città tentacolari e nei luoghi di villeggiatura). Un’illusione invece rimanda ad un desiderio intimo. Colombo pensò di avere scoperto le Indie perché ci credeva ardentemente. Ora, il freudismo, dice Onfray, più che un errore o la storia di un errore, è una illusione, partecipa dello stesso statuto che la religione aveva per Freud: una nevrosi ossessiva, una idea delirante, su cui, come per le religioni, non è possibile esprimere alcun giudizio, rimanendo indimostrabile e inconfutabile. 

Onfray dice che il freudismo appartiene più alla letteratura che alla scienza. Ma Freud non contrapponeva le due forme di conoscenza. È vero che egli teneva tanto alla conoscenza teorica che al successo terapeutico, ma anche se fosse solo un filosofo o un letterato (e letterato era anche Shakespeare, eppure stiamo ancora qui ad interrogarlo per conoscerci meglio oltre quattro secoli dopo) il il suo pensiero non cesserebbe per questo di essere una congettura più che accettabile.  Le acquisizioni filosofiche o letterarie stanno nella nostra vita mentale con la dignità, l’evidenza e la forza di verità dei costrutti scientifici, i quali peraltro  cadono già  sotto il rasoio di Occam dell’epistemologia (vedi la critica di Popper al Freud presunto scienziato).

Certo vi sono alcune bizzarrie nel pensiero e nella pratica freudiani che sono dell’uomo e/o della sua epoca. Ma Freud non è il solo a cadere in  disavventure di tal sorta. Cartesio riteneva che i fiumi risalissero dal mare alle montagne e si inventò la fantomatica ghiandola pineale per collegare la materia e il pensiero. Chi penserebbe che il cartesianesimo per questo sia da considerare una mitologia personale? Ogni filosofo paga dei tributi intellettuali alla propria epoca, e talora, oltre l’atmosfera intellettuale di fondo, ne condivide alcune “bizzarrie”, ma è grande nella misura in cui pur partecipando di esse se ne distacca  facendo progredire le conoscenze. Le acquisizioni di Freud restano  ancora intatte davanti a noi e non hanno esaurito la loro forza di “verità”: abbiamo una parte della nostra psiche sommersa - l’inconscio - che ci governa e che “parla”contro o a dispetto delle nostre intenzioni; l’Io non è del tutto padrone in casa propria (come l’uomo secondo Darwin non è più al centro del creato, e la terra, secondo Copernico, al centro dell’Universo); il sesso, anche quello dei bambini, fino ad allora ritenuti degli angioletti asessuati, decide della nostra vita; il confine tra normalità e malattia è irrintracciabile con nettezza ecc. Insomma   la psicoanalisi, come diceva Marthe Robert in un vecchio numero di Magazine Littéraire  (n°1,2° trim. 2000) è il Discorso sul metodo della nostra epoca e  resta ancora una rivoluzione da fare.
Alfio Squillaci
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Michel Onfray, coerente con sé stesso, prende di mira in questo libro una religione che, ancor più dei monoteismi del suo "Trattato di ateologia", sembra dover ancora avere vita lunga e felice. Questa religione è la psicoanalisi, e più in particolare il freudismo. L'idea di Onfray è semplice e radicale: Freud ha tentato di costruire una scienza e non vi è riuscito; ha voluto provare che l'inconscio ha le sue leggi, la sua logica intrinseca, può essere studiato mediante protocolli che riteneva scientifici, e tuttavia ha mentito, per potersi fregiare degli emblemi della scientificità. Tutto ciò merita una controinchiesta: ed è l'obiettivo che Onfray si pone. Con il rigore e la pazienza di un archivista, riprende daccapo in mano i testi sacri della nuova Chiesa. E senza timore dello stigma che si sarebbe senz'altro procurato, li mette a confronto con le testimonianze e ne esamina le contraddizioni. Il bilancio è terribile: la psicoanalisi è un'appendice della psicologia, della letteratura, della filosofia, ma non può assolutamente aspirare allo statuto di scienza "dura". Accolto in Francia da un enorme successo di pubblico - che si avvia a superare quello del "Trattato di ateologia" - e un'ondata di critiche feroci, "Crepuscolo di un idolo" è Onfray al suo meglio: un pensatore che della decostruzione di grandi miti del nostro (e di ogni) tempo fa una battaglia per la libera ricerca della felicità terrena.

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